I furbetti si fanno una clientela internazionale gratis
LECCE – Settimane di effervescente campagna elettorale e poi, a partire dalle 8 di oggi, voto multietnico a Lecce, dove le comunità di immigrati sono state chiamate alle urne per eleggere il consigliere comunale aggiunto. L’appuntamento è in via Palmieri, per i 4459 extracomunitari regolarmente residenti nel capoluogo barocco, per scegliere tra sette candidati quello che andrà a sedere insieme ai 32 consiglieri di Palazza Carafa, portando nell’assise problemi e richieste degli stranieri della città. Il consigliere aggiunto (che Lecce istituì – primo comune in Italia – nel 2002 per volontà dell’allora sindaco Adriana Poli Bortone), in realtà non ha diritto di voto in Consiglio e nelle commissioni ma ha una facoltà consultiva che agli stessi immigrati appare comunque importantissima per poter dire la loro nell’ambito dell’amministrazione cittadina, come dimostra la campagna elettorale delle ultime settimane e il via vai che, fin dalla prima mattinata, si è registrato in via Palmieri.
In una domenica mite, si sono recati più numerosi alle urne gli stranieri che lavorano a servizio delle famiglie (filippini e cingalesi liberi dal lavoro), mentre si prevede che quelli più impegnati nella gestione delle bancarelle prese d’assalto da orde di turisti e leccesi a passeggio per il centro (marocchini, senegalesi, indiani) sceglieranno di esprimere la loro preferenza lunedì mattina. Le persone che hanno diritto al voto sono oggi più del doppio della tornata del 2007, quando gli elettori erano circa 2000 e ciò fa ben sperare i sette candidati, protagonisti di una campagna elettorale all’ultimo voto, effettuata tramite le richieste di sostegno porta a porta, gli sms in varie lingue, il passaparola tra parenti e amici persino le feste pre-elettorali, come nella migliore tradizione nostrana.
E se dagli italiani gli stranieri hanno imparato l’arte del corteggiamento elettorale, le modalità del voto restano invece caratterizzate da ordine e serietà difficilmente riscontrabili durante le elezioni politiche e amministrative. Al lavoro, nei locali dell’ex area Servizi demografici, ci sono 31 impiegati comunali e due vigili urbani (guidati dalla dirigente del Settore Maria Teresa Romoli e dalla responsabile del servizio elettorale Alba Pando) ma anche i rappresentanti di lista dei candidati, con tanto di pass in bella vista, giacca e cravatta che li distinguono dagli elettori, compìti nell’osservare la regolarità delle operazioni e severi nel riprendere eventuali irregolarità.
Le lamentele, però, sono pochissime, come spiega l’avvocato Romoli, perché questi leccesi d’adozione fanno del rispetto delle regole il loro stile di vita. L’integrazione, per loro, è una conquista difficile, che passa obbligatoriamente attraverso il rispetto totale del paese che li ha accolti. Alcuni vivono in Salento da pochi anni, altri da decenni e qui hanno ormai la loro famiglia, per tutti il sogno è conquistare gli stessi diritti degli italiani, come spiega Halima Hamilou, unica donna in corsa per il posto di consigliere aggiunto. Lei ha 51 anni e in Marocco aveva intrapreso la carriera militare ma per seguire il marito da 23 anni vive in Puglia, qui sono nati i suoi figli Midiha e Zinedine e qui gestisce una bancarella in piazza Libertini.
“Mi piace la politica – spiega – e credo che anche noi immigrati dobbiamo impegnarci in prima persona per ottenere maggiori diritti. Voglio entrare nel Consiglio comunale perché così posso parlare con gli amministratori”. A Lecce, del resto, il dialogo con le comunità straniere è tradizione ormai consolidata, alla quale ogni gruppo vorrebbe dare il proprio apporto. Tra i candidati, oltre a Halima c’è un altro marocchino (Brahim Radi), due senegalesi (Sitapha Diarra e Malick Sy Abdoulaye), un indiano (Kumar Sanjeev Kulhari) e due cingalesi (Thomas Arivalagan e Navaratnam Sugitharan). Cinque di loro sono commercianti, due mediatori culturali, tutti vivono a Lecce da diversi anni e qui sognano di restare, perché la capitale del Barocco – dicono – è un luogo che sa essere accogliente e che può ancora migliorare.
Dell’accoglienza salentina ne sa qualcosa Zinedine Salah, marocchino ottantenne che arrivò in Salento 43 anni fa e fu il primo immigrato ad ottenere la cittadinanza in Puglia. Lui che vive a Lecce da più di quattro decenni, parla perfettamente il dialetto e mangia anche i cibi tipici, ha sempre lavorato e guadagnato in modo da riuscire a sfamare i suoi 12 figli e un numero imprecisato di nipoti. Quando arriva al seggio con la carta d’identità in mano molti lo guardano con ammirazione, tutti lo salutano, all’uscita lo aspetta una delle sue innumerevoli nipoti, che parla con cadenza salentina e veste abiti occidentali, ma neanche per un giorno dimentica di pregare Allah. Anche lei ha votato in questa domenica di sole e si ferma a chiacchierare nel melting pot di via Palmieri. Mentre i bambini dalla pelle di vari colori si rincorrono parlando in lingue diverse e i candidati depennano dai loro elenchi i nomi degli elettori che hanno promesso il voto, aspettando con ansia il lunedì per sapere chi di loro potrà sedere a Palazzo Carafa.
E se dagli italiani gli stranieri hanno imparato l’arte del corteggiamento elettorale, le modalità del voto restano invece caratterizzate da ordine e serietà difficilmente riscontrabili durante le elezioni politiche e amministrative. Al lavoro, nei locali dell’ex area Servizi demografici, ci sono 31 impiegati comunali e due vigili urbani (guidati dalla dirigente del Settore Maria Teresa Romoli e dalla responsabile del servizio elettorale Alba Pando) ma anche i rappresentanti di lista dei candidati, con tanto di pass in bella vista, giacca e cravatta che li distinguono dagli elettori, compìti nell’osservare la regolarità delle operazioni e severi nel riprendere eventuali irregolarità.
Le lamentele, però, sono pochissime, come spiega l’avvocato Romoli, perché questi leccesi d’adozione fanno del rispetto delle regole il loro stile di vita. L’integrazione, per loro, è una conquista difficile, che passa obbligatoriamente attraverso il rispetto totale del paese che li ha accolti. Alcuni vivono in Salento da pochi anni, altri da decenni e qui hanno ormai la loro famiglia, per tutti il sogno è conquistare gli stessi diritti degli italiani, come spiega Halima Hamilou, unica donna in corsa per il posto di consigliere aggiunto. Lei ha 51 anni e in Marocco aveva intrapreso la carriera militare ma per seguire il marito da 23 anni vive in Puglia, qui sono nati i suoi figli Midiha e Zinedine e qui gestisce una bancarella in piazza Libertini.
“Mi piace la politica – spiega – e credo che anche noi immigrati dobbiamo impegnarci in prima persona per ottenere maggiori diritti. Voglio entrare nel Consiglio comunale perché così posso parlare con gli amministratori”. A Lecce, del resto, il dialogo con le comunità straniere è tradizione ormai consolidata, alla quale ogni gruppo vorrebbe dare il proprio apporto. Tra i candidati, oltre a Halima c’è un altro marocchino (Brahim Radi), due senegalesi (Sitapha Diarra e Malick Sy Abdoulaye), un indiano (Kumar Sanjeev Kulhari) e due cingalesi (Thomas Arivalagan e Navaratnam Sugitharan). Cinque di loro sono commercianti, due mediatori culturali, tutti vivono a Lecce da diversi anni e qui sognano di restare, perché la capitale del Barocco – dicono – è un luogo che sa essere accogliente e che può ancora migliorare.
Dell’accoglienza salentina ne sa qualcosa Zinedine Salah, marocchino ottantenne che arrivò in Salento 43 anni fa e fu il primo immigrato ad ottenere la cittadinanza in Puglia. Lui che vive a Lecce da più di quattro decenni, parla perfettamente il dialetto e mangia anche i cibi tipici, ha sempre lavorato e guadagnato in modo da riuscire a sfamare i suoi 12 figli e un numero imprecisato di nipoti. Quando arriva al seggio con la carta d’identità in mano molti lo guardano con ammirazione, tutti lo salutano, all’uscita lo aspetta una delle sue innumerevoli nipoti, che parla con cadenza salentina e veste abiti occidentali, ma neanche per un giorno dimentica di pregare Allah. Anche lei ha votato in questa domenica di sole e si ferma a chiacchierare nel melting pot di via Palmieri. Mentre i bambini dalla pelle di vari colori si rincorrono parlando in lingue diverse e i candidati depennano dai loro elenchi i nomi degli elettori che hanno promesso il voto, aspettando con ansia il lunedì per sapere chi di loro potrà sedere a Palazzo Carafa.
