Dino

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Un ricordo lungo una vita e un abbraccio oltre la morte

Questo giorno equinoziale che ci riporta alla nascita dei Fasci di Combattimento, ovvero alla più grande e bella fierezza dell’Italia, mi permetto di dedicarlo a Dino Mangani.
Lo conobbi nella primavera del 1969 quando, quindicenne, avevo progettato l’occupazione del mio ginnasio per protestare contro la festività del 25 aprile.
Mi rivolsi alla sezione del Msi della mia zona, che successivamente presi a frequentare.
Dino aveva la carica di “capo attivisti”. Era una persona alta, dinoccolata, un po’ allampata, con un sorriso tutto suo: contemporaneamente radioso e malinconico.
Parlava pochissimo. Credo che ci saremo scambiati negli anni sì e no cento parole.
Si raccontava, o comunque mi raccontarono, un episodio che comprovava la sua disciplina spartana, tedesca. Pochi mesi prima del mio debutto in sezione, il segretario giovanile era stato aggredito da militanti comunisti dell’Oriani.
Il giorno seguente i ragazzi della sezione fecero irruzione nell’istituto e andarono classe per classe: tutti quelli che avevano partecipato al pestaggio vennero malmenati, uno ad uno.
Sì, erano bei tempi.
Dino, si raccontava, era stato incaricato di fare la guardia nella segreteria per impedire a chiunque di usare l’apparecchio telefonico.
Finito il blitz, si raccontava ancora, i nostri si erano dimenticati di Dino, il quale venne trovato dalla polizia, intervenuta nel frattempo, ancora di sentinella in segreteria. Si raccontava ancora che cercasse d’impedire agli agenti di avvicinarsi al telefono.
Romanzato? Un po’ ma neanche troppo.
Era un fenomeno. Anni dopo, nei momenti più accesi, quelli in cui ti potevano arrivare le forze dell’ordine a casa qualunque notte magari per arrestarti per un semplice reato d’opinione, mi spiegò che dormiva con una corda allacciata all’alluce da una parte e, non so bene, come, al citofono dall’altra; pronto a saltare in piedi e a calarsi fuori da una finestra.
Dino l’ho visto e rivisto nei miei quarantasei anni di milizia ma sempre a intemittenza.
Lasciato lui il Msi per Avanguardia Nazionale era ritornato a Latina. Dove si adoperò per aprirci un nucleo di TP. Poi s’innamorò come molti del pensiero scaligeriano e delle pratiche di Elios.
Scherzando un po’ sulla sua vocazione mistica e scanzonatamente personalizzata lo chiamavo: O Dino!
Ma non gli ho mia strappato più di un mezzo sorriso.
Lo rividi molti anni dopo alla mia prima conferenza alla locale Casa Pound appena occupata.
Dino è stato un po’ il segnalibro della mia esistenza militante: all’improvviso ritrovavo la pagina che avevo lasciato aperta.
E’ stato un vero e proprio tuffo al cuore scoprire che era venuto a mancare la mattina del 18 marzo per una complicazione successiva alla dialisi in cui si trovava.
Non ho potuto neppure partecipare ai funerali perché ho avuto la notizia quando si erano già celebrati. Ovvero ventiquattr’ore dopo. Perché questa è la nostra civiltà attuale: pensa di aver trovato l’immortalità nascondendo la morte e rimuovendola in fretta.
Non ho potuto così neppure rivolgergli l’ultimo Presente!
Anche se lui, schivo ed essenziale com’era, forse non ne avrebbe sentito neppure il bisogno.
Te lo rivolgo ora con il cuore gonfio dalla pagina strappata.

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