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Dopo Kiev

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Come si può provare a salvare la Russia e ad emanciparsi dagli Usa

Non si sente più parlare di Ucraìna.
La propaganda da ogni lato tace ed è il caso di capire cosa è successo e cosa sta accadendo.
La nazione ucraìna è spaccata. Mosaico difficile di almeno tre ceppi (ucraìno. russo/ucraìno e russo di emigrazione legata alla pulizia etnica stalinista) non può esistere che con una somma di energia centrale e di equilibri interni ed esteri.
Di fatto l’Ucraìna è da tempo ostaggio degli oligarchi che non sono né filorussi né antirussi, né filoccidentali né antioccidentali.
Il presidente Yanukovitch, spodestato dai moti di Maidan e ufficialmente filorusso era socio d’affari del Vicepresidente americano Biden. Aveva gettato in cella la Tymoschenko, ufficialmente occidentalista, perché corrotta da Gazprom; alla caduta di Yanukovitch il Cremlino aveva puntato proprio su di lei per le soluzioni diplomatiche. Insomma una situazione grottesca e putrescente come e più che in Italia o in Africa. Situazione grottesca e putrescente che non è andata migliorando né peggiorando.

Uscire da questa palude
La propaganda ufficiale ci ha spacciato la questione ucraìna come uno scontro frontale tra Russia e Occidente con accuse reciproche di apertura delle ostilità.
Sono stanco di ripetermi sostenendo che ambo le parti hanno inscenato una farsa perseguendo interessi comuni nella spartizione. 
Come sono stufo di ribadire quel che pure salta agli occhi immediatamente e cioè che l’alzare dei reciproci toni ostili ha invece accompagnato un cambio della politica russa che, anche con alcune ragioni, ha registrato il cambio di rapporti di forze, ora schiaccianti a favore degli Usa, e ha preferito accordarsi altrove che con Berlino iniziando a intendere nuovamente l’Europa non come un comprimario ma come una terra su cui provare a influire da fuori, insomma “imperialisticamente”.
Ho riportato fiumi di dati che dimostrano quanto accade visto che si chiede di dimostrare che dicembre è dicembre e non giugno, che la sera è sera e non giorno, come se non fosse evidente. Ripetersi sarebbe stucchevole.
Penso sia più opportuno capire cosa succede e quali sono i contenziosi in atto.
O, in altre parole, cosa può permettere a noi europei di uscire dal monopolio americano, rafforzato da questa Yalta minor.

Corsi e ricorsi storici
La Russia, presasi al volo la Crimea, non ha intenzione di annettere Donbass perché, se rimane federata con Kiev, sarà più difficile per quest’ultima schierarsi con la Nato o entrare nella Ue.
Il presidente Poroshenko, un altro affarista con russi e occidentali al tempo stesso, ha capitolato davanti alle pretese di Putin all’indomani della sconfitta di Ilovaisk dove, a detta sua, il 60 o 65% delle attrezzature militari sono andate distrutte.
Questa capitolazione ha avuto luogo alla vigilia del vertice Nato che si è limitato a sgridare i russi dicendo che li attende a braccia aperte per una nuova collaborazione strategica e ciò mentre gli aerei russi stavano aviotrasportando truppe Nato in Iraq.
A dare il colpo definitivo alla causa ucraìna era stato proprio Obama che aveva rifiutato ogni sostegno militare a Kiev.
Per mesi abbiamo sentito parlare di manovre Nato, ma non è intervenuto nessuno: le sole armi a Kiev sono state vendute da un russo in Canada.
Di fatto, nella spartizione ucraìna che per me è stata decisa a tavolino ben prima di Maidan ma che, quand’anche fosse stata frutto del dopo cambierebbe poco, si è parlato molto a sproposito del ruolo americano.
Certo Soros ha dato fuoco alle polveri, o si è vantato di averlo fatto, ma la Casa Bianca aveva un obiettivo ben diverso che, scientemente o ob torto collo, ha coinciso con quello putiniano.
A gettare benzina sul fuoco sono stati gli inglesi, certamente sostenuti da qualche settore yankee minoritario. Lo han fatto per sventare l’intesa germano-russa e la presa d’influenza di Berlino (corsi e ricorsi storici…) E se ne sono vantati, così come il governo polacco se ne è lamentato.
I tedeschi hanno rintuzzato non pochi colpi, tanto che Stefan Meister, capo del programma Est Europa e Asia Centrale al Consiglio tedesco di relazioni estere rivendica alla diplomazia germanica il risultato di distensione ad est. Quanto abbia ragione non è dato sapere, fatto sta che tutte le fonti, inglese, ucraìna, polacca, cinese, hanno sempre indicato in Berlino la regia dell’anticrisi.
Accompagnata ovviamente da parole di fuoco. Ma dobbiamo abituarci, nella politica di oggi i toni sono inversamente proporzionali ai gradi di tensione.

L’Unione Eurasiatica
Qual era dunque l’oggetto del contendere?
Come riporta Lotta Comunista, Dimitri Shlapentokh, docente di storia russa in Indiana, faceva notare già nel marzo scorso che “l’assenza di tensioni ad est aumenterebbe la distanza fra Berlino e Washington, cosa che Mosca potrebbe sfruttare”. “C’è – aggiungeva il docente – la possibilità di un ménage à trois in cui Mosca potrebbe trovare il modo di condividere l’influenza e forse anche il dominio nello spazio dell’Europa centro-orientale”.
Questo cade a cecio nella questione aperta dall’Unione Eurasiatica che permetterebbe all’Unione Europea di trattare in vista del TTIP.
Proprio i tedeschi, quelli che – ricordate? – hanno espulso gli agenti americani, accarezzano ufficialmente (Dottrine Schäuble)il sogno di un’emancipazione comune dal monopolio americano. Sono loro che trattano i termini del TTIP secondo una logica di “reciprocità”. Vale a dire di salvaguardia degli interessi industriali e commerciali occidentali previa la non ingerenza americana in Europa. E sono anche quelli che più di tutti sono interessati ad un rapporto organico e riequilibratore con l’Unione Eurasiatica.

Salviamo la Russia!
Da un anno in qua il Cremlino sembra aver dato troppo frettolosamente per persa la posizione tedesca e si è arroccato in tatticismi esasperati che vanno dalle spartizioni con gli americani (anche in Transnistria) alla svolta BRICS che, oltre a rafforzare il piano di multipolarismo squilibrato che proprio gli Usa propugnano, rischia di togliere respiro strategico alla Russia boccheggiante.
Perché la Russia boccheggia. Il rublo è soggetto a svalutazione ininterrotta che costringe la Banca centrale a interventi di sostegno. Il consigliere finanziario di Putin, Aleksei Kudrin, paventa lunghi anni di stagnazione.
D’altronde il miracolo russo del primo decennio del millennio è dovuto in larga misura all’aumento dei costi energetici, prodotto scientemente dagli americani al tempo del Rapporto Cheney.
La Russia non ha saputo però sfruttare la contingenza e non ha investito come si doveva. La tecnologia desueta mette a rischio il venti per cento della produzione attuale e rende proibitiva quella dei giacimenti troppo profondi o tropo distanti tra loro. 
I ricavi sono alle stalle. Al prezzo attuale si rischia la bancarotta visto che ogni dollaro in meno al barile comporta un incasso in meno di oltre due miliardi allo Stato russo.
Infine gli industriali reclamano la chiusura dello stato sociale.
Il ripiegamento verso la Cina più che una sponda offre a Mosca la soglia dell’orco fagocitante.
La Russia ha un solo interesse vero: riprendere le relazioni con la Germania e favorire, insieme ad essa, la nostra emancipazione dal monopolio americano nonché una complementarità eurussa.
Forse l’urgenza non poteva dettare di meglio, ma l’impressione è che Putin abbia sbagliato i calcoli.
Non sappiamo se le fonti tedesche e inglesi che concordano nel sostenere che Berlino avrebbe vinto la partita con Londra, siano così veritiere. Ma quella è la speranza.
Se questo è il caso allora il Cremlino ha valutato male ma non dubitiamo che sappia correggersi. 
Così se la Russia finanzia i populismi in Europa davvero nella misura dell’ultimo scoop c’è da augurarsi che contribuisca a far lor rettificare il tiro scegliendo come obiettivo il primo nemico e non chi lo contrasta, anche se sempre si tratta di capitalisti da rivoluzionare. 

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