I parlamentari che tradiscono gli elettori è un classico
Il liberal-populismo incarnato da Berlusconi aveva conquistato la piazza irritando le tecnocrazie finanziarie chiamate a confrontarsi con esso e non più libere di fare e disfare senza dar spiegazioni. Costrette pure, con ciò, a ridurre alcune mire, quali per esempio la moltiplicazione esponenziale del debito pubblico.
La lesa maestà contro la casta non è delitto da poco e prima o poi la si paga.
Per la seconda volta dal 1994 la guida politica del Paese è stata così rovesciata e sostituita con un golpe parlamentare. Il primo riuscito durante il Berlusconi IV dopo una serie di fallimenti in merito, il più clamoroso dei quali fu la congiura dei Proci di Fini Tulliani da Montecarlo, conclusasi con un risultato all’altezza del personaggio: una cocente e ridicola manifestazione d’impotenza.
Sicché il golpe se l’è dovuto fare in proprio la Goldman Sachs, mediante la Trilateral e con l’appoggio del Presidente della Repubblica, non a caso di tradizione e cultura comunista, quindi suddita della finanza.
Al governo liberal-populista è susseguito un direttivo tecnico (o meglio un direttorio) che sia per appartenenza, sia per scelte economiche e fiscali si trova esattamente all’opposto di quello che l’elettorato aveva richiesto.
Il lato pittoresco (tragico e patetico al contempo) della vicenda è l’assoluta, acritica, trasversale, completa, sottomissione di tutti gli “eletti del popolo”, leghisti esclusi, ad un golpe democratico che instaura una linea politica, economica e sociale opposta alla domanda degli elettori.
Domanda di cui tutti, palesemente, se ne fottono.
Qualcuno in giro almeno alza la voce contro quest’operazione “antidemocratica”. Avrebbe ragione se la democrazia fosse in qualche modo espressione del volere popolare e strumento di partecipazione.
Cosa che non è minimamente. La democrazia, quantomeno quella provvista di Parlamento, è il sistema di controllo più dirigista, totalitario e autoritario immaginato e prodotto dall’uomo. E’ un sistema in cui le istanze popolari vengono innanzitutto incanalate in contenitori differenti se non opposti (stile opposti estremismi), incaricati di far sfogare passioni e ideali in logiche da guerra civile. Si contrappongono le istanze, spesso identiche ma mobilitate sotto simboli avversi e mediante raggruppamenti antropologici solitamente non empatici tra loro e perciò sospinti naturalmente alla reciproca insofferenza. E ciò che rimane dopo la contrapposizione, oltre all’astio reciproco che fa identità per difetto, viene sminuzzato e stemperato in Parlamento fino a produrre grigie poltiglie insipide.
Sopra al Parlamento e ben al di sopra del popolo diviso e sfruttato stanno oligarchie di sfruttatori che impongono politiche sempre antinazionali e quasi sempre antisociali. E che quando propongono invece politiche che si pretendono sociali le intendono come sistemi assistenziali.
La democrazia (perlomeno quella fornita di Parlamento) è la paralisi della partecipazione, la dismissione della Nazione, la divisione del popolo e la sottomissione, individuale e collettiva, della gente. Le sue istituzioni consentono però di tener in vita una fiction in cui tutti s’appassionano e si sentono coinvolti in partite elettorali, vissute come turni della Coppa Italia, nelle quali si tifa fino a tarda notte per questa o per quella nullità.
Una pagliacciata perfetta.
Se però per una ragione qualsiasi, per un imprevisto (quali sono stati la forza della Lega e l’eccezione del berlusconismo paracadutato nei salotti senza fare anticamera) il Parlamento non esegue esattamente le disposizioni impartite, o se per una ragione qualsiasi in Parlamento si fanno addirittura strada istanze popolari, allora bisogna utilizzare il Parlamento per mettere in riga il Parlamento.
E’ quello che è accaduto in Italia in questi giorni. Ma è un classico. Dopo la caduta di Napoleone III i francesi andarono alle urne nel gennaio del 1872. Gli eletti avrebbero determinato la Costituzione del Paese. La maggioranza degli eletti si era presentata in liste monarchiche, i francesi si erano pronunciati per una seconda Restaurazione e avevano votato chi doveva proclamarla. Molti degli eletti monarchici votarono invece per la Repubblica, la III, che venne istituzionalizzata tre anni dopo. I Goldman Sachs, le Trilateral di allora usarono gli eletti contro gli elettori per dimostrare loro quanto vale il proprio voto.
Nel 1992 in Danimarca accadde qualcosa di simile: i danesi rifiutarono l’adesione alla UE per referendum e il referendum venne considerato non valido, non vincolante.
Gli italiani del resto avevano deciso per referendum di abrogare il Ministero dell’Agricoltura: gli cambiarono nome.
Sarebbe forse ora che si comprendesse che non c’è soluzione al’interno della democrazia parlamentare, ma che le possibilità di autonomia, di salvaguardia, di libertà, di crescita stanno tutte in un binomio che si fonda sull’organizzazione e sull’autonomia di forze popolari da un lato e sull’incontro di queste con un autocrate dall’altro.
Chiunque si dia una ripassata alla storia e lo faccia senza pregiudizi inculcati, si accorgerà che libertà, dignità e partecipazione esistono solo quando c’è questo binomio che mette in riga le caste dei potenti. Cesarismo, monarchia popolare, bonapartismo, fascismo, peronismo.
La democrazia è invece quel mostro osceno che ben s’identifica nei volti di questi ministri che ci liquideranno.
Della democrazia questi signori, questi camerieri dei banchieri, questi commissari politici, questi rapaci, esprimono la quintessenza.
