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E la verità si offre nuda a noi

Quello che l'esito referendario deve insegnarci

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Tante le grinte, le ghigne i musi, vagli a spiegare che è primavera!

Tutti tristi, indignati, incazzati e in cerca di colpevoli?

Affermai che sarebbe servito un vero miracolo per ottenere la vittoria in un referendum che vedeva compatte tutte le camarille perché la riforma avrebbe messo in discussione i poteri assoluti e i privilegi di una casta ereditaria che tiene in ostaggio tanto il paese legale quanto il paese reale con il sostegno di tutto quello che oggi si definisce “deep state”. Deep state che, a sua volta, la casta garantisce nella tenuta e nell’alimentazione.

Non c’era partita. Solo chi s’illude a proposito dell’equità democratica e non ha ben chiara la differenza tra organizzazione oligarchica e consensi individuali, può aver pensato che fosse possibile vincere.
Il vero errore è consistito nella fiducia ingenua nella favola democratica che vela una realtà sempre molto diversa.

Al referendum era impossibile non andare, ma per vincerlo sarebbe servito un intervento divino

E si spera che se ne terrà conto in seguito.

Ora tutti sottolineano gli errori di comunicazione del Sì.
C’è parecchio di vero, ma non ci sarebbe potuta essere partita basata sul convincimento dialettico perché si sa benissimo, come lo si vede dai successi quotidiani dei talk show che sono mediamente sguaiati e disgustosi, che non esiste mai confronto razionale, che prevalgono gli strilli e gli insulti e che sono questi che piacciono.

Inoltre le camarille hanno in mano la gran parte dei media, chiunque stia al governo, e non c’era perciò maniera di confrontarsi sul serio senza subire costanti sabotaggi, discreti quanto sfacciati.

La sola mossa che forse avrebbe potuto modificare, non dico il risultato, ma il gap, sarebbe stata di preparare esclusivamente delle brevi video clip.
Una che mostrasse come la giustizia funziona nelle altre nazioni e che attestasse sia la modernizzazione che la trasparenza della riforma.
Un’altra che spiegasse esattamente cosa sarebbe cambiato.
Una terza che dimostrasse quanto la politica è – oggi – coinvolta con la gestione consociativa della casta giudiziaria e come, appunto, questo si sarebbe trasformato.

Più che dimostrare razionalmente che la casta stava mentendo su tutto, sarebbe stato utile farlo dedurre agli elettori stessi, usando poche frasi e buone immagini.
Se si fossero convinti da soli, nessuno avrebbe intaccato le loro certezze.

Il No avrebbe vinto comunque

perché basta dare un’occhiata a come reagisce l’elettorato, non solo quello italiano, quando viene chiamato ad avallare modifiche.

Non soltanto si partiva in svantaggio di diverse centinaia di migliaia di voti organizzati dalle scuderie avverse, ma c’era in gioco la psicologia generale che è conservatrice, non ideologicamente, mentalmente. Prevale la logica – ripulita in salotto – del contadino “scarpe grosso, cervello fino”.
Tutti i cambiamenti sono stati sempre rifiutati perché “non si sa mai”.

Passano solo quelli che promettono di far risparmiare denaro. Per esempio i tagli dei parlamentari.

Non si può quindi cambiare nulla?

No, se la decisione è affidata esclusivamente all’elettore. In qualunque paese e in ogni situazione è così: ad assumersi le responsabilità, soprattutto quelle dell’autonomia, che è una scelta impegnativa per le pecore, è sempre una stretta minoranza.

Però se lo richiede il potere (non il governo, non la maggioranza, il potere che non è precisamente sinonimo dei due), allora diventa un plebiscito.

Così è stato in Francia sia quando è stato chiamato all’unanimità il Maresciallo Pétain (poi tradito ovviamente dopo aver fatto il suo dovere di salvare la nazione), sia quando venne creata la repubblica presidenziale con de Gaulle. Nel lasso di soli 18 anni!

Così in Spagna con la Costituzione.
Perché tutte le centrali di potere erano d’accordo e il popolo ha eseguito sollevato.

Se il potere – non il governo o la maggioranza – avesse voluto riformare la giustizia, il Sì avrebbe vinto con percentuali bulgare.

Esorto quindi a non dare tutta quest’importanza agli errori di comunicazione e a concentrarsi su quello che è essenziale. Nello specifico la sociologia del potere e la psicologia delle masse.
Ogni modifica incontra sempre la resistenza di chi perde privilegi o potere e la sua forza di attrito si sposa con la grettezza e con la pavidità dei più.

C’è però dell’altro. Al di là della carenza di lobby di popolo che possano competere con il marciume clientelare, esiste pur sempre la spinta cesarista del populismo sano che – consapevole di non saper decidere – affida a chi lo guida il compito di sfidare il marcio.

Tutto questo non è cambiato. Non è questo ad essere stato sconfitto, perché la trama era un’altra.

Ma la sconfitta inevitabile del cambiamento è intesa come preludio per sconfiggerlo da ora.

E qui si deve rompere lo schema, non farsi dettare l’agenda e men che meno il clima

Sapendo che dalle 15 del 23 marzo è partita la caccia con l’intento di sterminare ogni anelito di libertà.

E non lo nascondono.

Poco importa se ti chiami Enrico Mattei, Bettino Craxi, o Silvio Berlusconi, il potere reale, con il suo tanfo e il suo incurabile e congenito rancore, vuole tagliare le gambe a chiunque non strisci.

Così possiamo goderci perfino lo spettacolo di quel Giuseppi Conte che ha fatto da zerbino a Trump, che ha provato a far entrare i soldati russi nelle nostre basi – che hanno trovato però il sano e coraggioso rifiuto del nostro esercito – e che ci ha svenduti alla Cina, che osa accusare di subalternità Giorgia Meloni.

La quale però è la prima politica italiana, quasi cinquant’anni dopo Aldo Moro, a essere minacciata mafiosamente di morte da un “alleato” americano di destra. Dopo essere stata insultata dal buffone Bannon. Lei, non certo i Giuseppi o gli ultrà.

Ma quanti se ne avvedono? E, soprattutto, quanti preferiscono minimizzarlo, favorendo così sempre e comunque il nemico?

La lezione quindi è che

se da un lato si deve operare per la lobby di popolo, dall’altra si deve comprendere la differenza essenziale tra spinte cesariste, bonapartiste, peroniste, o come meglio volete chiamarle, e imparare a fare leva su ambo le cose, ben sapendo chi e cosa si ha contro.

E ridurre pertanto gli spazi d’intervento e di decisione di tanti soggetti che si trovano tra la leader e il suo popolo.

Così si riuscirà a togliere anche il freno a una nuova, indispensabile, riforma della Magistratura.

Il popolo, pur fingendo il contrario, non vuole decidere, bensì decidere chi decide.

Dagli amici mi guardi Iddio

Peraltro ho la convinzione che per motivi non confessabili, molti del centrodestra abbiano lasciato la Meloni da sola costringendola a entrare direttamente in campo contro ogni sua intenzione.

Perché – non è solo una caratteristica italiana, ma qui è molto sfacciata – la tattica più usata contro qualcuno è il subdolo tradimento.
Seguito da tentativi di sedizione, anche preparati e pilotati da lontano con la promozione di personaggi “irriducibili” che – come dei Giuseppi dall’altra parte – si atteggiano a duri e puri e insultano quelli da cui in realtà dipendono e per i quali lavorano.

Chi vuol capire capisca.

So che in diversi faranno finta di non avere colto perché amano farsi stuprare il cervello mille e mille volte. Anche questo è scontato.

Non dimenticarlo mai: il primo nemico sei tu, ma il secondo ce l’hai più spesso vicino che non di fronte.

La vittoria del No, in sé e per sé non merita neppure troppa attenzione, quello che conta è tutto quello che la precede, l’ha accompagnata e intende sfruttarla. Anche tra i felloni nel Sì.

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