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E ora dopo il 18

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Cosa cela la sceneggiata del governo Monti e delle dirigenze sindacali

La riforma del lavoro non riguarda più di tanto l’articolo 18. Non soltanto perché  copre una parte non maggioritaria dei lavoratori, né per il fatto che le sue tutele erano state già ampiamente aggirate da tempo. Fossilizzarsi così sull’articolo 18 è stata più che altro una scelta propagandistica.
In primo luogo perché si poteva sfruttare la contrapposizione tra i lavoratori di qualsiasi categoria e quelli, maggiormente protetti, del pubblico impiego. Poi perché la struttura pubblica italiana è elefantiaca, disfunzionale, genera passivi immensi e non va proprio, ed è dunque difficile sostenerne più di tanto l’inviolabilità.
Inoltre perché, portando il contenzioso sull’aria fritta, si sarebbe offerta ai sindacati l’illusione di aggrapparsi a qualche concessione formale da strappare all’ultimo istante.
Soprattutto, però, fossilizzarsi su di una questione tanto chiassosa quanto non strategica è stata una scelta intelligente perché la facile vittoria del governo sarebbe stata un’altra bandiera da sventolare all’estero, a quei tecnocrati cosmopoliti di cui il primo ministro Monti fa parte integrante e ad alto grado.
Tutto sommato si è trattato dunque di una buffonata sostanziale.
Il problema è che questa buffonata sostanziale ha prodotto un precedente formale e ideologico che si sostanzierà presto in ben altri delitti contro il lavoro, il salario e la socialità.
Il nuovo governo spagnolo, anch’esso come il nostro formato da commissari fallimentari, ha introdotto norme che a seconda dei casi dimezzano o addirittura cancellano la liquidazione dei lavoratori licenziati.
Questo è uno degli obiettivi che Monti, Fornero e complici non annunciano chiaramente  ma che hanno nel carnet e che, con la vittoria formale sull’articolo 18, diventano più facili da raggiungere, essendo l’opinione pubblica da oggi convinta dell’impossibilità di opporsi alle prepotenze del capitale.
Costi sanitari improponibili, salari inadeguati alla vita, pensioni a rischio, posti non garantiti, tutele zero, ammortizzatori ridicoli, salari e risparmi tassatissimi e annullamento della liquidazione.
Questo è l’avvenire del lavoro secondo i nostri governanti ed è quello che ci toccherà.
Il colmo dei colmi è che noi riusciremo a sommare tutti i danni elefantiaci dell’assistenzialismo a quelli del liberismo. Perché dell’assistenzialismo conserveremo l’infinita burocrazia e tutti i lacci e lacciuoli che frenano l’iniziativa ma perderemo i vantaggi sociali. Del liberismo prenderemo tutti gli aspetti cinici, atomizzanti, individualizzanti, sprezzanti ed antisociali ma non la libertà d’iniziativa che resterà bloccata dalla carcassa dell’assistenzialismo.
Questo è il nostro futuro.
In attesa che una ricomposizione peronista delle forze sociali non provi quantomeno a cambiarlo.
Dalle “forze” politiche è chiaro che non c’è da attendersi nulla.
 

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