
L’internazionlaizzazione del controllo fiscale tesa solo a paralizzare le nostre economie
Agli inizi di settembre, nella, da tutti decantata, «splendida cornice» del Palazzo di Costantino – che l’architetto veneziano Nicola Michetti progettò, nel 1720 a Strelna, sobborgo di San Pietroburgo per un ramo dei Romanov – l’atmosfera, al di là dei sorrisi di posa, appariva tesa e gelida, manco si fosse in dicembre inoltrato. Su tutto, ovviamente, gravava la tensione fra il nuovo zar di tutte le Russie, Vladimir Putin e l’ormai invecchiato e sbiadito «ragazzo meraviglia» venuto da Chicago, l’uomo del «nuovo sogno americano» il Nobel per la Pace sulla fiducia Barack Obama. Tensione legata alla volontà del Presidente statunitense di veder avallare dal consesso del G20, o per lo meno dalla maggioranza di questo, la sua decisione di un intervento militare in Siria volto, ufficialmente, a porre fine alla strage di civili inermi con l’uso di armi chimiche, ma in realtà mirato a rovesciare il regime di Assad, favorendo il (cosiddetto) Fronte dei Ribelli pesantemente infeudato da estremisti salafiti sponsorizzati e sostenuti dall’Arabia Saudita e dal Qatar, i due alleati privilegiati da Obama nella regione mediorientale. Prospettiva che, inevitabilmente, faceva e fa infuriare Putin, la Siria degli Assad essendo storicamente il più solido alleato di Mosca nella regione, nonché l’unica base operativa della Flotta Russa nel Mediterraneo. Ovvio quindi non soltanto il gelo fra i due, ma anche l’impasse di tutto il vertice, che ha lasciato ad analisti ed osservatori la sensazione di un, sostanziale, nulla di fatto.
Sensazione, però, decisamente sbagliata, ché, in realtà, a San Pietroburgo le Grandi e medie Potenze della Terra una qualche decisione sembrano davvero averla presa. E si tratta di decisioni che se certo non afferiscono al sogno della «Pace nel Mondo» o, all’opposto ai rischi di una Guerra Globale scoppiata per Damasco, appaiono comunque destinate ad incidere pesantemente sulla vita di noi tutti. Una su tutte: l’istituzione, sotto formale controllo dell’Ocse, di una squadra speciale di «ispettori fiscali senza frontiere». Notizia che ha avuto poca e sovente nessuna risonanza sui media internazionali: inevitabilmente, visto che i venti di guerra che soffiano sulla Siria esercitano un’attrazione ben più forte per analisti, giornalisti e pubblico, della nascita di una nuova, presumibilmente grigia, squadra di burocrati sovrannazionali. Tuttavia la notizia a noi è apparsa non soltanto curiosa, ma anche decisamente interessante e degna di una maggior considerazione.
Dunque, questa «squadra speciale» dovrebbe rappresentare il braccio esecutivo di un, vasto e complesso, progetto di lotta all’evasione e all’elusione fiscale, due cancri che erodono sistematicamente le ricchezze delle nazioni, in particolare di quelle più industrializzate. E noi italiani, ne sappiamo qualcosa. Un progetto che prevede la definizione di nuovi meccanismi normativi comuni fra i venti «grandi» e la loro estensione progressiva anche ai Paesi esterni a questa cerchia, per riuscire, finalmente, a colpire il male endemico dei «Paradisi fiscali». In questo contesto gli ispettori internazionali dovrebbero esercitare l’ufficio di monitorare il fenomeno dell’evasione nel contesto globale, e fornire ai singoli Stati gli strumenti per colpire l’evasione al di là dei propri confini internazionali. Ovviamente, questo richiederebbe un assolutamente franco scambio di informazioni fiscali fra gli Stati, nonché l’adeguamento di tutti a normative che impediscano a singoli, gruppi industriali e, soprattutto, Multinazionali di spostare sistematicamente le loro residenze fiscali in paesi con un più basso regime di tassazione, eludendo cosi il fisco.
Bello, anzi bellissimo… e giusto, anzi sacrosanto… una decisione improntata al fine della giustizia sociale, dell’equità, della fine di vergognose sacche di privilegio e di elusione delle leggi… insomma, una gran bella storia. Ma. appunto, soltanto una storia, un mito, una favola… che, con la realtà afferisce poco o nulla. Intanto perché nessuno può seriamente pensare che i paradisi fiscali – i veri «Stati canaglia» dell’economia globalizzata – rinuncino, di punto in bianco, alle loro prerogative, che rappresentano anche la loro principale, se non unica fonte di entrate. Perché senza di queste alle Cayman, alle Isole Vergini e simili si tornerebbe, probabilmente a vivere di pesca e/o di cannibalismo… e la stessa Montecarlo si ridurrebbe ad un porticciolo per regatanti. Ergo, scontato che questi oppongano il rifiuto ad ogni controllo, e, a meno di non inviarvi le cannoniere, vietino qualsiasi operatività ai «poveri» ispettori fiscali internazionali. I quali, altrettanto certamente non avranno alcuna possibilità di mettere il naso negli affari e affaracci dei grandi gruppi finanziari e, peggio ancora, delle Multinazionali. Ve lo immaginate voi l’ispettore fiscale che si presenta, che so, alla porta di una delle ville di George Soros o, più in piccolo, da Marchionne e chiede di controllare i libri mastri? Gli lancerebbero dietro, un branco di pitbull e dobermann assetati di sangue…
Infatti, leggendo fra le righe della decisione presa al G20 scopriamo che, per ora (e non a caso lo sottolineiamo) gli ispettori fiscali limiteranno la loro azione nell’ambito dei paesi sottoscrittori dell’accordo, ovvero essenzialmente fra quelli economicamente più avanzati. È evidente che, fuori dal mazzo di costoro, vanno tirati fuori molti, Cina, India, la stessa Russia, se non altro perché assolutamente indisponibili a cedere importanti prerogative della loro sovranità nazionale ad un vago ed indefinito ente internazionale. Togliamo, poi, gli sceicchi sauditi, che di capitali all’estero ne detengono a iosa e che, del fisco, nazionale ed internazionale, se ne strafregano alla grande. Togliamo, infine, gli USA. In primo luogo perché le loro tasse sono ben più basse di quelle della media occidentale, e le politiche fiscali troppo opprimenti incontrano la ferma ostilità della maggioranza degli americani. In seconda istanza perché le Multinazionali saranno, anche multinazionali, ma hanno cuore e testa a Wall Street – oltre che nella City di Londra – e lì determinano, per importante quota parte le decisioni del Congresso e della Casa Bianca. Anzi, determinano anche chi debba entrare, ogni quattro anni, alla Casa Bianca. La democrazia è una bellissima cosa, ma per vincere le elezioni presidenziali ci vogliono molti, davvero molti dollari. E Obama – il candidato più finanziato da Merchant Bank e Multinazionali di tutta la storia statunitense – lo sa bene…
Allora, che cosa resterà a questi ispettori, oltre alle, prevedibili, lucrose indennità? Naturalmente la nostra piccola Europa, e paeselli in declino come l’Italia, sempre troppo pronta ed entusiastica nell’aderire a iniziative di questo tipo e a rinunciare a fette di sovranità nazionale. E a pagarne lo scotto saranno, al solito, i piccoli e minimi, tormentati da una sorta di Equitalia Globale; mentre i pesci grossi, gli squali continueranno a godersi il frutto delle loro speculazioni negli usuali paradisi fiscali.

