I politici scandalizzati dal datagate
In tutto questo pasticcio delle intercettazioni statunitensi rivelate da Edward Snowden sento levarsi una puzza d’ipocrisia.
Troppe volte i governanti (anche europei) hanno detto che la sorveglianza elettronica sistematica, il tracciamento di tutte le transazioni economiche e la raccolta a lungo termine di dati sono una necessità anche nelle società che si definiscono democratiche, perché c’è il terrorismo, e soprattutto hanno spesso zittito chi osava chiedere il rispetto del diritto fondamentale alla privacy insinuando che soltanto chi ha qualcosa da nascondere ha paura della sorveglianza.
È un mantra che sento ripetere anche a tante persone comuni, che sono indifferenti alla marea montante di rivelazioni su quanto siamo spiati perché, dicono, tanto non hanno nulla da nascondere.
La notizia dei giorni scorsi, proveniente dal Guardian, è che l’NSA avrebbe spiato le comunicazioni telefoniche di almeno 35 leader politici e militari del mondo. È partito subito il coro degli indignati, in Francia e Germania (con Hollande e Merkel in testa) ma anche in Italia.
Cari politici, adesso che siete voi a essere intercettati, la cosa improvvisamente dà fastidio ed è uno scandalo inaccettabile. Ma scusate un momento: se non avete niente da nascondere, perché vi indignate?
È il solito teatrino della sicurezza: i politici strilleranno, manderanno lettere di ferma protesta a Washington, il governo americano giurerà che davvero non lo farà mai più (ma in realtà continuerà a farlo, perché così fan tutti – perlomeno tutti quelli che possono), i nostri governanti potranno vantarsi pubblicamente di aver risolto il problema e noi, che eleggiamo questi commedianti della sicurezza, faremo finta di crederci.
