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	<title>NoReporter</title>
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	<title>NoReporter</title>
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		<title>Bibì e Bibò</title>
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		<dc:creator><![CDATA[noreporter]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2026 22:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Storia&sorte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Iran e USA</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il 5 luglio 1989 Oliver North (in foto) viene condannato dal giudice distrettuale statunitense Gerhard A. Gesell, a tre anni con la condizionale, due di libertà vigilata, 150000 $ di multa e 1200 ore di servizio comunitario. Sono gli effetti dell&#8217;Irangate che prova come gli iraniani siano armati da israeliani e americani per combattere l&#8217;Iraq. <br>Per non meno di quarant&#8217;anni durerà questa complicità per distruggere i regimi laici e filoeuropei nel Medio Oriente e infettare l&#8217;area con gli odi religiosi intermusulmani e contro gli &#8220;infedeli&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il porcile ianiano è responsabile diretto di tutte le avanzate americane e israeliane nell&#8217;area. Se ora con Israele il cointeresse è oggi terminato, fattualmente con gli USA permane, visto che entrambi stanno bloccando lo Stretto di Hormuz e che &#8211; alzando le tensioni interregionali &#8211; hanno prodotto l&#8217;allargamento dei players sunniti in loco (Turchia e Pakistan) nella logica di spartizione rissosa così cara alla dottrina della Casa Bianca,</p>
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		<title>La rinascita di una nazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[noreporter]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2026 22:47:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Storia&sorte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Germania Eterna</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il 4 luglio 1954 a Berna la Germania Ovest sconfigge l&#8217;Ungheria per 3-2 e vince la sua prima Coppa Rimet dando uno schiaffo a tutti coloro che l&#8217;hanno divisa e occupata.</p>
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		<title>Dal più grande acceleratore a uno più grande</title>
		<link>https://noreporter.org/dal-piu-grande-acceleratore-a-uno-piu-grande/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ANSA]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2026 22:42:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CERN</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Così in quelle strane stanze</p>



<p class="wp-block-paragraph">Large Hadron Collider (Lhc) del Cern di Ginevra. Undici anni dopo l&#8217;upgrade che ha segnato l&#8217;avvio del funzionamento ad alte energie, il più grande acceleratore di particelle del mondo è stao spento il 29 giugno per dare il via a quattro anni di aggiornamento e manutenzione.<br>Al termine dei lavori nasce HiLumi Lhc, la versione ad alta luminosità dell&#8217;acceleratore, destinata a entrare in funzione nel 2030: grazie a un numero di collisioni molto superiore, permetterà di studiare con maggiore precisione fenomeni noti (come il bosone di Higgs) e di aumentare le possibilità di osservare eventi rari oltre che possibili segnali di una nuova fisica. A raccontarlo sono gli stessi fisici del Cern, in diretta streaming dal loro di controllo dell&#8217;acceleratore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Domenica 14 giugno Lhc ha terminato la sua attività scientifica con la conclusione della raccolta dati del Run 3, come dice l&#8217;addetto alle operazioni Jorg Wenninger. Le due settimane seguenti sono state dedicate a test e operazioni di preparazione, al termine delle quali circoleranno gli ultimi fasci di particelle. &#8220;Sarà molto emozionante&#8221;, afferma Gautier Hamel de Monchenault, direttore della ricerca e del calcolo scientifico del Cern. &#8220;Sarà triste vedere gli ultimi fasci, ma siamo sicuri che torneremo più forti di prima per godere dell&#8217;analisi di nuovi dati&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lhc ha iniziato la sua attività nel 2008 e da allora ha affrontato diversi &#8216;long shutdown&#8217;, ovvero lunghe soste programmate. La prima (2013-2015) è servita a consolidare i collegamenti tra i magneti superconduttori per raggiungere energie più elevate. La seconda (2018-2022) si è concentrata sul rinnovamento del sistema di iniettori (la catena di acceleratori più piccoli che alimenta Lhc) e sull&#8217;upgrade dei grandi rivelatori per gestire una maggiore quantità di dati.<br>Il terzo shutdown, che inizierà fra pochi giorni, &#8220;sarà molto impegnativo e durerà quattro anni&#8221;, precisa Bettina Mikulec, capo del gruppo operativo del Cern. &#8220;Affronteremo operazioni complesse, come la realizzazione di nuove gallerie, la deposizione di chilometri di cavi e l&#8217;installazione di nuovi strumenti: serviranno mesi solo per riscaldare la macchina e portarla alla temperatura prevista per l&#8217;upgrade&#8221;.</p>
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		<title>Forse il drago cinese era questo</title>
		<link>https://noreporter.org/forse-il-drago-cinese-era-questo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2026 22:38:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Note]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parente del velociraptor</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">geopop.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella Formazione Xiagou del bacino di Changma, nel Gansu nord-occidentale, nella Cina centro-settentrionale, un gruppo di scienziati dell&#8217;Istituto di Paleontologia dei Vertebrati Paleoantropologia&nbsp;dell&#8217;Accademia Cinese delle Scienze, ha ritrovato oltre 100 scheletri parziali di uccelli del Cretaceo inferiore (145-99 milioni di anni fa), molti perfino con piume e tessuti molli conservati. Si tratta di un nuovo parente del Velociraptor, vissuto nell&#8217;area 124-120 milioni di anni fa.<br>Nessun resto scheletrico di dinosauro non-aviare era mai stato descritto da questo giacimento. Lo studio, pubblicato sugli Annals of Carnegie Museum, con Ling-Qi Zhou come capofila, colma questa lacuna, descrivendo il Jian changmaensis, un nuovo dromaeosauride del clade Microraptoria. Il nome fa riferimento allo Jiān,&nbsp;un uccello mitologico cinese a un&#8217;ala sola, in riferimento alla natura simile agli uccelli dell&#8217;animale e alla composizione del reperto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le caratteristiche fisiche<br>L&#8217;analisi filogenetica ha collocato Jian changmaensis all&#8217;interno dei Microraptoria, espandendo la distribuzione geografica del clade al nord-ovest della Cina. Tutti gli altri microraptorini del Cretaceo inferiore erano stati rinvenuti nel nord-est cinese. I dinosauri aviani sono tutti gli uccelli moderni e i loro antenati estinti e discendono da piccoli dinosauri teropodi piumati vissuti nel Giurassico e, a differenza dei dinosauri non aviani come il T-Rex o il Triceratopo, possiedono un apparato scheletrico adattato al volo attivo. L&#8217;avifauna è stata dominata dall&#8217;ornithuromorfo Gansus yumenensis, il primo uccello mesozoico scoperto in Cina nel 1981.<br>L&#8217;olotipo è un arto anteriore sinistro parziale e cintura pettorale articolata, catalogato come GSGM-D050 e conservato al Museo Geologico del Gansu. Comprende scapulocoracoide completo, omero, radio e ulna, attribuibili a un individuo adulto o quasi adulto, come indicano la superficie ossea liscia e la fusione completa della scapulocoracoide. Secondo le ricostruzioni degli studiosi, le ali avrebbero consentito allo Jian changmaensis di planare come uno scoiattolo volante, usando le piume come una membrana utile per rallentare gli atterraggi.<br>Le dimensioni sono intermedie tra il piccolo Microraptor zhaoianus e il più grande Sinornithosaurus millenii. La specie è caratterizzata da tre caratteristiche uniche: un coracoide proporzionalmente più lungo rispetto all&#8217;omero di qualsiasi altro microraptoria noto; condili distali dell&#8217;omero sviluppati sulla superficie craniale dell&#8217;osso, una condizione più simile agli uccelli che agli altri dromaeosauridi; e un forame ben sviluppato sulla faccia ventrale prossimale del radio, non descritto in nessun altro dromaeosauride noto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Un eroico esempio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[noreporter]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2026 22:32:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Storia&sorte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche di mistica patriottica</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il 3 luglio 1949 capitola la Repubblica Romana, espugnata dalle forze massoniche francesi alleate del Papa.</p>
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		<title>Là in mezzo al mar ci stan camin che fumano</title>
		<link>https://noreporter.org/la-in-mezzo-al-mar-ci-stan-camin-che-fumano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tgcom24]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 22:52:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Glob]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E non solo</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Allarme cinese</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ministero della Sicurezza della Cina ha accusato agenzie di intelligence straniere di utilizzare nuove tecnologie di spionaggio marittimo, tra cui boe di rilevamento, animali marini dotati di sensori, droni oceanici e dispositivi elettronici installati sulle navi, per sottrarre dati sensibili a Pechino. Come riportato da Global Times il ministero ha spiegato che in alcune aree marittime cinesi sarebbero state individuate boe equipaggiate con sensori acustici ad alta precisione, in grado di raccogliere dati in tempo reale, comprese le firme sonore dei sottomarini cinesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pechino ha inoltre denunciato il ritrovamento di grandi animali marini, definiti &#8220;tartarughe spia&#8221; e &#8220;pesci spia&#8221;, equipaggiati con sensori per monitorare temperatura dell&#8217;acqua, salinità e correnti marine, con trasmissione dei dati via satellite all&#8217;estero. Secondo il ministero, anche alcune aziende straniere avrebbero promosso dispositivi elettronici per navi mercantili presentati come servizi marittimi, ma utilizzabili per monitorare attività portuali e raccogliere informazioni strategiche. Le autorità cinesi hanno invitato cittadini e armatori a segnalare dispositivi sospetti e a evitare installazioni di apparecchiature di origine sconosciuta.</p>
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		<title>L&#8217;osso buco</title>
		<link>https://noreporter.org/losso-buco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 22:49:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Note]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Altre romanità</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">storicang.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando si cerca di immaginare la vita quotidiana in qualche città dell’impero romano, di solito si pensa a persone con tuniche che mangiano o bevono qualcosa nei thermopolia, che comprano frutta o verdura in una bancarella, oppure a qualche artigiano che forgia una spada o dà forma a un’anfora all’ingresso della propria casa.<br>Ma esistevano molte altre industrie che tendono a passare inosservate, sia per la mancanza di tracce archeologiche, sia perché i resti ritrovati non forniscono molte informazioni. Finché a qualcuno non viene in mente di sistematizzare alcuni ritrovamenti e scopre indizi che erano passati inosservati ad altri ricercatori. Come accade con l’industria della carne nell’impero romano.<br>Anche se abbiamo ereditato dalla società romana molti aspetti della nostra quotidianità, molti altri sono profondamente diversi. I romani percepivano la sessualità in un modo abbastanza diverso dal nostro e alcune delle loro abitudini di sicuro ci risulterebbero scioccanti</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che cosa facciamo con queste ossa?<br>Per generazioni, gli archeologi che scavavano tra i resti di antiche città romane dell’Europa centrale si sono imbattuti nello stesso problema: enormi accumuli di frammenti di ossa di mucca, talmente spezzati e apparentemente caotici che risultava quasi impossibile trarne conclusioni. Venivano catalogati, pesati e conservati. Ma nessuno sapeva bene cosa farne.<br>Un’équipe di ricercatori dell’Università di Vienna offre una risposta. Analizzando depositi di ossa provenienti da tre insediamenti romani nell’attuale Austria &#8211; Carnuntum, Ovilava e Lauriacum, tutti situati lungo il Danubio &#8211; hanno dimostrato che quei frammenti non sono rifiuti casuali, ma il risultato di una catena di lavorazione perfettamente pianificata, eseguita con tale regolarità che i suoi schemi si ripetono da città a città.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un rompicapo osseo<br>Secondo quanto precisa lo studio pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Archaeological Science: Reports dagli archeologi N. I. Kirchengast e G. K. Kunst, ciò che colpisce di questi depositi ossei non è solo la loro quantità &#8211; in alcuni casi si contano migliaia di ossa &#8211; ma anche la loro uniformità.<br>A Carnuntum, antica capitale della provincia romana della Pannonia superiore, i ricercatori hanno trovato un vero e proprio “orizzonte di schegge ossee”: uno strato denso e compatto, composto quasi esclusivamente da frammenti di ossa lunghe di bovino (note come BSD, acronimo di long bone splinter deposits), molti dei quali bruciati. Il novantanove per cento del materiale era di vacca, una percentuale simile a quella riscontrata nei depositi del pozzo romano di Ovilava, dove raggiungeva il novantasette per cento.<br>Ciò che ha attirato l’attenzione degli scienziati è che le ossa ritrovate sono sempre le stesse: omero, radio, femore e tibia. Mai i metapodi, le ossa della parte inferiore delle zampe, che probabilmente venivano separati prima per essere usati nella produzione artigianale. Le epifisi &#8211; le estremità articolari delle ossa &#8211; sono del tutto assenti, mentre le diafisi, i frammenti della parte centrale dell’osso, dominano in modo assoluto. Non si tratta di una coincidenza: qualcuno processava deliberatamente le ossa in un modo specifico e scartava sistematicamente le parti che non interessavano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La traccia degli strumenti<br>Ancora più rivelatori sono i tagli. Sulla superficie dei frammenti, i ricercatori hanno identificato segni di raschiatura profonda &#8211; chiamati scoop marks &#8211; che indicano che la carne è stata rimossa dall’osso con lame a foglia corta, probabilmente quando era già stagionata o affumicata. La carne essiccata aderisce all’osso in modo diverso rispetto alla carne fresca, e questo lascia tracce differenti. Dopo la raschiatura avveniva la frattura assiale: l’osso veniva spezzato longitudinalmente per accedere al midollo, quel grasso osseo ad alto valore calorico e nutrizionale che i romani sfruttavano sia per cucinare sia, probabilmente, per produrre colle o sostanze grasse.<br>I ricercatori ritengono che il meccanismo di produzione fosse il seguente: prima l’animale veniva macellato e sezionato; poi alcune parti &#8211; probabilmente interi arti &#8211; venivano affumicate per la conservazione. Successivamente la carne stagionata veniva affettata, e infine le ossa, ormai pulite, venivano fratturate in modo sistematico. Ciò che restava erano quelle schegge che oggi si trovano in pozzi, fosse e strati di livellamento delle strade romane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più proprio di un’industria che di una cucina<br>Per la scala e la standardizzazione di questi depositi, i ricercatori suggeriscono che si trattasse di un meccanismo di produzione che andava oltre la cucina domestica. I modelli di frattura sono così regolari che gli archeologi hanno potuto creare una sorta di tipologia dei frammenti: lo stesso tipo di scheggia di radio prossimale ricorre più e più volte a Ovilava, come se la stessa persona &#8211; o più persone addestrate allo stesso modo &#8211; avesse processato quelle ossa seguendo un protocollo stabilito. Con le dovute differenze, è come se i dipendenti di una catena di macellerie in franchising lavorassero secondo una meccanica comu<br>Questi depositi si trovano inoltre sempre in luoghi specifici: come fosse di rifiuti o strati di pavimentazione stradale. I romani non si limitavano a processare le ossa: gestivano i rifiuti in modo organizzato, arrivando persino a incorporarli nell’infrastruttura urbana come materiale di riempimento.</p>
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		<title>Il genio italiano</title>
		<link>https://noreporter.org/il-genio-italiano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[noreporter]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 22:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Storia&sorte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per tutta la vita avrebbe fatto parte del Gran Consiglio di Mussolini</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il 2 luglio 1897 Guglielmo Marconi brevetta a Londra la radio.</p>
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		<title>Il più luminoso dei mostri cosmici</title>
		<link>https://noreporter.org/il-piu-luminoso-dei-mostri-cosmici/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 22:14:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altrove]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Forse potrà spiegarci il mistero dei buchi neri</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ex chaos ordo&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Utilizzando i dati d’archivio raccolti dalla missione Neowise della Nasa, un team di astronomi del Mit ha individuato il quasar variabile più antico mai osservato. Il suo nome è J0439+1634, era già presente all’“alba cosmica”, quando l’universo aveva appena 850 milioni di anni (z ≈ 6.5), e la sua luminosità cambia nel tempo: un fenomeno mai osservato prima in un oggetto così distante. La scoperta, pubblicata questa settimana su Nature Astronomy, apre una nuova finestra di osservazione sui primi buchi neri supermassicci e sull’evoluzione delle galassie nell’universo primordiale.<br>I quasar sono tra gli oggetti più luminosi dell’universo. Si tratta di nuclei galattici attivi alimentati da buchi neri supermassicci che emettono enormi quantità di radiazione mentre accrescono materia.<br>Per molto tempo si è ritenuto che le prime galassie formatesi nel cosmo avessero bisogno di oltre un miliardo di anni per stabilizzarsi e maturare, e che quindi i buchi neri supermassicci non dovessero essere presenti nelle prime fasi dell’universo. Le osservazioni condotte a partire dai primi anni Duemila hanno però raccontato una storia diversa. Oggi gli astronomi hanno infatti identificato oltre duecento quasar risalenti al primo miliardo di anni di vita dell’universo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per studiare meglio questi antichi “mostri cosmici”, un team guidato da Gene Leung, del Massachusetts Institute of Technology, ha cercato le variazioni di luminosità di un quasar primordiale. Per farlo, gli autori dello studio hanno esaminato immagini dell’universo ottenute a lunghezze d’onda infrarosse e su intervalli temporali molto lunghi, dell’ordine di anni. A causa dell’espansione cosmica, infatti, la luce emessa da sorgenti remote viene spostata verso lunghezze d’onda più lunghe (redshift). Anche le variazioni temporali risultano però dilatate: un fenomeno che nel sistema di riferimento d’un quasar durerebbe settimane può apparire infatti distribuito su diversi mesi agli osservatori terrestri.<br>«Questa è stata la sfida tecnica che dovevamo superare», spiega Anna-Christina Eilers, ricercatrice al Mit e coautrice della pubblicazione. «Avevamo bisogno di dati raccolti ripetutamente a lunghezze d’onda infrarosse e su scale temporali molto estese».<br>Sfruttando circa quattordici anni di dati raccolti dal telescopio spaziale Neowise, gli astronomi hanno individuato un segnale risalente a soli 850 milioni di anni dopo il Big Bang. Era il segnale di J0439+1634, un quasar la cui luce ha viaggiato per quasi 13 miliardi di anni prima di raggiungerci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Scoperto nel 2018 da un team internazionale di astronomi comprendente anche il ricercatore dell’Inaf Marco Bonaglia, J0439+1634 è stato a lungo il quasar più luminoso conosciuto nell’universo primordiale. Superato in luminosità nel 2024 da J0529-4351, oggi detiene un altro primato. Le analisi condotte in questo studio hanno infatti rivelato una chiara variabilità della sua emissione: il cosiddetto flickering, o “sfarfallio” – un fenomeno mai osservato prima in un oggetto così distante, rendendolo il quasar variabile più antico mai osservato.<br>«Nel corso dei 14 anni, abbiamo visto il quasar variare la sua luminosità in modo casuale, un po’ come la fiamma di una candela che tremola senza uno schema fisso», dice a questo proposito Leung.<br>I ricercatori stimano che il quasar abbia una luminosità pari a 12mila miliardi di Soli e che questa vari di circa il 20 per cento: quasi duemila miliardi di volte la luminosità della nostra stella. Gli scienziati hanno inoltre tracciato le variazioni di luminosità del quasar a diverse lunghezze d’onda, che hanno permesso di ottenere informazioni sulla forma e sulla struttura del disco di accrescimento attorno al buco nero centrale. Poiché la lunghezza d’onda della radiazione dipende dalla temperatura del materiale che la emette — e poiché il materiale più vicino al buco nero è anche il più caldo — le diverse bande possono essere infatti utilizzate per ricostruire la geometria del disco.<br>Dall’analisi è emerso che il disco del buco nero al centro di J0439+1634 è sorprendentemente sottile e piatto, una configurazione tipica dei buchi neri vicini e antichi, che hanno avuto molto più tempo per stabilizzarsi e maturare, spiegano i ricercatori.<br>Ilteam spera ora di spingersi ancora più indietro nel tempo cosmico per osservare quasar in fasi ancora più precoci del loro sviluppo. In questo modo gli scienziati potranno iniziare a ricostruire le condizioni che hanno portato alla nascita dei primi buchi neri supermassicci.<br>«Questo risultato», conclude Eilers, «fornisce una prova diretta del fatto che gli stessi processi di accrescimento e le stesse strutture osservate nell’universo vicino erano già presenti in epoche molto antiche, nonostante condizioni cosmiche profondamente diverse, qualcosa che non era mai stato osservato prima».</p>



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		<title>Quelle su cui e con cui fanno esperimenti</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 22:11:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Per prevenire malattie genetiche</p>
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<p class="wp-block-paragraph">fnob.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno studio del Cnr-Iom fa luce sul processo per cui le molecole di RNA interagiscono tra loro e si trasmettono le informazioni genetiche prima della produzione delle proteine. La ricerca, pubblicata su Nucleic Acids Research, offre nuove prospettive per lo studio dei meccanismi molecolari coinvolti in molte malattie. Utilizzando simulazioni computazionali avanzate, il team è riuscito a osservare a livello atomistico come alcune molecole dell’RNA riescano a riconoscersi con estrema precisione all’interno della cellula. In particolare, è stato svelato il meccanismo molecolare finora sconosciuto, descritto dai ricercatori come una sorta di “molla caricata”: una struttura molecolare dove una molecola di RNA viene tenuta in uno stato di tensione da specifiche proteine (fattori di splicing) accumulando energia e quando tali proteine si dissociano la molecola di RNA sfrutta questa energia per il corretto riconoscimento delle sequenze genetiche dell’RNA messaggero. «Per noi è stato particolarmente interessante riuscire a collegare dati strutturali e simulazioni atomistiche, per caratterizzare passaggi intermedi del processo di riconoscimento di splicing che finora erano rimasti invisibili alle tecniche di biologia strutturale – commenta Alessandra Magistrato, dirigente di ricerca del Cnr-Iom -. L’integrazione e la sinergia fra dati di biologia strutturale e avanzate simulazioni al computer ci permette di comprendere in modo accurato come funzionano sistemi biologici estremamente complessi e dinamici». «Per la prima volta siamo riusciti a visualizzare i processi dinamici dello splicing con tale livello di dettaglio ed è stato davvero affascinante osservare queste molecole all’opera – aggiunge Pavlína Pokorná, prima autrice dello studio -. Il nostro approccio modellistico può fungere da guida per studi analoghi su altri processi cellulari, consentendoci di aggiun ulteriori tasselli al nostro quadro di comprensione dell’espressione genica». (Agenbio)</p>
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