Il secolo americano di cui parlava Geminello Alvi è agli sgoccioli?
In qualsiasi ambito si ragioni, gli Stati Uniti sono tuttora egemoni su qualunque altro player e sono perfino l’unica grande potenza in crescita demografica, a parte l’India che è potenza in potenza.
Sono però alle prese con problemi di gestione di un sistema mondiale sempre più ampio e interconnesso.
Devono fronteggiare la crescita della Cina e dell’intera Asia così come hanno fatto in Europa. Hanno quindi delle variabili da affrontare, a iniziare dalla difficoltà di gestire il multiallineamento generale con le semplici regole del Divide et Impera, per passare all’eccesso di indebitamento nel sostenere la propria macchina bellica, per poi affrontare i problemi interni che non sono da poco.
In quanto al Dollaro, vaneggiamenti a parte, per ora non lo minaccia proprio nessuno. L’Euro che lo insidiava è stato ridimensionato e la sola alternativa alla finanza classica oggi è interna, rappresentata dal Dollaro digitale e dall’ultraprivatizzazione (linea Trump).
Su questo fronte però, come su quello dell’Intelligenza Artificiale e dell’economia fondata sulla differenziazione delle risorse, gli USA devono fare i conti con il Tallone di Achille di una rete elettrica incredibilmente desueta e fragile che richiede trilioni di investimenti per poter essere rivoluzionata.
Questo gli USA. Poi ci sarebbero le “alternative” sbandierate che, di fatto, non esistono
Si tratta di semplici concorrenze, non di modelli altri da loro.
Forse solo quello cinese può considerarsi in parte tale, in quanto una miscela tra sistema capitalista all’americana e controllo spasmodico dell’individuo fino alla sua disgregazione.
Gli altri? Copie rozze dell’americanismo. In India c’è Bollywood, in Russia dominano i fast food e l’american way of life in cirillico. In Europa abbiamo realizzato una cultura mista dove abbiamo recepito i “valori” americani declinandoli con un umanismo anche apprezzabile se non avesse preso la piega del pensiero debole e della vita flaccida.
Chi non segue il modello americano sono i paesi oggettivamente arretrati, ma lì i popoli coltivano il sogno americano e quello occidentale tout court e vogliono trasferirvisi in massa.
Se non si coglie il nesso, ovvero che gli USA non dominano con la coercizione ma con il soft power, di cui sono maestri pericolosissimi, e invece si vaneggia di un fronte mondiale di liberazione, si spara a salve
Non è questione di fronti, ma di civiltà.
Chi ha determinato da tempo la natura cancerogena dell’American way of life, si è quasi sempre limitato all’ambito intellettuale o, peggio, ideologico. Così ha finito con il presumere un antiamericanismo diffuso, che non c’è, e con lo sbagliare tiro.
Mentre a milioni le persone hanno fuggito i sistemi comunisti, o il Venezuela, o l’Iran, non è mai accaduto qualcosa di simile nelle zone a controllo diretto yankee. Il che non rende assolutamente i sistemi americanizzati validi per questo, ma determina che per il momento non hanno alternative che non siano oggettivamente peggiori, perché come tali recepite dalle genti.
Chi ha combattuto gli americani sono stati i popoli da essi aggrediti militarmente (vietnamiti, afghani) oppure si sono mobilitate contro di loro le masse di nazioni che stavano sotto altri regimi che avevano interesse a indicare un Nemico per creare il consenso interno (esattamente come in Occidente con l’URSS). Perfino in Medio Oriente o in Nord Africa i paesi a maggior controllo americano (Marocco, Giordania) sono i più docili.
Sola eccezione, l’Iran quando rovesciò lo Scià. Però ciò accadde per l’indignazione islamica contro la modernizzazione e le vaccinazioni.
Esclusivamente in America Latina il sentimento anti-yankee è radicato, proprio perché lì gli USA agirono prima di concepire il loro soft power.
Fatto salvo un profondo e silente sentimento nipponico susseguente a Hiroshima e Nagasaki, ma sapientemente contenuto nelle forme diplomatiche, l’antiamericanismo non è altro che l’antipatia delle masse verso chi è potente: si tratta di un’antipatia sterile che si trasforma, come in ogni altro ambito umano, in assoluta deferenza.
Se non ce ne si rende conto si continua – come per molti altri temi – a viaggiare tra le nebbie.
Il problema americano è di anima e di psicologia
L’ideologia americana, definita nel XVII secolo, si fonda sul parricidio e si lega all’utopia della Terra Promessa, legata indissolubilmente al moralismo e alla follia palingenetica del Vecchio Testamento, il tutto declinato con un superficiale e rozzo materialismo, particolarmente efficace e spicciolo.
Il trionfo sottile della volgarità.
Di questo si tratta, molto più che di un imperialismo puro e semplice.
Se non si ragiona su questo piano ma sull’altro, si sbraita a casaccio – sui server americani! – e tutto finisce lì.
Non si contrappone un cancro a un altro cancro, peraltro aggravato dalla lebbra, pretendendo pure di essere dei guaritori.
Se poi si ritiene che il braccio di ferro tra gli americani e gli imitatori degli americani non riusciti (ovvero le tirannie incapaci di soft power, come la Russia, l’Iran, il Venezuela) possa esserci davvero (cosa ben difficile visto il grado di dipendenza dei singoli cialtroni nei confronti dei loro padroni) e che possa essere risolutivo, allora si scade nel patetico.
L’esempio più eloquente di quest’errore di concezione, che pretende di porsi muscolarmente contro un nemico dell’anima, sta nelle ultime e gettonatissime interpretazioni del ruolo della NATO.
Non parlo solo della sua missione reale che non è mai stata quella di minacciare una Russia ad essa funzionale quant’altri mai, ma di prevenire e rintuzzare l’autonomia europea.
Parlo proprio del fatto che si è cominciato a credere che gli americani ci dominino con le basi militari.
Ridicolo! Noi abbiamo firmato un trattato di resa per il quale dipendiamo tuttora dalle decisioni americane per la nostra difesa, e le basi le avremmo ospitate comunque, NATO o no. Ma esse non servono per controllare il nostro territorio da insurrezioni antiamericane che non si sa dove le si andrebbe a cercare, bensì agli americani per le proiezioni sul Mediterraneo. O magari per impedire un ritorno dell’influenza inglese.
Fare gli antiamericani così come lo si concepisce oggi, equivale al fare gli antisemiti da operetta.
Non solo non ha senso, ma produce degli sbandati esagitati che strillano alla luna senza mai cogliere l’obiettivo. E che, con questa forma trinariciuta alla Guareschi, fanno tanto comodo sia agli americani che agli israeliti, a seconda di chi tra essi sia l’oggetto del loro astio distorto e sfocato. Appunto perché distorto e sfocato, esso coglie sempre il risultato opposto; e non è da escludere che sia stato propagandato in questa maniera, e non in altre, proprio a quello scopo.
Possiamo anche dire che l’America ha saputo sistematizzare e consolidare la nostra stessa decadenza, formalizzandola nell’Occidente inteso come “Lì dove muore il sole.”
Ma se ha svolto un ruolo notevole e attivissimo nel nostro decadere, è proprio il nostro decadere che ci ha trascinati giù per la china. Che non si risale limitandosi a puntare il dito contro chi ha contribuito a farci precipitare.
Già il fatto di sentirsi “anti” è peraltro un handicap notevole. Si dovrebbe essere qualcuno, qualcosa di autentico, e far sì che siano i nemici a definirsi anti rispetto a noi. Come fanno gli Antifa.
Se esprimiamo forme politiche e culturali corrette, gli americani saranno anti-noi e saremo per forza incompatibili, perché ciò è nella natura delle cose. Facciamolo!
Non è di certo rivalutando i gulag, i velatori di donne e gli impiccatori di manifestanti che si è antiamericani, se non in una barzelletta.
Soltanto essendo noi, tornando Europa, sconfiggendo il veleno dell’anima, saremo alternativi al grande grigio che tutto pervade e che negli USA ha trovato la miglior espressione di sé, scomparsi eventualmente i quali potrebbe mantenersi in piedi ancora per secoli, sotto altre vesti.
Non c’è Rivoluzione possibile se non è centrata, creativa, spirituale, culturale, e non produce una nuova messa in forma. Solo la verticalità si oppone all’appiattimento.
Smettila una buona volta di cercare lontano il tesoro che è sepolto nel tuo giardino, tra le radici dell’albero della vita!