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I pionieri del divismo moderno

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Quando la regina d’Inghilterra era Pelé

Siamo abituati a tracciare la rotta del personaggio marketing, da lì: dallo spice boy traino di un Manchester United zeppo di talento e facce da copertina, ma davanti alla mostra dedicata a Bobby Moore dalla National Portrait Gallery di Londra è chiaro che serve retrodatare l’invenzione. La nascita del giocatore star.
Ci ha ingannato il tempo passato dal successo totale alla celebrazione perché Moore è stato il primo pagato 30 sterline a settimana all’inizio degli Anni Sessanta, è stato l’uomo più famoso di Inghilterra quando ha vinto, da capitano, il Mondiale del 1966, è stato inseguito dai pettegolezzi, arrestato e rilasciato, chiacchierato e applaudito, paparazzato, preso a modello di una generazione, amatissimo, considerato dagli avversari, divinizzato dai tifosi. E poi è sparito. Di colpo.
Il calcio lo ha dimenticato per un tempo infinito, non gli ha dato la panchina che sognava e l’attenzione che meritava e oggi lo omaggia a distanza. Lui è morto nel 1993, cancro, malattia di cui non ha mai parlato con nessuno quindi è sparito all’improvviso, a 51 anni, e l’Inghilterra ci ha messo un’eternità per realizzare chi aveva perso.
Era un uomo di un’era prehooligan, un campione del mondo scomparso proprio mentre la nazionale che aveva guidato stava per mancare la qualificazione a Usa 1994. Persi ad analizzare sconfitte e tempi bui non hanno avuto tempo di glorificare Bobby e hanno iniziato con timidezza a lucidarne il nome a scoppio ritardato. Ma queste foto, ripescate dagli archivi dei giornali, estratte dai libri di ricordi dei club, non solo lo raccontano, svelano pure che quel calcio era stretto parente del nostro.
Curiosità morbosa 
Oggi il Fulham dentro la vasca da bagno gigante starebbe su Instagram, sarebbe un selfie, però anche nel 1975 rendeva l’idea. Ragazzi in posa in una foto da tramandare, da vendere, da far girare. Un attimo di semi intimità divulgato per diventare poster. E non è neanche così ingenua: «I’m forever blowing bubbles» è l’inno del West Ham, la squadra con cui Moore è diventato famoso e da cui se ne è andato sbattendo la porta. E quello nel bagno è il suo Fulham, prima dell’arrivo di George Best che avrebbe completato l’opera. Oggi sarebbe virale, però anche ieri non era certo passata inosservata.
Moore era seguito oltre la soglia di casa, dal primo matrimonio con Tina, che dettava moda, alla fuga d’amore con Stephanie, hostess della British Airways che sarebbe diventata la seconda signora Moore. Alla Portrait Gallery c’è pure un servizio di «Vogue» e per realizzarlo avevano aperto Wembley solo per lui, la casa dell’Inghilterra a disposizione di un unico giocatore per giunta immortalato con la maglia di club. E nessuno aveva fiatato. 
Interni di famiglia e vita di squadra destinati a diventare simboli. Il futbol brasiliano sulla spiaggia colombiana prima dei Mondiali 1970, quelli in cui Pelé gli avrebbe chiesto la maglia o la partita a scacchi con Franz Beckenbauer che decenni dopo avrebbe detto di lui: «Il miglior difensore mai incontrato».
Un campione divo prima che il calcio sapesse come sfruttare questa razza. Un capitano rispettoso che a volte beveva troppo. A Bogotà lo arrestarono per il furto di un braccialetto, concitata accusa, mai provata. Il primo ministro inglese Harold Wilson si spese per l’immediato rilascio. Moore era un tesoro nazionale, quello che adesso verrebbe più prosaicamente chiamato testimonial.

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