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Sarebbe riduttivo pensare che, quando scoppia un conflitto armato, i mercati finanziari soffrano all’unisono. Al contrario: alcuni titoli sono sospinti proprio dai venti di guerra. Sono quelli delle aziende della difesa quotate, ovvero delle realtà che costruiscono armamenti o sviluppano tecnologie usate a bordo di mezzi militari o più genericamente nella guerra ibrida.
Da chi è composta la Difesa europea
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I titoli delle aziende della difesa nei periodi di pace
La spinta europea verso la militarizzazione
L’alfabeto delle principali aziende europee della difesa quotate parte da Airbus
Bae Systems
Dassault
Fincantieri
Kongsberg
Leonardo
Mtu Aero Engines
C’era una volta Piaggio, ora è volata in Turchia
Renault verso la produzione di droni?
Rheinmetall
Rolls-Royce
Saab
Safran
Thales
Quindi l’Europa ha una difesa compatta, o no?
I titoli delle aziende della difesa nei periodi di pace
Queste società sono sul mercato esattamente alla stregua di quelle che offrono beni e servizi di tipo civile, ma hanno appunto una peculiarità: le loro azioni tendono a impennarsi in vista di un conflitto e a soffrire in prossimità degli accordi di pace, come notava il quotidiano economico Il Sole 24 Ore lo scorso 10 ottobre, giorno tutt’altro che casuale dato che iniziava a concretizzarsi la possibile e auspicabile fine dei bombardamenti e dell’invasione della Striscia di Gaza da parte di Israele.
“L’accordo sul piano di pace – si legge sul quotidiano di Confindustria – allevia le tensioni geopolitiche nell’area del Medio Oriente e, di conseguenza, alimenta le vendite sui titoli del comparto difesa (in calo l’Euro Stoxx di settore), che hanno beneficiato nei mesi scorsi della corsa al riarmo innescata dall’escalation su più fronti (in Israele, ma anche in Ucraina, fronte che resta comunque aperto)”.
La spinta europea verso la militarizzazione
Nonostante il Vecchio continente nel Secolo breve sia stato teatro di due guerre mondiali, non è certo famoso per la sua potenza bellica, da qui peraltro l’impulso di Bruxelles ai 27 di riarmarsi e di farlo pure in fretta data l’inaffidabilità del supporto storico dato dagli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump. Un supporto circoscritto all’interno della cornice della Nato, l’Alleanza atlatica, finora sempre dato per scontato, ma che in futuro potrebbe scricchiolare.
I colossi europei afferenti alla difesa (come ci ricorda l’annuale top 100 di Defense News, un terzo delle imprese belliche più grandi al mondo risiede in Europa) sono numerosi. Si tratta di grosse aziende quotate, per lo più francesi e tedesche, i cui titoli nell’ultimo periodo hanno beneficiato proprio della fase ascendente di tensione e aggressività registrata sul piano internazionale.
Nel 2024 la spesa militare mondiale ha superato 2.718 miliardi di dollari, secondo il Sipri (Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma), con l’Europa che ha registrato un incremento del 17% su base annua, il maggiore dal periodo della Guerra fredda tra il blocco occidentale e quello sovietico. La cifra spesa dai paesi europei è stata pari a 326 miliardi di euro nel 2024, pari a circa il 1,9% del prodotto interno lordo aggregato, con una crescita del 30% dal 2021 e con più del 30% del bilancio difesa investito in procurement e ricerca e sviluppo.
L’alfabeto delle principali aziende europee della difesa quotate parte da Airbus
Nella lista delle aziende della difesa quotate più importanti (ma l’elenco che segue non ha la pretesa di essere esaustivo) troviamo senz’altro la francese Airbus, che i più conoscono come marchio civile, ma col 20% del fatturato che dipende proprio dal comparto bellico, settore per il quale realizza aerei da combattimento ed elicotteri (Airbus Helicopters). Sul fronte spaziale realizza satelliti per l’osservazione e per le telecomunicazioni che possono avere impieghi sia civili che militari. Airbus partecipa anche al programma Eurofighter insieme a realtà quali Bae Systems e Leonardo che, a seguito dell’inasprirsi dei rapporti intercontinentali sta vivendo una nuova accelerazione. Tradotto: un aumento trasversale delle richieste e delle commesse.
Bae Systems
Proseguendo in ordine alfabetico si vola al di là della Manica, dove ha sede il quartier generale della già citata Bae Systems, nata dalla fusione tra British Aerospace e Marconi Electronics Systems. Questa realtà sviluppa sistemi basati sulle tecnologie di frontiera, inclusa l’intelligenza artificiale, da installare su jet da combattimento, navi, veicoli blindati e mezzi destinati al settore aerospaziale. Lo scorso 20 giugno ha lanciato la nuova joint venture Edgewing nell’ambito della del progetto internazionale Global combat air programme (Gcap), che vede la partecipazione di Leonardo per l’Italia e Japan Aircraft Industrial Enhancement per il Giappone (ciascuno dispone di una quota pari al 33,3%) nello sviluppo di un velivolo da combattimento di nuova generazione. Come primo amministratore delegato è stato scelto l’italiano Marco Zoff, già managing director della divisione velivoli di Leonardo.
Dassault
Alla lettera D troviamo la francese Dassault Aviation che proprio in questi ultimi giorni ha celebrato la produzione del trecentesimo caccia bombardiere multiruolo Rafale, un vanto per l’industria bellica d’Oltralpe che coinvolge 400 aziende francesi, tra cui Thales, Safran e la jv Mbda composta da Airbus Group, BAE Systems e Leonardo. I nuovi Rafale resteranno per lo più in Francia, ma ordini sono stati fatti anche da Grecia, Croazia e Serbia.
Fincantieri
Continuando a scorrere l’alfabeto bellico si arriva a Fincantieri, gruppo guidato da Pierroberto Folgiero che, forte delle sue commesse siglate ai quattro angoli del globo, ricorda a tutto il mondo la vocazione storica del nostro Paese nella cantieristica navale, anche militare. Il titolo di Fincantier è cresciuto di circa il 190% dall’inizio dell’anno, mentre sulla carta i bilanci potrebbero presto far registrare contratti per una somma pari a 20 miliardi da qui al 2027. La crescente domanda di protezione delle infrastrutture critiche sottomarine (si pensi agli attentati ai gasdotti Nord Stream) potrebbero dare nuovo slancio alle attività del Gruppo che sta accelerando il proprio business su questo versante. A inizio anno è stata completata la cessione della Underwater Armaments & Systems (specializzata in sonar ma soprattutto siluri) da Leonardo a Fincantieri. Atteso entro fine anno il nuovo piano industriale 2025-30.
Kongsberg
Passiamo alla K di Kongsberg Gruppen, gruppo norvegese i cui interessi vanno dall’aerospazio alla difesa fino al comparto marittimo settore nel quale produce soluzioni per la navigazione, l’automazione e l’esplorazione subacquea. Sul fronte della difesa l’azienda scandinava produce soprattutto missili e sistemi di difesa aerea.
Leonardo
La L ci permette di arrivare al colosso italiano: Leonardo. Sviluppa e produce un’ampia gamma di mezzi militari e attrezzature, spaziando dagli elicotteri (come l’AgustaWestland Aw149 e Aw101) ai radar, ma è anche in prima linea sul fronte della sicurezza informatica. Nell’ultimo periodo ha avuto eco l’acquisizione della connazionale Iveco Defence Vehicles, operazione da 1,7 miliardi di euro. Durante l’incontro al ministero delle Imprese del Made in Italy del 10 ottobre scorso, il gruppo Leonardo ha confermato che la cessione del ramo legato alla difesa sarà chiusa entro marzo e che saranno garantiti i livelli occupazionali, gli organici, nonché tute le attività degli stabilimenti di Bolzano, Piacenza e Vittorio Veneto.
Mtu Aero Engines
Arriviamo alla tedesca Mtu Aero Engines che produce propulsori per l’aeronautica civile e militare ed è coinvolta nel programma Eurofighter Typhoon avendo sviluppato il motore Ej200.
C’era una volta Piaggio, ora è volata in Turchia
Fino a qualche mese fa avremmo anche citato, alla lettera P un’altra storica azienda italiana, la Piaggio, dato che la realtà ligure ha avuto a lungo un ruolo di primaria importanza nel settore della difesa tricolore, ma lo scorso 30 giugno è stato finalizzato il closing dell’operazione che ha sancito in via definitiva il trasferimento dei complessi aziendali di Piaggio Aero Industries e Piaggio Aviation – le due società per lungo tempo in amministrazione straordinaria sotto il marchio Piaggio Aerospace – alla turca Baykar che collabora anche con Leonardo per lo sviluppo di droni.
Renault verso la produzione di droni?
Molto presto alla lettera R potremmo trovare un altro marchio automobilistico nel nostro elenco delle aziende della difesa quotate: quello della francese Renault dal momento che sta valutando l’offerta che le è arrivata qualche mese fa dal governo d’Oltralpe di produrre droni per uso militare. Quando se ne parlò la prima volta al dicastero delle Forze armate sedeva Sébastien Lecornu che la movimentata politica francese ha portato oggi al vertice del governo. E subito si è nuovamente tornati a parlare della possibilità che Renault produca droni.
Rheinmetall
Sempre alla lettera R troviamo il colosso tedesco Rheinmetall che sviluppa cannoni e carri armati. Il più famoso è senza dubbio il Leopard che viene realizzato con Knds, azienda nata dieci anni fa dalla fusione tra la Krauss-Maffei-Wegmann e la Nexter di cui si parla con insistenza nell’ultimo perché dovrebbe essere prossima alla quotazione in Borsa, prevista entro la primavera del 2026. Il governo tedesco guarda a Rheinmetall non solo per implementare la sua difesa, ma anche per soccorrere la propria industria automobilistica il cui motore nell’ultimo biennio sembra essersi inceppato. L’amministratore delegato di Rheinmetall ha detto chiaramente che potrebbe essere interessato ad acquisire lo stabilimento Volkswagen di Osnabrück così da riconvertirlo alla produzione militare e avviare magari col marchio tedesco una collaborazione per la produzione di camion militari.
Rolls-Royce
Si torna in Gran Bretagna per citare Rolls-Royce, altra azienda attiva nella progettazione di propulsori per i comparti navale ed aerospaziale. Sono a marchio Rolls-Royce i propulsori dei sottomarini nucleari della Royal Navy con la quale all’inizio di quest’anno ha sottoscritto un contratto da 9 miliardi di sterline, circa 10,3 milioni di euro. Rolls-Royce è anche parte del programma Tempest con Bae Systems e Leonardo.
Saab
Alla lettera S troviamo Saab. Terminata l’avventura automobilistica, l’azienda svedese ha comunque continuato a sviluppare caccia, radar e sottomarini avendo tra i suoi clienti proprio la Nato e ponendosi alla guida del consorzio Mangrove a cui l’Alleanza atlantica ha appena affidato lo sviluppo di un’architettura di riferimento per i nuovi mezzi sottomarini con e senza personale di bordo.
Safran
La francese Safran attiva nei settori dell’aeronautica, difesa e spazio. Sono di Safran i motori montati sui velivoli Rafale di Dassault. La società parigina porta avanti progetti anche con Airbus e le statunitensi Boeing e Lockheed Martin.
Thales
Si resta in Francia per l’azienda che chiude la nostra veloce rassegna dei principali gruppi della difesa quotati del Vecchio continente: Thales, i cui ricavi arrivano per circa la metà proprio dal comparto militare. Produce soprattutto droni, radar e soluzioni per quella che ormai è definita guerra ibrida. Possiede inoltre il 35% della connazionale Naval Group che, come il nome lascia intendere, è attiva nella produzione di navi militari. Proprio Thales dovrebbe essere una delle tre punte (assieme alla connazionale Airbus e all’italiana Leonardo) della joint venture da 10 miliardi di ricavi aggregati auspicata da più parti nel Vecchio continente per avere nel settore, sempre più strategico delle comunicazioni satellitari, un’alternativa europea a Starlink di Elon Musk.
Quindi l’Europa ha una difesa compatta, o no?
La nota frammentazione dell’Unione europea sul tema della difesa si riverbera anche a livello industriale, con tanti attori importanti, ma nessuno in grado – da solo – di fronteggiare i rivali americani e soprattutto quelli cinesi, sempre più numerosi e agguerriti. Un problema per la verità noto da tempo: correva l’anno 1997 quando la Commissione europea lamentava la mancanza di coesione tra gli attori del settore. Un problema che non è mai stato risolto per via delle gelosie che ogni stato sovrano continua a mostrare nei confronti delle proprie tecnologie belliche.
Come hanno messo nero su bianco gli analisti di The European House – Ambrosetti nel report Peace through security: the strategic role of digital technologies, “la difesa rappresenta uno dei settori più delicati e complessi all’interno dell’Unione europea ed è caratterizzata da una marcata frammentazione politica e da un certo grado di protezionismo industriale”. In concreto, per esempio, nell’ambito delle piattaforme navali, gli Stati Uniti utilizzano solo due tipologie contro le sei dei paesi europei. Questa dinamica si ripete tale e quale nelle piattaforme aeree (4 negli Usa contro le 16 in Ue) e terrestri (6 contro 8), per un totale di 12 piattaforme americane contro le 30 europee. Questa frammentazione – sostengono gli analisti – comporta una “dispersione di risorse e una duplicazione degli sforzi”, che potrebbero essere evitati “con una maggiore standardizzazione e cooperazione”.
Ci sono casi virtuosi, come la già citata Mbda Missile Systems, ma anziché costituire la regola, rappresentano l’eccezione. Già a inizio 2024 l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) faceva efficacemente notare che quando “in Europa aumenta la spesa” per la difesa contestualmente “negli Stati Uniti aumenta l’export”. Che vuol dire che “la carenza di capacità produttiva, unita alla frenesia di voler soddisfare le richieste di armi e munizioni a breve termine, ha portato l’Ue ed i suoi stati membri ad acquistare prevalentemente equipaggiamenti di difesa non europei. Tutto ciò rischia di non favorire la capacità dell’industria bellica dell’Unione nel lungo termine creando ulteriori dipendenze da attori esterni”. Un vero esercito per essere efficace deve marciare compatto e all’unisono: quello europeo nemmeno ancora esiste e non potrà esserci finché non avremo una maggiore sinergia tra le aziende della difesa quotate del Vecchio continente.
