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Il fisco? E’ antisemita

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Osa accusare la Comunità Ebraica di Milano

Proprio come talune attività sociali della Chiesa cattolica, anche il «welfare» integrativo della Comunità ebraica di Milano finisce nel mirino prima del Fisco e poi, conseguentemente, della Procura di Milano, che al legale rappresentante Roberto Daniele Jarach contesta, in un avviso di conclusione delle indagini notificato dal pm Sergio Spadaro, l’ipotesi di reato di «dichiarazione infedele» per 2 milioni di euro con riferimento al 2009. La Comunità ebraica milanese opera essenzialmente in quattro aree: servizi religiosi, aiuti a circa 200 persone in difficoltà, assistenza socio-sanitaria con la gestione di una casa di cura per anziani con un centinaio di posti letto, e istruzione attraverso la gestione di una scuola paritaria frequentata da 530 studenti dall’asilo nido alle superiori. Scuola che, essendo aperta a tutti e offrendo corposi «sussidi allo studio» in termini di sconti sulla retta scolastica concessi a famiglie in condizione di oggettivo bisogno, perde ogni anno molti soldi, ad esempio 2,6 milioni di euro nell’anno scolastico 2012-2013.
Diciassette anni fa la Comunità chiede e ottiene l’iscrizione all’Anagrafe unica delle onlus dell’Agenzia delle Entrate, ma nel 2011 la Direzione regionale lombarda le depenna l’iscrizione e le revoca i benefici fiscali che giudica fruiti in maniera indebita perché, a suo avviso, la Comunità non avrebbe perseguito finalità di solidarietà sociale, e dunque avrebbe violato il «principio di esclusività delle azioni qualificanti» che è condizione per l’inclusione della Comunità nell’Anagrafe unica delle onlus. La Comunità ebraica fa allora ricorso e nel 2012 la Commissione tributaria provinciale le dà parzialmente ragione: da un lato conferma la cancellazione dal registro delle onlus per quanto riguarda le attività della scuola, ma dall’altro lato dispone la reiscrizione della Comunità per l’assistenza socio-sanitaria agli anziani. Decisione ribadita anche in Appello, e che per la difesa esclude logicamente la configurabilità in Jarach del «dolo» richiesto dal reato di «dichiarazione infedele».
Ma intanto l’Agenzia delle Entrate sul 2009 contesta che la Comunità possa qualificarsi «ente non commerciale»; all’interno dei redditi distingue tra quelli derivanti da attività d’impresa e quelli da attività non commerciale; e tra i primi include una plusvalenza di 13,6 milioni nella cessione di un immobile. Ma la difesa, affidata all’avvocato Daniela Dawan, oppone che le attività della Comunità «non sono certamente qualificabili come commerciali», nel senso che «non sono in alcun modo generatrici di reddito d’impresa (commerciale), quantomeno con riferimento alla scuola e alla gestione della casa di cura». E talmente esse «non hanno alcun intento lucrativo» che «strutturalmente si risolvono in cospicue perdite» metabolizzate solo perché «la Comunità si propone proprio come sistema integrativo del welfare pubblico». E la plusvalenza immobiliare contestata dal Fisco? Fino a giugno 2008, la Comunità gestiva la residenza per anziani «Nra Battino Guastalla» in via Leone XIII, poi dal luglio 2008 la casa di cura è stata trasferita in una nuova costruzione in via Arzaga, e il vecchio edificio dismesso è stato venduto per 16 milioni, ricavando appunto la teorica plusvalenza di 13 milioni.
Una plusvalenza teorica perché la difesa rimarca come la prova che la Comunità non abbia mai inteso «lucrare» sulla cessione immobiliare sta nel fatto che il profitto sia stato reimpiegato appunto nel sostenere «le spese necessarie alla costruzione della nuova casa di cura Arzaga» e nel proseguire la medesima attività di sostegno agli anziani: «Peraltro con un miglioramento dell’offerta (da 90 a 102 posti accreditati con la Regione) di un servizio di pubblica utilità senza alcuna discriminazione, né di appartenenza religiosa né di reddito,visto che per i non abbienti sono previste integrazioni comunali».

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