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Il grigiocrate è nudo

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Lo sceriffo di Montingham è quanto mai esoso ma fa ancora e sempre flop

La notizia dello spread che sfonda la soglia dei 500 punti è arrivata sul governo al pari di una mazzata. È come se l’incantesimo, che all’inizio ha protetto Mario Monti, abbia finito di sbriciolarsi. Da una parte Silvio Berlusconi sembra tornato a coltivare la tentazione di staccare la spina, «vista l’inutilità del professore». 

 

Dall’altra il premier e i suoi ministri, dopo mesi di tagli e tasse per rispondere al rigore di bilancio imposto da Bruxelles e Berlino e nella speranza di fermare la corsa dello spread che scarica miliardi sul debito più pesante d’Europa, scoprono «di non poter fare di più». Così, senza aver ancora ottenuto risultati sul fronte della crescita, il governo attende con apprensione e un senso di impotenza il generale agosto. Un nemico reso ancora più insidioso da quello che perfino Monti ha definito «il contagio spagnolo».

A palazzo Chigi tira un’aria mesta. Non c’è ministro, economico e non, che non giri con il morale in picchiata. «Quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto. Abbiamo risanato i conti, abbiamo l’avanzo primario più alto d’Europa, abbiamo varato riforme strutturali importanti attese da decenni. Ma adesso non abbiamo la possibilità di inventarci altre terapie, di certo non possiamo imporre un’altra manovra correttiva per rassicurare ancora una volta i mercati. Il Paese, già strozzato dalla recessione, soffocherebbe», dice una fonte autorevole. E ancora, dopo un lungo sospiro: «Siamo davanti a un contagio, a una speculazione che viene da Londra e che scommette sulla fine della moneta unica. Qualunque cosa fai sembra inutile. La soluzione ai nostri mali potrebbe arrivare solo da forti strumenti di difesa che scoraggino gli speculatori. Ma la Germania resta con le mani in mano, inghiottita dalle sue paure e dal suo egoismo».

A più di un ministro tornano in mente, coperti da un velo di amarezza, i giorni di quello che si era creduto «un grande successo». L’aver incassato, al Consiglio europeo del 28 giugno e all’Eurogruppo di lunedì 9 luglio, lo scudo anti-spread. Scudo di cui si ora sono perse le tracce: la decisione di Angela Merkel di rinviare il varo del fondo salva-Stati Esm a settembre (dopo la sentenza della Corte costituzionale di Karlsruhe) di fatto rende inservibile lo scudo.

Così monta il rancore verso Berlino. Un ministro economico usa una metafora che ricorda le due guerre mondiali: «Speriamo che questa volta non accada come nel Novecento. Che dopo aver invaso la Polonia e il Belgio, la Germania abbia un sussulto di europeismo e rinsavisca. Anche perché se crolla l’euro, i danni sarebbero altissimi pure per Berlino». 

A palazzo Chigi sanno che ora è però inutile prendersela con Angela Merkel. Che la rabbia non farà abbassare il differenziale con i bund tedeschi o rendere operativo il meccanismo anti-spread. Al massimo solo dall’intervento sul mercato dei titoli della Banca centrale europea potrebbe arrivare una boccata d’ossigeno. Ma guai a sollecitare apertamente il soccorso della Bce. «I tedeschi, ancora una volta, si metterebbero di traverso». Però c’è chi giura che tra Mario Draghi e Monti ci siano «contatti costanti». «Anche perché è evidente», ha osservato il professore, «l’insufficienza di governance europea». E la Bce potrebbe svolgere un ruolo di supplenza. Tanto più che l’altro fondo salva-Stati (l’Efsf) è di fatto inservibile: è ormai pressoché prosciugato e ogni intervento finisce per gravare sul debito del Paese cui l’Efsf viene in aiuto.

L’approccio a palazzo Chigi è quello della trincea, della guerra di posizione. Senza protezione. Elmetto ben calzato in testa e la speranza che l’assalto della speculazione prima o poi finisca. «Dobbiamo resistere fino a quando l’Unione e le cancellerie europee non avranno la dignità e la responsabilità di salvare se stessi», dice un ministro economico. Il premier invece, convinto che la partita ormai si giochi soprattutto all’estero, il primo agosto andrà in Finlandia. Obiettivo: superare l’ostilità di Helsinki verso il meccanismo anti-spread. Poi il 2 sarà a Madrid per portare sostegno e solidarietà all’«untore» Mariano Rajoy.

 

Ma per Monti i problemi potrebbero non riguardare solo i mercati finanziari. Il premier teme che il contagio spagnolo possa essere non solo finanziario e che si trasformi in un «contagio sociale». In piazze stracolme di gente inferocita come a Madrid. «Per fortuna i sindacati hanno finora tenuto e stanno mostrando senso di responsabilità. Speriamo continuino così per non aggravare una situazione già complessa e per contribuire all’uscita dal tunnel in cui ci troviamo». 

C’è poi la politica. Il professore ha detto che la tempesta finanziaria è anche frutto dell’incertezza su ciò che accadrà dopo di lui. Il problema è che l’ombra dell’incertezza, rotta la soglia psicologica dei 500 punti di spread, sembra allungarsi anche sul governo. 

Paolo Bonaiuti è corso a smentire la notizia che vorrebbe Berlusconi intenzionato a staccare la spina per «chiudere la parentesi dei tecnici». Ma nel Pdl diventa sempre più numeroso il plotone di chi vorrebbe andare alle urne. E a palazzo Chigi fiutano il pericolo: «Al Cavaliere converrebbe andare dritto alle elezioni, magari insieme alla Lega, scandendo slogan duri contro l’Europa e l’euro. Vedremo…». E vede (anzi vigila) anche Giorgio Napolitano, che Monti ha contattato telefonicamente prima di partire per Milano.

Segnali rassicuranti invece dal Pd e, naturalmente, da Pier Ferdinando Casini. Anna Finocchiaro ha annunciato che il Pd ritirerà gli emendamenti al decreto della spending review. Proprio ciò in cui sperava il professore, desideroso di far approvare il provvedimento entro i primi di agosto. «Ma anche questo sforzo per rassicurare i mercati sul nostro impegno», dice un’altra fonte del governo, «rischia di risultare inutile. In Spagna Rajoy ha tagliato perfino le tredicesime agli statali e lo spread ha continuato a salire…».

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