
Analogie, maghetti e struzzi
Vi racconto una storia; di calcio e di tifo direte voi. Sì ma anche uno spaccato sociologico e culturale che ci fa capire come, malgrado i tagli nelle nostre carni, l’olocausto dei suicidi quotidiani e la chiara bancarotta a cui ci stanno condannando, noi italiani continuiamo a non prendere a calci nel sedere Monti, la Fornero e compagnia.
E’ una storia di analogie, riguarda il Mario Monti di Trigoria e le folle volutamente cieche.
Esisteva un tifo
Esisteva un tifo – e sottolineo esisteva perché da qualche tempo in qua è soprattutto un insieme formato da turbe dedite ad esibizionismo autocelebrativo – un tifo appassionato e turbolento, quello della Roma.
Quel tifo sosteneva la squadra non quando “giocava bene” ma quando lottava. Amava più i Piacentini, gli Scaratti, i Rocca, i Tempestilli che non i signorini eleganti, anche quando con i suoi scarpari, tradizionalmente definiti “testaccini”, lottava per salvarsi.
Poi vennero presidenti che fecero vincere quella squadra e quel tifo il quale, oltre ad essere appassionato, iniziò a pretendersi esigente.
Sicché quella gente pretese, appunto, di vincere linciando chi non la faceva trionfare.
Linciò la famiglia Sensi che pur l’aveva incoronata d’alloro e quel Pradé che sul mercato faceva le nozze con i fichi secchi, reclamando a gran voce chi, secondo quella folla cieca, l’aveva fatta grande, dunque quel Baldini che – con i miliardi di Sensi – aveva acquistato Montella, Batistuta, Samuel, Cassano (come se comprare a prezzo alto fosse segno di chissà quale merito) dimenticandosi che l’accordo per l’acquisto gratuito di Emerson comportò l’obbligo di un super esborso e quello per Mexès la squalifica di un anno dal mercato. E dimenticandosi anche che questo genio, che oggi è dirigente giallorosso, quando i soldi mancarono riuscì a portare a Roma in una botta sola due sciagure: Ferrari e Prandelli salvo poi scapparsene alla Juventus.
Questo “salvatore della patria” impose undici mesi fa all’unico dirigente competente della Roma, Sabatini, di prendere un allenatore spagnolo mentre l’altro giustamente si era orientato su Delio Rossi o Pioli.
La scelta imposta dal “salvatore della patria”, un po’ Alfano e un po’ Bersani, fu accolta con entusiasmo; perché dietro di lui c’erano gli ammmmericani (e vuoi mette?) e perché il personaggio in questione era un tecnico minore del Barcellona (e vuoi mette?)
Ergo, per le folle che “pretendono” di vincere, la Roma diventava automaticamente potente come gli ammmericani e formidabile come la corazzata di Messi e ne avrebbe copiato il gioco (senza considerare peraltro che pur possedendo i migliori giocatori al mondo e un allenatore che ci prende, per il Barcellona non è raro subire batoste quando affronta giochi più rudi).
Ma noi che abbiamo vinto quattro campionati del mondo avevamo evidentemente da prendere lezioni…
E’ dal 1943 che ragioniamo così.
Un apprendista stregone presuntuosissimo
Il personaggio in questione, acerbo, giovinotto e senza esperienza in nessuna seria A, arrivò ed immediatamente impartì lezioni. Fuori Totti subito! Nessuna preparazione fisica, nessun ritiro. Roba vecchia.
Dobbiamo possedere la palla e vincere, dobbiamo cambiare mentalità e dominare. Disse. E lo fece. Con l’Atalanta la Roma prese 4 goals (più uno annullato e un palo) ma tenne palla per il 63% del match (e vuoi mette?); a Torino con la Juventus che invece che combattere si allenò e stritolò la Roma per 4-0, la squadra pareggiò i minuti nel possesso palla con la Juventus (e vuoi mette?).
Ma anche del gioco fece disastro.
La difesa fu schierata sempre malissimo e a addirittura disastrosamente e grottescamente su qualsiasi palla inattiva. Roba che in qualsiasi oratorio il prete ti prende a calci in culo.
I reparti scollegati tra loro, ognuno faceva per conto suo, nessuno copriva.
Ma non basta; nessuno schema offensivo, neppure su palle ferme.
Una condizione atletica da ospizio e praterie concesse a qualsiasi avversario.
Nessuna disponibilità mai ad imparare dalle lezioni subite o a cambiare qualche volta il modulo (lesa maestà!).
La Roma così è stata maramaldeggiata, umiliata, cacciata da tutto, ha fallito ogni traguardo ed è stata mortificata da più o meno tutti i rivali storici.
Il Totti che doveva essere “superato” divenne imprescindibile ed indispensabile come non lo era stato mai in tutta la sua lunga carriera. Se lui non avesse mai giocato quest’anno, calcolando la media-punti fatti in sua assenza, la Roma sarebbe retrocessa a tre giornate dalla fine. L’ha salvata “er Pupone” quasi da solo; quasi: perché i giocatori acquistati in ritardo, e preparatisi con un allenatore vero, ci hanno messo un po’ di corsa aiutando a salvare la baracca prima di spegnersi nell’assenza di preparazione atletica del genio della panca (così Gago, Lamela, Borini e Marquinho, il quale, poiché è arrivato solo in gennaio, corre però ancora).
Ma al Mario Monti di Trigoria che falliva sul piano tecnico, su quello tattico e su quello atletico si sono sempre trovati alibi.
“Sono i giocatori che vanno in campo, non l’allenatore”. Perspicace! Solo che questo avviene sempre e non solo con il presuntuoso asturiano.
“I giocatori lo difendono” E te credo, non li fa faticare, non li porta in ritiro!
L’importanza di essere straniero
Se Roma fosse stata una piazza tranquilla e signorile questi alibi forniti al bancarottiere si potrebbero ancora concepire. Ma solo un anno fa la piazza, e con essa la stampa romana, aveva massacrato Claudio Ranieri che non essendo ammmericano e neppure català ma disgraziatamente romano, poteva benissimo essere lapidato.
Gli si contestò niente di meno che di aver perso uno scudetto a due punti dall’Inter di Mourinho, pur avendo preso la Roma a campionato in corso e a zero punti e avendo fatto nel suo periodo più punti di tutte le altre squadre e quattro più dell’Inter.
In un ambiente destabilizzato, anche dal cambio societario che stava avvenendo, quel Ranieri, contesatissimo dalla curva insaziabile, l’anno dopo diede le dimissioni una volta constatato che parte dello spogliatoio non lo seguiva più. Lo fece prenedendosi tutte le colpe (ma non erano tutte sue) e rinunciando allo stipendio. Cosa che non fu fatta notare praticamente da nessuno.
Ora che le dimissioni le ha rassegnate infine il bancarottiere venuto dall’ovest tutti parlano di signorilità e fingono d’ignorare quanta presunzione ci sia ancora nelle sue parole in cui la responsabilità che si assume non è quella di non essere (stato) capace ma è “quella di non essersi lasciato capire”. Cioè tutti cretini meno lui che ha fallito su tutti i piani, perché la colpa è degli altri per definizione. Sembra di sentire Monti e la Fornero.
E ancora c’è chi gli fornisce alibi, chi parla di una città immatura (doveva andare in B l’anno prossimo per mostrarsi politicamente corretta) e ci spiega che ci vuole tempo, che il primo anno è sempre difficile. Che Ranieri il primo anno sfiorasse lo scudetto, che Spalletti centrasse il record di vittorie per la serie A, che Zeman centrasse il piazzamento Uefa lo si dimentica, così come si evita di rilevare come nessuno in stagioni anche disperate abbia mai mortificato la Roma quanto questo qui, nemmeno nell’anno in cui la Lupa retrocesse con dignità ma non fu mai ridicolizzata come oggi quando ha reagito a batoste e critiche con una presunzione infinita e ridicola che l’ha resa patetica, vergognosa e miserevole.
Analogie disastrose
C’è analogia, come vedete, tra Luis Enrique e Monti e tra i due “progetti” catastrofici.
Possiamo ricordarci però che lo spagnolo in questione è asturiano, dunque visigoto, e che si può considerare inconsciamente coerente con i suoi predecessori visto che Alarico quando scese a Roma “non lasciò ai Romani neppure gli occhi per piangere”. Ma la differenza sta nel fatto che Alarico lo fece volutamente, quest’altro per incompetenza stratosferica.
Anche Monti & co sono incompetenti eccome, ma, ciononostante, la distruzione di cui sono portatori è comunque una volontà alla quale sottostanno volentieri, benché gradirebbero riuscire a farlo elegantemente e con acclamazione da parte delle vittime.
Una certa differenza c’è dunque, anche se ci sono molte analogie, ma questa differenza tra i colpevoli attivi non c’è affatto nelle plebi complici nella loro passività esaltata e, soprattutto, nei loro portaparole mediatici, così conformisti e vili da far ribrezzo.
Quella calcistica, di plebe, ha mistificato, mitizzandolo, l’incapace ispanico perché sperava che le entraure potenti di questo, ammmericana e barcellonista, l’avrebbero innalzata magicamente dalla sua condizione di non potenza.
Quella italica spera che Monti, con le sue entrature Bilderberg e Trilateral, con le sue amicizie londinesi e Bce la possa tenere a galla nella crisi internazionale.
C’è, nella mistificazione della plebe romanista e di quella italica, un doppio e perverso auto-inganno: quello di affidare il futuro alla delega e quello di consegnarsi alla delega a dei mediocri incapaci, magnificati senza spirito critico, nell’illusione che tramite loro si otterrà un êtat de grâce che dovrà sopraggiungere come la manna per un popolo disperso nel deserto e privo di bussola.
Questa è la gente che è pronta a scarificare Cassandra quando le spiega che il Cavallo è lì non per onorare Troia ma per distruggerla. Questa è la gente che si sveglia solo quando le sue case bruciano e neanche quando bruciano soltanto le prime dieci o le prime cento, ma quando nulla è salvabile.
Il suo totem è lo struzzo che spera, l’illuso che nasconde la testa; nell’attesa che un miracolo si compia e ignorando volutamente la nudità del re e soprattutto quanto il maghetto è ciarlatano.
Ma non funziona così, i maghetti incapaci portano solo disastri.
E la sola speranza che abbiamo noi è che Monti segua Luis Enrique e si tolga dai piedi quando ci sarà ancora qualcosa su cui costruire. Del che, purtroppo è doveroso dubitare.
Ma intanto il comportamento di stampa e tifosi sulla bufala Luis Enrique ci spiega perfettamente perché in Grecia forse si salveranno e perché in Italia no.
Qui amiamo prenderci per le natiche da soli aspettando la selvezza da qualcun altro.
Ma quel qualcun altro sa perfettamente cosa fare delle nostre natiche e ce lo ha dimostrato fin dal 1943. E non è mai quello che sperano gli struzzi.