
Si può sodomizzare il Cristo ma non fare satira sull’immigrazione
La satira di Charlie Hebdo non si ferma davanti a nulla. Non lo ha fatto dopo la strage dello scorso 7 gennaio e non lo fa oggi, di fronte al dramma dei migranti. A riaccendere la polemica sulla libertà despressione opportunisticamente strumentalizzata dalle destre per legittimare le loro posizioni razziste e xenofobe è la pubblicazione di una vignetta che ha come oggetto il bambino Aylan Kurdi sdraiato a faccia in giù sulla spiaggia e le parole così vicino al suo obiettivo. Sulla spiaggia campeggia un cartellone pubblicitario che reclamizza la promozione di due menu bambino al prezzo di uno, da parte di un fast food che evoca la catena McDonalds.
In unaltra vignetta della stessa edizione si vede Gesù camminare sul mare e un bambino annegato a testa in giù. La battuta che accompagna la vignetta è: La prova che lEuropa è cristiana. I cristiani camminano sulle acque I bambini mussulmani affondano.
Un paio di settimane fa limmagine di Aylan, morto insieme al fratello e alla madre nel tentativo di raggiungere la costa turca, ha fatto il giro del mondo scatenando unondata di emozione collettiva, amplificata dai social network.
Le due vignette hanno suscitato una risposta molto forte da parte degli organi dinformazione del mondo musulmano: il quotidiano turco Sabah The Daily ha affermato che le due immagini deridono la morte di un bambino annegato, il Morocco World News ha accusato la pubblicazione di nascondersi dietro la libertà di parola, il canale indiano Schoop Whoop ha opposto un secco Je ne suis Charlie.
Anche su Twitter e Facebook il dibattito si è scatenato. La rivista è stata accusata di razzismo e xenofobia, mentre le immagini sono state giudicate di cattivo gusto e disgustose.
I difensori sostengono che i cartoni non si fanno beffe del bambino, quanto delle istituzioni europee che non hanno fatto nulla perché ciò non avvenisse.
Il dibattito resta aperto: a chi spetta tracciare i confini della morale? È interessante rilevare le oscillazioni dellopinione pubblica nei confronti di una pubblicazione che, prima e dopo i fatti dello scorso gennaio, ha dimostrato di non voler arretrare di fronte ad alcun tipo di paletto morale. Il giudizio sulle vignette è estremamente soggettivo, determinato dal background religioso, culturale ed esistenziale di ognuno di noi.
Di fronte a una pubblicazione del genere è ovvio che, ciclicamente, lopinione pubblica si divida. La partigianeria, le prese di posizione pro o contro le provocazioni di Charlie Hebdo sono il frutto di una sorta di borsa valori dellemotività. La concessione di un credito di libertà di pensiero illimitato, insomma, va bene fintanto che il pensiero è quello della maggioranza di questa borsa valori dellemotività. Il massacro del 7 gennaio aveva spinto milioni di persone a dire Je suis Charlie. Non cera nulla di razionale in questo schieramento al fianco di un magazine sconosciuto ai più.
Ora la parte più cospicua della tifoseria si schiera contro per una vignetta che come molte altre su islam, cattolicesimo, politica è di cattivo gusto. È soprattutto il fatto di utilizzare una foto iconica e un episodio di forte impatto mediatico a far sollevare tante polemiche. Nel 2009, dopo la morte di Michael Jackson, la vignetta dello scheletro del cantante fu messa in copertina con la scritta Michael Jackson enfin blanc ovvero Michael Jackson alla fine bianco.
Non è la prima volta che Charlie Hebdo gioca con una morte pubblica e, molto probabilmente, non sarà nemmeno lultima. Senza provocazioni e polemiche una testata del genere non può sopravvivere. La libertà di pensiero, insomma, potrebbe essere, molto prosaicamente, una questione di marketing.