Forse è troppo tardi ma almeno succede
Diventa operativa la contestata legge sulle Ong che operano in Russia. Il presidente Putin non ha atteso neanche il weekend per apporre la sua firma e ha ratificato il primo provvedimento che apre la stagione delle censure. Entrerà in vigore 120 giorni dopo la sua pubblicazione ufficiale: questo significa che da metà settembre prossimo tutte le Ong finanziate con capitale estero finiranno nella famigerata lista degli “agenti stranieri”. I fantasmi della Guerra fredda, gli echi delle purghe staliniane che la nuova Russia pensava di aver definitivamente seppellito tornano dunque a risorgere sotto spoglie diverse ma forse ancora più subdole.
Le Ong aprono l’era delle liste, dei registri, dei controlli, dei divieti e delle minacce. Ogni organizzazione non governativa, ogni associazione di volontariato, ogni fondazione filantropica sostenuta da capitale straniero dovrà aprire i propri archivi, spiegare per chi lavora, dove prende i soldi, per quali scopi. (Evviva!) Sarà un ufficio speciale, diretto dal ministero degli Esteri, a valutare se i conti sono in ordine e se i finanziatori sono persone gradite alla Federazione. Una selezione tra buoni e cattivi; tra chi si impegna per nobili cause e chi trama contro la sicurezza e gli interessi della Russia. Uno spartiacque pericoloso: sarà facile passare da una parte all’altra a secondo degli umori dei selezionatori. I quali, naturalmente, seguiranno le direttive del Cremlino da oggi di nuovo controllore e giudice di tutte le attività straniere considerate degli “agenti”, come gli 007. Spie potenzialmente nemiche. Per violare la legge basterà non ottemperare ai tanti obblighi burocratici. Chi non depositerà gli statuti, i bilanci, gli estratti bancari, i certificati da cui si evincono i finanziatori, rischierà multe salatissime. Ma anche il carcere, per i responsabili, fino all’espulsione dal Paese.
La firma apposta stamane dal presidente apre la strada agli altri tre provvedimenti che colpiranno i media, Internet, i blog e l’informazione in generale. Ogni spazio di comunicazione sarà controllato. (Si noti che solo qualche giorno fa la stampa italiana per intero commentò un analogo provvedimento proposto dal ministro Riccardi come buono e bello. In Russia diventa brutto e cattivo….) Perfino il reato di diffamazione, reato di solito sanzionato con una multa, è finito nel codice penale. Si rischierà il carcere: da due a otto anni, con tre di lavori forzati.
Il vento di censura agita la galassia dell’opposizione che non è formata solo dai blogger e dai diversi gruppi presenti su twitter e i socialnetwork. Il caso delle “Pussy riot”, tre ragazze punk dal 21 febbraio in carcere per aver pregato in nome della libertà d’espressione sull’altare della Basilica di San Salvatore, sta scuotendo le coscienze di migliaia di attori, artisti, intellettuali e di parte della stessa Chiesa Ortodossa. Il Tribunale ha respinto ogni richiesta di misure alternative. Anzi, in attesa di avviare il processo vero e proprio, ha disposto che restino in cella per altri sei mesi. L’ennesimo segnale nei confronti di qualsiasi forma di dissenso. Parlato, scritto, manifestato. La dimostrazione di quanto Putin 3.0, come è stato battezzato il terzo mandato presidenziale di Putin, tema la stagione di protesta annunciata per l’autunno. (Da notare come in Italia la stampa che si scandalizza per le decisioni russe si sia guardata bene dal protestare contro le misure prese contro Alberto Palladino e quanto poco abbia tuonato in reazione alle sentenze spropositate emesse contro gli imputati dei disordini al G8 di Genova….)
