Home Tempi Moderni In altri tempi Eva non avrebbe dato retta al serpente

In altri tempi Eva non avrebbe dato retta al serpente

Anche se poi in realtà costò ben di più

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Non stiamo più neppure alla frutta.

Quest’estate la frutta è diventata un vero e proprio bene di lusso. Le ciliegie hanno toccato i 20 euro al chilo, pesche e albicocche sono aumentate a doppia cifra, mentre gli italiani sono costretti a dire addio a uno dei pilastri della dieta mediterranea. Dietro questa impennata c’è una tempesta perfetta: cambiamenti climatici, calo della produzione e speculazione che trasformano la spesa quotidiana in un salasso per le famiglie. I dati parlano chiaro: secondo l’Ismea, nella prima settimana di luglio le albicocche sono aumentate del 40% rispetto al 2024, le ciliegie del 100%, mentre pesche e nettarine hanno registrato rincari tra il 7% e il 15%. Il conto è salato: una famiglia media deve spendere tra i 200 e i 290 euro in più rispetto all’anno scorso per mantenere gli stessi consumi di frutta e verdura. Un lusso che sempre più italiani non possono permettersi.

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Clima impazzito, raccolti distrutti La colpa principale è del clima che non dà tregua. L’agricoltura italiana, che vale il 27% del Pil nazionale, sta pagando il prezzo più alto degli eventi estremi. Quest’anno è stato un disastro: siccità prolungata, gelate primaverili, temperature record a giugno e poi grandinate devastanti.
Le ciliegie pugliesi sono l’esempio più drammatico. La Puglia produce il 30% delle ciliegie italiane con i suoi 18mila ettari coltivati, ma le gelate di marzo e aprile hanno distrutto i fiori, causando un crollo della produzione tra il 70% e il 100%. Risultato: prezzi alle stelle per un frutto che dovrebbe essere simbolo dell’estate italiana.
Tre decenni fa il problema era la sovrapproduzione, mentre oggi non riusciamo nemmeno a soddisfare la domanda interna. Negli ultimi dieci anni la produzione di frutta fresca è calata del 30%, con crolli verticali: pere -43%, pesche -15,5%, nettarine -28,9%.

Addio primato italiano
L’Italia sta perdendo il primato che deteneva su agrumi, uva, kiwi, pere e ciliegie. Secondo Coldiretti, negli ultimi quindici anni sono scomparsi 300mila ettari di coltivazioni ortofrutticole e oltre 200 milioni di alberi da frutto sono stati tagliati. Molti agricoltori hanno gettato la spugna: tra eventi estremi che distruggono i raccolti e prezzi troppo bassi riconosciuti ai produttori, l’attività è diventata insostenibile.
Ma c’è un altro problema: come riportato dal “Manifesto”, l’Italia è al quinto posto mondiale tra i paesi più colpiti dai cambiamenti climatici, secondo l’organizzazione Germanwatch. La classifica degli anni più caldi degli ultimi duecento anni vede ai primi posti il 2024, 2023 e 2022, con il 2025 che ha tutti i requisiti per entrare in questa poco invidiabile top list.

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Il carrello si svuota Le conseguenze sulla tavola degli italiani sono drammatiche. L’Osservatorio del mercato ortofrutticolo rivela che è sparito un frutto su dieci dal carrello della spesa. Dal 2019 si è perso nel consumo quotidiano un milione di tonnellate di ortofrutta e quasi due milioni di consumatori abituali.
I numeri sono allarmanti: siamo scesi sotto i 400 grammi di consumo giornaliero di frutta e verdura a persona, il minimo raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità. Prima della pandemia il 20% della popolazione consumava almeno quattro porzioni al giorno, oggi siamo sotto il 17%.
Le fasce a basso reddito sono le più penalizzate: quando devono scegliere cosa mettere nel carrello, frutta e verdura vengono viste come un “di più” da sacrificare. Un allontanamento dalla dieta mediterranea che avrà conseguenze pesanti sulla salute pubblica negli anni a venire. La speculazione finanziaria fa il resto, allargando sempre di più il divario tra i prezzi riconosciuti ai produttori e quelli pagati dai consumatori. Mentre l’agricoltore spesso vende sottocosto, al supermercato i prezzi volano. Il “caro clima” si riflette direttamente sul portafoglio delle famiglie, trasformando la frutta da alimento base a bene di lusso per pochi.
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