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Israele brucia le tappe

Sull'evoluzione nucleare

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Sappiamo bene che per arrivare a una fusione nucleare applicabile alla realtà a fini di produzione energetica, i tempi saranno lunghi e non ci sono nemmeno certezze, ecco perché il risultato annunciato da nT-Tao non passa inosservato. La giovane azienda israeliana è riuscita ad accendere i primi impulsi di plasma del suo nuovo prototipo C3 a distanza di appena due mesi dall’inizio dell’assemblaggio. Un traguardo che racconta bene l’approccio pragmatico e veloce con cui il team sta portando avanti il proprio progetto.

Il C3 nasce come naturale evoluzione del precedente sistema C2-A, che aveva già dimostrato di poter raggiungere temperature del plasma nell’ordine del milione di gradi. Numeri da laboratorio a parte, ora si sta cercando di fare quel passo in più, che consiste nel migliorare la stabilità del plasma e nel prolungare il tempo in cui resta confinato. Parliamo di due aspetti fondamentali se si vuole trasformare la fusione da promessa scientifica a tecnologia energetica concreta e su cui puntano molti dei progetti attualmente in corso.
Il prototipo funziona come banco di prova per un reattore compatto e modulare, lontano dalle dimensioni colossali che caratterizzano molti grandi progetti internazionali.

Alla base c’è una combinazione proprietaria di confinamento magnetico e sistemi di alimentazione a impulsi, pensata per lavorare in regimi di plasma ad alta densità, ma a quanto pare rispetto alle versioni precedenti, il C3 introduce magneti più efficienti, elettronica di potenza aggiornata, sensori più raffinati e una migliore integrazione tra tutti i sottosistemi.
Il controllo dell’energia resta un aspetto meno visibile ma decisivo di progetti simili e rappresenta uno scoglio complesso allo stato attuale. Il plasma è un sistema imprevedibile, che cambia comportamento in frazioni di microsecondo, ma per gestirlo i ricercatori di nT-Tao hanno sviluppato algoritmi capaci di adattarsi in tempo reale alle variazioni del carico elettrico, evitando instabilità che potrebbero danneggiare il reattore o ridurre l’efficienza complessiva. Questo lavoro, portato avanti anche con il supporto dell’Università Ben-Gurion del Negev (in foto), permette di sfruttare meglio ogni impulso e di ridurre il numero di test necessari in laboratorio. I presupposti sono interessanti, ma finché non vedremo qualcosa di concreto e funzionale, tendiamo a restare scettici, vista la gran mole di progetti simili a cui assistiamo e dei quali a volte se ne perde le tracce.

In questo caso l’azienda alla base del progetto fa sapere che lo sguardo è già rivolto oltre il C3 e si punta a realizzare reattori in grado di produrre tra 10 e 20 megawatt di potenza, con dimensioni tali da poter essere installati direttamente vicino ai luoghi di consumo. Impianti industriali, piccoli centri abitati, navi, data center o aree remote sono alcuni degli scenari immaginati, in pratica si vuole portare la fusione dove serve, senza infrastrutture gigantesche. Saranno in grado di farlo? Lo vedremo.

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