lunedì 13 Aprile 2026

La battaglia dell’euro

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Il Financial Times lo scorso maggio ha fatto outing ed ha anche ammesso, forse un po’ troppo frettolosamente, la sconfitta.
L’outing: contenere l’euro e la crescita tedesca; battaglia nella quale, malgrado l’intervento dello stesso Obama, il fronte anti-europo registrerebbe una sconfitta.
Il contenzioso sarebbe nato per rintuzzare la proposta tedesca di una Kerneuropa, fondata sul nocciolo duro dell’Eurozona (Berlino e Parigi) con coinvolgimento di Londra.
Per il sovranismo inglese l’anatema è precisamente l’euro che ha impresso una modificazione qualitativa, ovvero politica, in un’Unione che Londra ha sempre concepito nei termini di un calcolo economico degli interessi (speculativi e usurai) inglesi nel mercato unico.
Nella proposta tedesca d’istituzione della Kerneuropa è stata messa in conto l’eventualità (che sarebbe di per sé in ogni caso più che opportuna) di una modifica dei trattati per rafforzare la governance dell’euro cercando di garantire al contempo gli interessi degli Stati al di fuori della moneta unica per evitare che siano posti in una situazione di svantaggio sistemico nella Ue.
Tuttavia se l’area dell’euro si dotasse di istituzioni e poteri propri, la posizione di Londra nella trattativa con il continente sarebbe indebolita.
Già ora passi decisivi dell’integrazione continentale, come l’adozione del fiscal compact, hanno aggirato il veto inglese grazie agli accordi intergovernativi tra gli Stati, attraendo nell’iniziativa renana anche alleati tradizionali della Gran Bretagna ad Est, come la Polonia.
Quanto peso potrà avere in futuro Londra sulle decisioni di un “nocciolo duro” consolidato e quanto invece ne sarà condizionata?
Londra rischia un certo grado di marginalizzazione, pericolosa nell’epoca del confronto tra forze continentali.
Colpisce il grado d’intromissione di Washington nella gestione della crisi europea. Il racconto della crisi illustra un movimento europeo contraddittorio e non lineare, animato dai combattimenti di una dialettica tra forze. Il presidente americano non solo ha trovato varchi nella disunione europea per un’azione intrusiva ma è stato addirittura chiamato da Parigi e Roma ad esercitare pressioni su Berlino.
Al vertice del G20 di Cannes nel novembre 2011 hanno fatto fronte comune contro il cancelliere tedesco (che si era anche opposto all’invasione della Libia) affinché aumentasse il contributo di Berlino al fondo di salvataggio europeo.
E ancora nel giugno 2012 fu il premier italiano Mario Monti (quello che è stato contrabbandato come un uomo della Merkel…) a cercare la sponda americana per contenere Berlino.
In quel frangente fu arduo non far trapelare all’opinione pubblica l’ira della Merkel nel vedere, all’apice della crisi, i suoi più stretti alleati europei cercare l’appoggio americano per forzare la sua linea.
La ricostruzione mostra il deficit di centralizzazione europea (ci troviamo a metà del guado tra la cessione di sovranità nazionale, dovuta a fattori oggettivi e irreversibili, e l’acquisizione non compiuta in alcun modo di una sovranità europea). Ma per converso è la cronaca dei combattimenti dati da Berllino e contro Berlino.
Ora la prospettiva di una Kerneuropa potrebbe ridurre il deficit di centralizzazione europeo e limitare i varchi aperti all’iniaiztiva americana.
Se Londra si colloca fuori dal nocciolo duro condensato attorno al cuore renano, rischia di perdere peso agli occhi di Washington.

Traduciamo. Come ci affanniamo a sostenere da tempo immemore esistono sempre due versioni della realtà. Una propagandistica, semplicistica, grossolana, data in pasto ai più e un’altra – niente affatto occulta – articolata e formulata per gli avveduti, come questa del Financial Times.
Nulla di quanto si dice in genere (dalla Due Torri, ai motivi d’intervento militare in Oriente, ai posizionamenti delle potenze) è vero se non in minima parte, ma in massima parte è mistificato e fuorviante.
Di quel che è vero non si parla quasi mai, ma solo perché è complesso e non è utile darlo in pasto a cervelli limitati o a conoscenze insufficienti.
Attenendoci alla dimensione del vero notiamo che il Finacial Times conferma quel che diciamo da sempre. Ovvero che una potenza europea è invisa agli Usa e particolarmente a Londra e che è in atto uno scontro reale tra Londra e Berlino.
Ci dice, anche, che l’euro è sotto attacco da parte dei nostri nemici.
Di qui a difendere l’euro sic et simpliciter ce ne corre.
Tuttavia bisognerebbe iniziare a riflettere.
Le presunte opposizioni nazional-populiste, sovraniste e identitarie si sono costruite un immaginario sul primo piano della realtà: quello semplicistico e inautentico. Ergo sono strategicamente inesistenti, quando non deleterie, per mancanza di conoscenza e di realismo.
Puntualmente finiscono col difendere posizioni che contraddicono le loro stesse premesse.
Perché se d’identarismo e di sovranismo si deve parlare, comunque lo si faccia, è bizzarro trovarsi schierati a fianco di coloro che ne sono storicamente, strutturalmente, ideologicamente e materialmente i primi nemici, ovvero Washington e Londra e pretendere che la loro battaglia, che si fiancheggia, sia quella che può giovare ai nostri popoli.
Le cause di queste cantonate? Il pressapochismo delle destre e la mancanza di volontà di potenza.
Sicché, come canta Battiato, in questo come in tanti altri casi “abbocchi sempre all’amo”.

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