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La pila di Baghdad

Fonte energetica o a uso rituale?

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Da quasi un secolo, un oggetto ritrovato in Iraq continua a dividere archeologi, chimici e storici della scienza. È passato alla storia come la “batteria di Baghdad”: un semplice vaso di terracotta che, secondo alcuni, potrebbe nascondere una delle scoperte più sconcertanti dell’antichità.
All’interno, infatti, si trovavano un cilindro di rame e una barra di ferro. Una combinazione che, forse non per caso, ricorda sorprendentemente il principio di una cella galvanica, lo stesso che millenni dopo avrebbe portato Alessandro Volta a inventare la pila.
Il problema è che l’oggetto originale è andato perduto dopo l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, costringendo i ricercatori a lavorare su ricostruzioni basate su documenti storici. Ed è proprio una nuova serie di esperimenti, citata dalla rivista Chemistry World, a riaccendere il dibattito. Secondo il ricercatore indipendente Alexander Bazes, il vaso potrebbe aver generato fino a 1,4 volt: una tensione paragonabile a quella di una comune batteria AA.
Nel suo modello, la porosità della terracotta avrebbe permesso la separazione di un elettrolita – forse una soluzione alcalina – dall’aria, mentre il ferro e il rame avrebbero creato una doppia reazione elettrochimica. Un sistema semplice, ma sorprendentemente efficace. Bazes, tuttavia, scarta l’idea più sensazionalistica: niente gioielli placcati elettricamente.
Piuttosto, ipotizza un uso rituale, in cui la corrosione visibile di preghiere scritte su carta sarebbe stata interpretata come prova tangibile di un’energia divina in azione. Non tutti sono convinti. Per l’archeologo William Hafford dell’Università della Pennsylvania, si trattava semplicemente di un contenitore sacro per offerte e invocazioni, simile ad altri ritrovati nella stessa area. I chiodi di ferro? Parte del rituale, non elettrodi.

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