Il 16 settembre 1866 a Palermo scoppia la Rivolta del sette e mezzo: fu la sollevazione popolare avvenuta a Palermo dal 16 al 22 settembre 1866. Venne detta del sette e mezzo perché durò sette giorni e mezzo.
Fu una violenta dimostrazione antigovernativa, avvenuta al termine della terza guerra di indipendenza.
Fu organizzata da ex garibaldini delusi, reduci dell’Esercito meridionale[2], ex funzionari borbonici e religiosi penalizzati dalle nuove leggi, col sostegno, tra gli altri, dei contadini, dei rappresentanti delle arti e dei mestieri e dei renitenti alla leva. Sul piano politico, venne rappresentata da repubblicani, autonomisti, mazziniani e socialisti che insieme formarono una giunta comunale. Quasi 4 000 rivoltosi assalirono anche prefettura e questura, uccidendo l’ispettore generale del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza. La città restò in mano agli insorti e la rivolta si estese nei giorni seguenti anche nei paesi limitrofi, come Monreale, Altofonte e Misilmeri, dove furono assaltate le caserme di pubblica sicurezza e dei carabinieri, che furono torturati, mutilati e uccisi[23]. Il 18 settembre, a Palermo, si costituisce il Comitato rivoluzionario al quale aderiscono anche alcuni siciliani dell’aristocrazia. Il 27 settembre 1866 venne dichiarato lo stato di assedio, e le navi della Regia Marina, con la nave ammiraglia Re di Portogallo, bombardarono la città (così come avevano fatto i borbonici nel 1860). Dopo lo sbarco dei fanti della “Real Marina” Palermo fu riconquistata da circa 40 000 soldati in sette giorni e mezzo.
Oltre 200 furono i militari morti, tra cui 42 carabinieri; non vi è un numero ufficiale di vittime civili nella popolazione, anche perché immediatamente dopo si diffuse il colera.
Furono arrestati 2 427 civili, 297 furono processati e 127 condannati.
La rivolta del sette e mezzo
Garibaldini e borbonici, disgustati dai Savoia
