Il mondo che cambia e lo fa come in una commedia di boulevard, come in un film di Mel Brooks
Capisco perfettamente che si sia disorientati.
Comprendo anche i molti che cercano faticosamente di marciare nelle nebbie abbacinati dal lumino di un’allucinazione esotica di qualsiasi tipo.
Non comprendo come quest’allucinazione, qualsiasi essa sia, faccia loro ingoiare il boccone amaro dell’esaltazione di tiranni orientali, di mafiosi, di gangsters della finanza, di torturatori, di repressi sessuali che impongono vestiari e costumi, d’impiccatori seriali, di carcerieri ignobili, di violentatori o ingannatori di popoli.
Questo vale per tutti. Non si può esaltare Trump e tutto quel che vi consegue solo per aver catturato Maduro, né si può esaltare Maduro con tutte le sue porcherie ignobili perché lo ha catturato Trump.
L’allucinazione si è trasformata in tifo binario e ha gelato le menti.
Si condannano interi popoli in lotta perché “manipolati” o perché non ci piacciono i loro rappresentanti politici.
Quando i cervelli erano ancora normali non era mai accaduto. Nessuno esitava a difendere Praga perché non gli piaceva Dubcek, né a reclamare Trieste perché il suo ritorno alla Madre Patria sarebbe stato “geopoliticamente” negativo.
Le prese di posizione dualistiche sono prova di disagio esistenziale e di confusione.
Altro è fare perno su noi stessi contro l’imperialismo che sia da est o da ovest, altro diventare per tifo, non europei, centrati, centrali, ma “antioccidentalisti” come se l’Occidente fosse il Male (termine veterotestamentario paleolitico) e il resto fosse da lodare.
Come se chi va incontro alla morte contro i carri che vengono da est o per mano degli aguzzini “religiosi” che delirano in nome di un dio fosse colpevole di qualche cosa.
Un tempo si sostenne la Rivoluzione iraniana? Forse all’inizio, prima che divenisse regime.
Come, del resto, nel 1917 molti dei futuri fascisti applaudirono Lenin. Allora, prima che trasformasse la Russia in un campo di sterminio.
Poi per qualsiasi persona in buona fede sostenere oggi un regime simile è impossibile.
Lo attesta tutta la storia politica dell’Iran dal 1980 e non solo quella interna.
Non basta essere (o fingere di essere) ostili a Israele o agli Usa per essere meglio di loro.
E men che meno basta per sostenere quella canaglia, magari mentre si parla di “remigrazione” e si denuncia la Sharia, o, da femministe, si sostiene l’Iran. Eppure avvengono ambo le cose.
Segnali del tempo, indici di un vero e proprio stordimento e di un’incapacità di situarsi, di essere in sé.
Tutto questo è solo il frutto di un disagio profondo, di una “crisi di corrispondenza” con la realtà.
È collettiva, non solo terminale e residuale, si estende a un po’ tutta la commedia dei politicanti.
Al di là delle formule, dei proclami e delle buffonate, le potenze, vere o presunte, sono sempre più interconnesse e interdipendenti. Tramontano le vecchie forme di potere, le classi dirigenti progressiste sono in crisi esistenziale e quelle populiste – con poche eccezioni felici – non stanno meglio.
Le stesse agitazioni teatrali e perfino sanguinarie di Trump o di Putin rispondono al tentativo disperato di ripristinare un ordine vecchio. Certo, non è la stessa cosa perché la scommessa di Trump, che alle lunghe finirà con un compromesso fattuale, è produttiva nel breve termine per gli Stati Uniti mentre quella di Putin è fallimentare per la Russia più dell’azione di qualsiasi altro suo predecessore. Ma non è nemmeno questo quello che conta.
Quello che conta è accettare la sfida della “normalità” che ormai è una parola grossa, per rigenerare la nostra società, sia combattendo woke e dintorni, sia recuperando volontà di potenza, ma nella concezione NOSTRA da millenni di Polis e di Libertà.
Non è per niente difficile: sono i riflessi condizionati dettati dalla disperazione dei disadattati che fanno credere che sia così.
Ci vuole leggerezza, bisogna liberarsi dello Spirito di Gravità che si manifesta anche, e in gran misura, nel dogmatismo “irriducibile” del tifo senza costrutto.
