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L’analisi, la rivoluzione e i fondamentali scomparsi

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Sempre a proposito della crisi ucraìna e dintorni. Anzi, soprattutto sui dintorni

Ho già evidenziato come le reazioni scomposte, superficiali, spesso isteriche e del tutto impolitiche che l’hanno fatta da padrone in questi giorni abbiano messo definitivamente a nudo la pochezza di un’area. Un’area che raramente ha superato la categoria dell’antropologico e che ultimamente si è rivelata devastata anche in questo.
Insomma, proprio quando le condizioni storiche sembrano (e sottolineo sembrano) favorevoli, il grosso di quest’area si ritrova alla frutta e per giunta nemmeno di stagione.

L’analisi questa misconosciuta
Non tornerò oggi sulle scelte politico-rivoluzionarie che suggerisco riguardo alla rivolta popolare a Kiev; faccio addirittura finta che le mie siano improprie e che un’altra, di tutt’altro intendimento, sia quella adatta. Faccio finta, lo ribadisco; e lo ribadisco perché essendomi imbattuto in una mala fede dialettica talmente marcata e diffusa, non vorrei che qualcuno suggerisse che sto facendo marcia indietro. Se lo può scordare.
Dando comunque per postulato che un’analisi operativa possa essere fallace e dunque che ce ne possa essere una migliore che la nega, il punto che voglio sollevare è che quest’analisi semplicemente non c’è. Da nessuna parte. Ci sono dei luoghi comuni e l’applicazione al reale dello schema riduttivo  con cui si categorizzano le cose per potersele spiegare e per parteciparvi solo in proiezione psichica, senza assumervi un ruolo di nessun tipo.
Che si trattasse dell’adesione a un dogma tranquillizzante o del coinvolgimento emotivo con chi ha rotto gli indugi ed è riuscito, scrivendo con il proprio sangue, a prendere la testa di una rivolta e quantomeno a tentare di spingerla su di una strada rivoluzionaria imprevista, le spiegazioni delle scelte sono state quasi sempre soltanto emotive e hanno esposto idee generiche quasi mai confacenti al reale.
L’analisi è stata accantonata o spacciata come inutile, utopica, astratta e via dicendo.
E questo sì che è un termometro che segna la febbre altissima di un mondo che, tolte le vetrine esibizionistiche e i social network, sembra avere ancora ben poco in cui e per cui vivere.

Intellettuali? Avete detto intellettuali?
Ho sentito più volte spacciare l’analisi politica come intellettualismo e bollare, magari affettuosamente, chi vi ci si cimenta, da intellettuale. Ignorando regolarmente se l’intellettuale in questione compie azioni concrete e magari dimenticando cos’ha fatto e cosa fa nella vita.
Peggio: intellettuale vuol dire tutto. Intellettuale può essere l’individuo che osserva la vita, i costumi, la società e li esprime in prosa, in fotografia, in poesia. Qualcuno che immortala anche impietosamente il disagio quotidiano e la pochezza delle istituzioni e della politica, o la ferocia usuraia della finanza. Magari che offre spunti esistenzialisti come Sartre o esistenziali come Drieu La Rochelle e Céline. Persino Nietzsche ed Evola in qualche modo – seppure con una certa forzatura – possono essere inseriti in questa categoria che, se vogliamo, si riduce al focalizzare il rapporto tra l’uomo e il mondo.
Poi esistono gli “intellettuali organici” come Gramsci, che passano il loro tempo a sviscerare la società per intravedere gli spazi utili ad un partito o a una causa politica al fine di delineare una strategia volta all’egemonia.
Infine esistono gli intellettuali rivoluzionari.
Perché Lenin – che è diventato praticamente l’ideologo per eccellenza della sinistra- era innanzitutto un dirigente rivoluzionario e ha compiuto una rivoluzione.
Perché Mussolini, se non ve lo siete dimenticato, ha scritto fiumi di pagine e quasi sempre in una logica rivolta alle possibilità rivoluzionarie e ha soprattutto compiuto una rivoluzione che poi è stata la madre di mille rivoluzioni.

Chiamasi analisi rivoluzionaria
L’analisi rivoluzionaria è mossa da intento rivoluzionario, è animata da mentalità rivoluzionaria e cerca d’intravedere e di cogliere gli spazi reali in cui intervenire. Lo fa  mettendo sempre in discussione quello che appare e che ingessa i cervelli, cercando le faglie e le contraddizioni e soprattutto aggirando le cristallizzazioni mentali per solvere et coagulare.
L’analisi rivoluzionaria non conduce necessariamente alla rivoluzione, perché per essa servono le condizioni storiche, gli spazi di potere e gli uomini (tre elementi che oggi mancano) ma soprattutto l’istinto e l’energia.  Però consente qualcosa d’indispensabile.
Perché senza l’energia e l’istinto non si vince, ma senza l’analisi rivoluzionaria non si capitalizza nessuna vittoria in quanto non si sa poi esattamente cosa fare e l’accoppiata improvvisazione-ideologia non consente mai di districarsi sicché il successo si traduce puntualmente in fallimento. 
Inoltre l’analisi rivoluzionaria, se coglie in anticipo i limiti degli obiettivi raggiungibili, permette anche di capitalizzare nella sconfitta e di estrapolarne vittorie parziali, “tattiche” secondo la terminologia del war game.
Il problema però è che l’analisi rivoluzionaria mette sempre in discussione i paradigmi dogmatici in cui si ha la tendenza d’identificarsi; non necessariamente per abbatterli o per depotenziarli, magari anche per sostanziarli. Ma se non si ha alcuna intenzione di passare all’intervento e se si vuol continuare a vivere per procura come quei tifosi che non seguono neppure la squadra in trasferta ma sono abbonati a sky, l’analisi rivoluzionaria diviene ingombrante e allora si sente l’impulso di esorcizzarla, tra urla, insulti, anatemi e indignazioni viscerali.

Avviso ai naviga(n)ti
Un’ultima avvertenza per coloro che si credessero furbi: rivoluzionario non è sinonimo di questa o di quella visione ideologica, è una forma mentis che si manifesta nel pragmatismo al fine di rivolgere i canoni dominanti. Cristo, San Paolo, Robespierre, Napoleone, Trozky, Lenin, Mao, Hitler, Mussolini furono tutti rivoluzionari. Altri, dall’alto del potere, lo furono ugualmente (Costantino, lo stesso Napoleone, Stalin, Peron e ci aggiungerei Kissinger).
Dunque si astenessero i furbetti dal liquidare questa considerazione mettendo soggettivamente in discussione il mio concetto di rivoluzionario sulla base del loro ologramma preferito. 
Un’obiezione così formulata non avrebbe alcun valore rispetto al concetto che ho espresso e che, come ho premesso, si fonda sull’oggettività, a prescindere dalla valutazione che si fa del reale.
Tanto che nel postulato ho appositamente concesso, sia pur dialetticamente, la possibilità che la mia analisi ucraìna sia impropria.
Quel che conta, ancor prima delle conclusioni che si raggiungono, infatti è la mentalità a cui si ricorre.
La sbalorditiva mancanza non solo dell’analisi rivoluzionaria ma della preoccupazione della sua assenza è quanto di più allarmante emerge dall’attuale “crisi” ed è proprio da lì che si dovrebbe ripartire, con una rivoluzione culturale essenziale e di base, da cui iniziare per recuperare una mentalità rivoluzionaria con la quale muoversi per aderire concretamente alle cose anziché viverle da spettatori animati d fascioconsumismo.
Utopia? Stavolta quasi lo ammetto.

 

 

 

 

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