Spunti per un’interrogazione parlamentare
La risposta della BCE aldecreto “Saccomanni” solleva dubbi profondi sulla legittimità del decreto stesso, alla luce della possibilità che tramite la manovra della capitalizzazione di una parte delle riserve di Bankitalia lo Stato italiano abbia inteso supportare alcune banche nella formazione dei requisiti di patrimonializzazione previsti da Basilea.
A differenza degli argomenti utilizzati sinora dai gruppi di opposizione parlamentare che hanno contestato il decreto soprattutto dal punto di vista della visione politica del problema, la lettera della BCE chiama in causa prevalentemente aspetti di regolamentazione e procedurali che aprono la strada alla critica sulla congruenza e sulla logica stessa del decreto, cosa che potrebbe riaprire la partita.
Sulla stessa lunghezza d’onda della BCE lo IASSEM – Istituto per gli Alti Studi sulla Sovranità Economica e Monetaria – ha elaborato una serie di interrogativi che l’intera questione solleva proprio dal punto di vista della possibile incongruenza tra le intenzioni manifestate dal legislatore e l’effettivo contenuto del decreto.
In tal senso, i punti che seguono hanno contribuito alla formazione del testo di una interrogazione parlamentare che alcuni deputati dei gruppi di opposizione intendono sottoporre al MEF.
Questi in sintesi i punti proposti dallo IASSEM:
Nel periodo 2001-2013 il Consiglio Superiore di Bankitalia, controllato dalle banche private che risultato formalmente proprietarie del capitale sociale di Bankitalia, ha continuato a destinare una cospicua parte degli utili annui all’accantonamento di riserve anziché alla distribuzione di utili allo Stato che ne ha ricevuto quote largamente inferiori rispetto ad altre banche centrali tra cui la Bundesbank. Essendo venuta meno la funzione politica monetaria (tassi e cambio) e gran parte di quella legata al signoraggio, per quale ragione soprattutto dal 2001 in avanti gli utili di Bankitalia non sono stati distribuiti in misura maggiore allo Stato? Cosa ha dettato l’esigenza di espandere ulteriormente le riserve della banca centrale italiana?
Data la politica di avversione al dividendo e di favore all’accumulo di riserve di cui sopra per quale ragione il decreto Saccomanni ha innalzato il dividendo distribuibile fino al 6% del valore delle riserve, riserve peraltro rivalutate, proprio a Dicembre 2014? Supponendo per un attimo che la volontà di consentire a banche importanti del sistema di rivalutare la propria quota di partecipazione in Bankitalia sia legittima ed accettabile politicamente, perché aumentare anche il tetto alla distribuzione del dividendo? Se l’obiettivo del decreto è realmente quello di consentire la ricapitalizzazione degli istituti bancari “sistemici” la rivalutazione del capitale di Bankitalia mediante le riserve lo consegue, a prescindere dalla distribuzione dei dividendi.
Sempre sul tema della ricapitalizzazione delle banche italiane, in base a quale criterio si è deciso che il contributo del settore pubblico al settore bancario debba essere limitato alla banche formalmente azioniste di Bankitalia? In altre parole, perché limitare questo contributo a poche grandi banche e non estenderlo invece all’intero sistema bancario italiano che comprende numerosi altri soggetti che non sono azionisti di Bankitalia ma che pure sono profondamente bisognosi di ricapitalizzarsi e le cui difficoltà di bilancio e di aderenza a Basilea potrebbero comunque creare pericolosi squilibri a livello di sistema bancario?
Nel decreto si parla di un modello di “public company” con il quale si intende superare lo status di istituto di diritto pubblico. La public company di estrazione anglosassone si basa su un principio di fondo, quello della polverizzazione dell’azionariato e del controllo della governance da parte del mercato, evitando cioè la prevalenza di lobby, gruppi di pressione ed influenze da parte di minoranze qualificate. Se questa è la volontà del decreto, come si concilia tutto ciò con il tetto del 3% posto all’azionariato di Bankitalia, mediante il quale un numero relativamente esiguo di soggetti, diciamo 10-15 per fare un esempio, potrebbero di fatto controllare la governance della banca in barba ai principi della public company di estrazione anglosassone?
Sempre in relazione all’impatto della rivalutazione delle riserve sui bilanci delle banche, il regolamento di vigilanza in vigore per le banche italiane prevede che il valore delle quote di partecipazione di una banca che non sono negoziabili sul mercato (cioè che sono in “conto vendita”) non possono essere iscritte a patrimonio. In sostanza, una banca che possiede partecipazioni in altri enti può calcolare il valore di queste partecipazioni ai fini del patrimonio di vigilanza solo se queste quote sono scambiali, quindi possono essere comprate e vendute sul mercato. Tuttavia, il decreto Saccomanni non fissa regole di ri-acquisto anche temporaneo delle stesse quote né da parte di Bankitalia né da parte delle attuali banche azioniste e per tale ragione le quote di Bankitalia non presentano il requisito della negoziabilità. Quindi, come possono le banche azioniste di Bankitalia beneficiarne? Come possono iscrivere il maggior valore delle quote di Bankitalia all’interno del patrimonio valido ai fini della vigilanza se le stesse non hanno i requisiti previsti di negoziabilità?
Se a tutto ciò sommiamo che il primo appunto che la BCE ha mosso al MEF è che la proposta di decreto è stata presentata alla stessa BCE solo 5 giorni prima della sua approvazione in aula, viene proprio da pensare che tale decreto sia stato partorito di fretta, senza una logica ed una visione di insieme del problema. Un classico pastrocchio all’italiana, insomma, che ha già fatto infuriare le opposizioni parlamentari ed ora rischia di coprirci di ridicolo agli occhi dell’Europa. L’unica nota positiva per la popolazione italiana è che, forse, Bankitalia non è ancora persa del tutto!
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