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Le spread c’est pour nous

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Tutti i carichi a noi mentre stranamente i francesi se la cavano

 

Con un deficit/Pil al 5,7% e un debito/Pil in costante aumento verso quota 90% la Francia ha iniziato il 2013 sbilanciata sui fantomatici parametri di Maastricht. L’obiettivo è quello di far quadrare i conti e riportare il deficit all’1% entro il 2015. Nel frattempo però lo spread che la Francia paga rispetto alla Germania, nel confronto del rendimento dei titoli di Stato a 10 anni, vola basso, intorno a quota 60 punti, circa 200 punti in meno rispetto a quello italiano (tra BTp e Bund).
Ma ha senso che l’Italia – dopo aver compiuto nell’ultimo anno riforme strutturali pesanti in termini di benessere dei cittadini, da quella delle pensioni a quella del lavoro – paghi oggi il 2% di interessi in più di Parigi sul proprio debito pubblico?
Se la pressione internazionale dei mercati – veicolata attraverso l’andamento degli spread – è legata in particolare alla produttività e al costo del lavoro, come mai la Francia che ha un costo del lavoro pari a 116,4 (indice misurato dalla Banca mondiale) e una produttività 85,3 paga sui mercati finanziari 200 punti base in meno dell’Italia (il cui indice di produttività è quasi identico (85,2)? Senza contare la spesa pubblica, tallone d’Achille dell’Italia che, includendo anche quella improduttiva (che non genera Pil) arriva al 45% mentre la Francia va oltre il 50%.
Sbagliano i mercati? O cosa? Quale è il segreto per cui la Francia è stata sinora al riparo dalla speculazione finanziaria che ha invece colpito il Sud Europea e la periferia?

Perché la Francia non è stata attaccata
«La differenza con l’Italia sta soprattutto nel fatto che l’area euro è più dipendente dal binomio Francia/Germania che non dai rapporti Italia/Germania. Anche se l’Italia ha una traiettoria migliore dal punto di vista fiscale rispetto alla Francia, la costruzione dell’area euro è quello che più preoccupa e Hollande e la Merkel stanno facendo bene in questo momento», spiega Philippe Waechter, capo economista di Natixis Asset Management.
«Nonostante il costante deterioramento dei conti pubblici, una crescita sempre più anemica e una retorica politico-populista a prima vista decisamente ostile agli investitori, riteniamo che sia difficile ipotizzare un attacco alla Francia – spiega Edoardo Chiozzi Millelire, responsabile per l’Italia di Convictions Am -. La ragione principale è che la Francia è e resterà saldamente ancorata alla Germania. Costi quel che costi e a prescindere dal colore politico e dalla personalitá dei diversi dirigenti del Paese. Questa è una costante e un caposaldo di lungo termine della politica francese. A questo si aggiunge un sistema di “governance” politica efficace. L’esecutivo puó contare su una solida maggioranza parlamentare, grazie al sistema maggioritario a doppio turno, e su un bicameralismo imperfetto incentrato sull’Assemblée Nationale (Camera dei Deputati, ndr) che garantisce un processo legislativo efficace.

C’è anche un’altra ragione. Da quando hanno letteralmente costruito Sarkozy gli americani hanno anche stabilito una corsia preferenziale tra la Borsa di Parigi e Wall Street e favorito l’ingresso transalpino nel narcoriciclaggio. Quindi anche se noi siamo persino più servi loro sono più garantiti.
Inoltre noi non abbiamo nessuna classe politica che ci difenda.

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