
Di Leonarso Varasano, per i tipi di Rubettino
E’ recentemente uscito in tutte le librerie “L’Umbria in camicia nera (1922-1943)” (Rubbettino, pp. XV+588, Euro 32), scritto dal giornalista e storico perugino Leonardo Varasano.
Nel volume, che si avvale della prefazione di Alessandro Campi, l’autore sottolinea come grazie all’esempio e al sostegno dei fascisti fiorentini, il fascismo perugino abbia fatto dell’azione squadrista il proprio modus operandi privilegiato. Nonostante la primogenitura regionale spetti al fascismo ternano, è proprio nel capoluogo regionale che il movimento mussoliniano si salda. In pochi mesi, il quadro politico umbro si capovolge: i successi elettorali socialisti si sgretolano, mentre i seguaci di Mussolini guadagnano (seppur con dinamiche asimmetriche tra Perugia e Terni) spazi e consensi. Alle politiche del 1921, la lista dell’“Alleanza nazionale” (unione di liberali, fascisti e nazionalisti), ottiene una clamorosa vittoria con il 54% dei voti. Nonostante una forte presa, per tutto il 1921, i rapporti del fascismo umbro con la centrale milanese sono a più riprese conflittuali e solo nel 1922, quando la leadership di Alfredo Misuri viene soppiantata dalla diarchia di Giuseppe Bastianini e Felice Felicioni, i rapporti tendono a migliorare. Anche grazie a questo riavvicinamento, oltre ovviamente a ragioni logistiche, l’Umbria darà un significativo contributo alla marcia su Roma. Il giornalista Varasano, precisa che, dopo la presa al potere, e per tutti gli anni venti, il fascismo umbro è lacerato da lotte intestine e personalismi. Nella gestione del potere coesistono elementi di per sé antitetici: squadristi, notabili ed esponenti della classe politica già liberale. La convergenza fra vecchie e nuove élites, dato di fatto fin dal 1921, acquista la consacrazione ufficiale con le amministrative del 1923. Il fascismo funge così da elemento attrattivo e unificatore, accogliendo anche radicali, ex repubblicani e socialisti riformisti. Il peso dei ceti agrari, anche in virtù delle caratteristiche economiche dell’Umbria, rimane rilevante, ma l’egemonia dei possidenti viene mitigata da processi di mobilità sociale e politica. Nel 1923 le amministrazioni locali dei principali centri dell’Umbria vedono ai propri vertici non nobili o notabili, ma, nella maggioranza dei casi, molti dei protagonisti delle spedizioni punitive: Uccelli a Perugia, Nicchiarelli a Castiglion del Lago, Iraci a Foligno, Fortini ad Assisi, Spinelli a Spoleto. Questa risulta una novità sostanziale.
I governi municipali, a lungo dominio inespugnabile della proprietà terriera e dell’aristocrazia, si aprono anche agli esponenti della piccola borghesia. In tal senso, lo squadrismo agisce da indubbio elemento di democratizzazione politica. La maggioranza dei più noti squadristi, già subito dopo la marcia su Roma, trova una collocazione nella vita politica. Piccoli borghesi, che fino a prima erano sconosciuti, controllano le posizioni chiave e relegano le vecchie élites a ruoli di secondo piano. Gli squadristi più intraprendenti sfruttano le chances di ascesa politica e sociale offerte dal fascismo, scorgono prospettive di carriera e le intraprendono, vedono crescere le opportunità e restringersi le zone franche, monopolio dei ceti privilegiati. Se poi l’attenzione viene circoscritta al fascismo perugino, tale fenomeno assume proporzioni vistose. Grazie a ciò il fascismo umbro riesce a mantenere un saldo controllo della realtà locale per quasi tutto il ventennio. Lavoro complesso e minuzioso, “L’Umbria in camicia nera” è costato all’autore diversi anni di studi e ricerche e non può mancare agli appassionati di storia contemporanea.

