Ora bisogna fare molta attenzione al genere degli epiteti
Definire marionetta il sindaco donna è un insulto sessista che dimostra ostilità verso le donne in politica. La Cassazione spezza una lancia in favore del gentil sesso che “scende in campo” e conferma la condanna per diffamazione (sentenza 49776) inflitta a un ex assessore comunale che aveva avuto l’idea di manifestare il suo “dissenso” verso il nuovo primo cittadino, facendo stampare dei volantini in cui la definiva una “marionetta”.
Termine decisamente offensivo perché, spiega la Cassazione, “attribuisce alla persona destinataria di tale qualifica, l’assenza di personalità, la soggezione al volere e alle strategie operative di altra o altre persone, il ruolo di acritico strumento di diffusione e realizzazione di idee altrui”.
Un’accusa di non essere capace di intendere e volere in maniera libera e autonoma che si carica – spiega la Suprema corte – di una maggiore efficacia diffamatoria nell’attuale condizione culturale del nostro Paese perché diretta contro una donna impegnata in politica settore, “notoriamente egemonizzato – nonostante moderni e civili principi costituzionali – dagli uomini e conseguentemente, non benevolo se non addirittura ostile nei confronti delle donne”
Non passa il tentativo dell’ex amministratore di far passare il volantino come la reazione a un fatto ingiusto, rappresentato dall’attacco mosso dal sindaco contro la giunta precedente. La prima cittadina aveva, a spese del comune, fatto stampare una serie di manifesti per denunciare la cattiva gestione degli ex amministratori, compresi i risvolti penali del sindaco uscente.
Secondo la Corte si trattava di un legittimo dovere di critica e informazione attuato giustamente con il denaro pubblico. E poco importa che l’allora sindaco fosse stato assolto. L’esito positivo per i pubblici amministratori del processo penale, ricorda la Cassazione, non è certamente idoneo a dimostrare la piena regolarità dell’azione di governo della giunta. E se lo dice la Suprema Corte c’è da crederci.
