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Menzogne sull’Ungheria

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Ormai sono tornati gli agit-prop

 

Leggete cos’ha scritto Andrea Tarquini su Repubblica con uno stile e una costruzione mentale da agit-prop:

“Esodo delle élites e delle giovani famiglie, specie le più qualificate, dall’Ungheria di Viktor Orbàn. Lo denuncia l’autorevole giornale economico magiaro “Héti Vilàggazdasàg”, secondo cui negli ultimi anni, da quando il premier euroscettico e nazionalpopulista è al potere, se ne sono andati in cinquecentomila. Più del doppio rispetto ai duecentomila ungheresi che fuggirono, spesso a piedi nella neve fino al confine austriaco, dopo la brutale, sanguinosa invasione delle Panzerdivisionen, dei corpi speciali e della fanteria sovietiche, inviate da Kruscev nel novembre 1956 a schiacciare la rivoluzione democratica ungherese e gli sforzi dell’allora leader comunista riformatore Imre Nagy per l’indipendenza e per un socialismo democratico e dal volto umano.
Mezzo milione su dieci milioni scarsi di abitanti in totale. Mezzo milione oggi contro duecentomila allora, nel lontano 1956 quando la popolazione totale magiara era grosso modo equivalente a quella attuale”.

Date per buone le cifre, cosa tutta da verificare, l’intero impianto dell’articolo è inverecondo.
Tanto per cominciare l’esodo verso impieghi o verso salari migliori è stato causato, non in Ungheria, ma in tutta l’Europa dell’est, dallo sfruttamento intensivo praticato dai capitali occidentali.

Peraltro se dall’Ungheria è veramente in atto una “fuga di élites”, il che poi è da comprovare, significa pure che le fasce meno abbienti e meno protette si sentono più tranquille e più garantite dal governo di Orbàn di quanto non lo siano nei Paesi limitrofi che sono governati secondo il politicamente corretto, ovverosia nell’ottica dell’impoverimento assoluto. Insomma il dato offerto da Tarquini come un’aggravante dell’imputato Orbàn va letto invece come un suo reale successo.

Si dovrebbe commentare poi da sé il paragone con l’esodo del 1956.
Allora le duecentomila persone di cui si parla erano davvero in fuga, non viaggiavano all’interno dell’area Shengen cercando il luogo di maggior guadagno, ma cercavano precipitosamente riparo da un governo di polizia e spesso dai plotoni d’esecuzione.
Tarquini inoltre si dimentica di aggiungere ai fuggiaschi i morti. Quelli caduti in combattimento mentre resistevano ai carri armati del Patto di Varsavia e quelli eliminati in seguito dai tribunali speciali comunisti.

Non ci resta che augurare a Tarquini di vivere un’esperienza del genere insieme ai suoi mentori e idoli, quegli stessi che si permettono di mettere sotto accusa un governo che gode della schiacciante maggioranza della popolazione, la cui opposizione più forte è oltranzista rispetto alla stessa linea di Orbàn, e non accetta di essere comandato a bacchetta dai commissari politici internazionalisti imposti dalla UE che forse non a torto il perseguitato politico russo Vladimir Bukovski aveva indicato essere l’erede reale dell’URSS.

 

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