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Nessuno parla di disperaticidio

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Eppure è una strage. Ma fa notizia solo la guerra dei sessi

 

Morte di maggio, cadute in cinque solo nei primi giorni del mese delle rose, quando tutto fiorisce e niente muore. E allora che c’entrava far morire di morte violenta due donne e tre ragazze, e far morire di nuovo la speranza di tutte le altre donne, e farle sentire così stanche di essere ammazzate, o di dover contare quelle che sono state ammazzate al posto loro. Ilaria, Alessandra, Chiara, Maria, Letizia, uccise tra il 2 e il 3 maggio. Quasi tre al giorno, adesso, piuttosto che una ogni tre giorni, come prima, o forse una ogni due, e centoventi in un anno, e settecento in cinque, e forse un po’ di meno, e invece no, di più, molto di più.
Perdere il conto. Perdere la capacità di metabolizzare un lutto che non finisce mai, sempre così recente, ripetitivo, impreciso, inaccettabile. Perdere la speranza che a un’altra non sarebbe capitato mai. Perdere la possibilità di illudersi che sia accaduto per caso, per sciagura, e non per il fatto stesso di essere nate non uomini ma donne, e di essersi chiamate Ilaria o Alessandra, Chiara, Maria, Letizia, piuttosto che Nicola, Francesco, Federico o non so ché.
Donne adulte, sagge, mature, impegnate in politica, come Maria, o militanti della fede, come Chiara. Oppure, come Alessandra, Ilaria e Letizia, piccole donne che non cresceranno più. Uccise tutte quante solo perché erano fisicamente troppo inermi, incapaci di difendersi, ed erano invece interiormente troppo forti, capaci alzare la testa, di ribaltare gli equilibri primordiali, di pretendere rispetto, di rivendicare libertà, di suscitare rabbia, odio, per essersi ribellate a un maschio possessivo, violento o predatore. Creature ammazzate solo perché indossavano un corpo femminile, qualcosa che in qualcuno ha ispirato l’istinto predatorio, la gelosia, la rabbia, il desiderio, la giurisdizione del possesso. Creature ammazzate nella loro casa, dove avrebbero dovuto sentirsi più al sicuro. Creature smaltite come gatti morti in un campo, in mezzo a una strada, nella profondità di un pozzo o chissà dove.
E quasi speri in un soprassalto di coscienza, e che qualcosa stia cambiando, quando arriva il “dopo”. La nemesi dell’ordinario che diventa orrore. La veglia funebre social, la nenia di dolore collettiva, e lei che appartiene a tutti, lei che sembrava la ragazza della porta accanto, e infatti ad ammazzarla, quasi sempre, è stato qualcuno che viveva accanto a lei. Lei che la conoscevo bene, anche se non l’avevo conosciuta mai. Facebook, le foto, le amiche, i cani, le felpe col cappuccio, le amiche, la musica, i cuoricini, tvb. E tutte assolutamente irripetibili, e tutte assolutamente uguali, con i pensieri e le emozioni in fotocopia, tra i 19 anni di Ilaria e i 30 di Alessandra e i 28 di Chiara, che pubblicava in rete le foto di una vita coniugale apparentemente spensierata.
Tutte tradite dalle loro ingenuità sul tema dell’amore. Intrappolate dalla fiducia nell’uomo che amavano. Ignare del fatto che talvolta l’amore diventa il suo contrario, e che in realtà, in quel caso, amore non era stato mai. Tutte incapaci di scappare, di salvarsi. Tutte che proprio non gli assomigliava finire accoltellate strangolate sparate massacrate di botte negli stessi luoghi dove allugavano passi tranquilli sin da bambine.
Livorno, Acilia, Sannicandro di Bari, Roma. Oppure Garlasco, Brembate e Avetrana, oppure Torino, Milano e Palermo. Una penisola di agguati. A volte di impunità, di misteri irrisolti, a volte no. C’è l’unico mistero del dolore, per esempio, nella storia di quelle che, com’è accaduto per due volte ieri, vengono ammazzate da un marito o un padre che subito dopo si toglierà la vita, non senza prima aver pronunciato una sentenza di condanna a morte di coppia o di famiglia, negando il diritto di sopravvivergli a chi viveva accanto a lui.
Negli altri casi, per fortuna, c’è il Dna che aiuta, e hanno fermato un senegalese, o un italiano, o un tizio di passaggio, o un compaesano, ed era uno stupratore, ed era più spesso un fidanzato, oppure un ex. Oppure non hanno fermato né fermeranno mai nessuno, e non c’è niente che possa aiutare. C’è solo un corpo frugato inutilmente da anatomopatologi e periti. C’è solo un giacimento di ricordi frugato inutilmente da inquirenti, media e avvocati. E c’è il suo nome che non le appartiene più, che viene postposto al suo cognome, espropriato di tenerezza e intimità, stampato sulla sulla copertina di un processo per omicidio. L’ennesimo omicidio di una donna. Avanti un’altra.
Femminicidio. a cacofonia di un orrore quasi quotidiano. Eppure quel neologismo sgraziato non è ancora scritto sul vocabolario, e tantomeno sul codice penale, con le aggravanti che merita, per quel che è. Un delitto di genere. Una strage di donne. Strage di Stato, accusa l’Onu. Perché in Italia, aggiunge, lo Stato non l’ha soppesata, non l’ha capita, non la combatte ancora.

Tutto quello che volete ma..
Nessuno parla di disperaticidio, eppure è una strage. Ma fa notizia solo la guerra dei sessiAccade per ogni genere di minoranza (comunità ebraiche, gay, femministe): i diritti della minoranza diventano ideologia e lo scopo reale di chi la sbandiera non è l’interesse della minoranza e in breve non lo è neppure quello dell’ideologia in cui si è trovato rifugio ma è sempre e solo il rafforzamento della propria posizione.
E’ così che antisemitismo, sessismo, omofobia diventano la ragione stessa di esistere delle lobbies: se sono insignificanti vanno enfatizzati, se sono assenti vanno inventati.
E si procede di delirio in delirio mentre, in contemporanea, drammi e tragedie del tutto estranei alle fissazioni delle lobbies di minoranza, si consumano nella società.
Ma non essendoci lobbies in sostegno, per esempio, degli sloggiati, degli esodati, dei licenziati, dei produttori privati di finanziamenti, delle vittime di Equitalia, delle famiglie dei suicidi per disperazione economica, il dibattito s’impantana sempre lì: femminicidi, matrimoni gay, pari e dispari opportunità.

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