
Gli eroi son tutti giovani e belli
La cugina Bianca Maria lo definì “il più giovane soldato d’Italia, morto a quindici anni”. Non so se è stato davvero il più giovane, ma sicuramente uno dei più giovani. In quel periodo erano in tanti ad arruolarsi ancora adolescenti per combattere al fine di salvare l’onore d’Italia.
Erano poco più che ragazzi ed erano stati educati in un’altra Italia, prima figli della lupa, poi balilla, balilla moschettiere e avanguardista. Era, quindi, quasi una conseguenza logica che l’entusiasmo e l’impeto giovanile unito all’amor di Patria, appreso non grazie a una istruzione teorica bensì mediante esempi di ideali realizzati, sfociasse nel desiderio di dare il proprio contributo per dimostrare che non tutti gli italiani erano disposti a seguire la legge del tornaconto sacrificando la propria dignità personale e di popolo.
Vittorio Giuseppe Sgabelloni detto Ninetto, nato a Genova il 04 settembre 1928, poté arruolarsi nel Btg. Camilluccia (che con il 63° Btg. “Tagliamento” venne poi a comporre la 1ª Legione d’assalto “Tagliamento” della Guardia Nazionale Repubblicana), divenendone la mascotte, perché presentatosi al Centro di Reclutamento di Orvieto della GNR (c’era anche la Scuola Allievi Ufficiali) dove era Cappellano padre Antonio Intreccialagli: quest’ultimo lo accompagnò a Roma insieme ad altri Volontari e fece da garante sulla sua idoneità.
Seguì il Suo reparto, prima a Vercelli, dove aveva sede la Legione presso la caserma “Conte di Torino”, poi ribattezzata “Tagliamento”. Successivamente la Legione partì per il fronte Adriatico (Tavullia e Sassocorvaro, in provincia di Pesaro), non senza, il 5 giugno 1944, aver sfilato a Vercelli davanti al generale Renato Ricci.
Fu proprio nella zona Sassocorvaro-Urbino il 18 giugno 1944 che venne colpito da aerei nemici nel mitragliamento di alcuni autocarri della Legione M “Tagliamento”. Trasportato al più vicino Ospedale (Urbino) vi morì il 22 giugno 1944.
Secondo i Commilitoni è stato il primo vero eroe del Battaglione.
Il fratello Massimo per almeno quarant’anni cercò invano di portarne la salma da Vercelli a Roma perché era rimasta intatta, incorrotta. Non risultò possibile portarlo nel luogo di residenza della famiglia perché per tre volte venne aperta la bara e, dato che la spoglia era rimasta così, integra, il Comune di Vercelli non concesse il permesso al trasporto a causa di una legge igienica.