ma i problemi li registrano con più buon senso dei napolinani
L’Ue è in crisi. E l’Italia lo è ancora di più. A giudicare dai numeri, il nostro Paese sembra uscito da una guerra mondiale: il Pil è calato dell’8% in sei anni; i consumi sono tornati indietro di 15 anni; la produzione industriale si è ridotta di un quarto dall’inizio della recessione a oggi, gli occupati sono diminuiti di 1,4 milioni. Sono solo alcuni dei numeri contenuti nel rapporto del Centro Studi Confindustria “L’Europa e l’Italia nel secolo asiatico. Integrazione e forza industriale a difesa di libertà e benessere” curato da Luca Paolazzi con i contributi di Mauro Sylos Labini, Gianni Toniolo, Stefano Micossi e Sergio Fabbrini, presentato oggi a Torino. Oltre 200 pagine di analisi, grafici e tabelle che indicano anche le due vie da seguire per rimetterci in piedi: avviare la terapia d’urto contenuta nel progetto di Confindustria per l’Italia, che metta al centro il manifatturiero e riporti la crescita oltre il 2% annuo; varare le riforme strutturali attese da anni.
I numeri della Grande crisi
Lo studio del CsC parte da un’immagine in campo lungo dell’Europa che fatica a tenere il passo non solo degli Stati Uniti e del Giappone ma anche delle economie emergenti. E zooma poi sull’Italia e sui suoi tanti (troppi) ritardi e sui danni prodotti dalla doppia recessione. Danni paragonabili, come detto, «a quelli di una guerra mondiale, senza che questa guerra sia stata (per fortuna) combattuta». Come testimoniano alcune cifre: il Pil è diminuito di oltre l’8% dai valori del 2007, quello per abitante del 10%; i consumi sono tornati ai livelli del 1997, la produzione industriale è sotto di un quarto dai massimi del 2008, l’occupazione ha perso 1,4 milioni di unità.
Il rapporto del Centro studi Confindustria
I concetti chiave per ripartire
Secondo il Centro studi Confindustria, se non inverte quanto prima la rotta l’Italia arriverà al «progressivo azzeramento dei risultati ottenuti con il miracolo economico». Ma per disegnare le politiche economiche più efficaci al rilancio, a detta del rapporto, dovrà focalizzarsi su due concetti chiave. Il primo è la «centralità del manifatturiero»; il secondo è che il nostro Paese era «in crisi prima della crisi». Quelli venuti al pettine oggi, infatti, sono nodi strutturali che risalgono a 30-40 fa. E che non sono mai stati sciolti. Nodi che hanno determinato la progressiva perdita di competitività del sistema economico italiano. Dalla produttività del lavoro stagnante al costo unitario per unità di prodotto (noto anche come «clup») in continua crescita, fino al ritardo nella formazione del capitale umano e al cappio sempre più stringente della burocrazia.
La terapia d’urto proposta dalle imprese
Le ricette proposte dal CsC ricalcano la «terapia d’urto» delineata nel progetto di Confindustria per l’Italia del gennaio scorso e volta a mobilitare 316 miliardi in cinque anni. L’azione dovrà essere a tenaglia. Da un lato, dovrà puntare sull’aumento della competitività (in particolare del manifatturiero) operando un taglio dei costi; dall’altro, dovrà sostenere la domanda interna, puntando sugli investimenti pubblici e privati. Gli effetti attesi sono considerevoli: il tasso di crescita del Pil diventa del 3% annuo nel 2017e 2018, con un aumento cumulato del 12,8% nei prossimi cinque anni (contro il 2,9% a politiche invariate), pari a 156 miliardi aggiuntivi ai prezzi di oggi. Risultato? «Gli occupati – dice lo studio – salgono di 1,8 milioni di unità. Grazie alla maggiore crescita – aggiunge – si ha un drastico miglioramento degli stessi conti pubblici: il disavanzo diventa surplus dal 2017e il rapporto debito/Pil scende sotto il 104 per cento. Contemporaneamente andrà avviato un piano di riforme strutturali che faranno sentire i suoi effetti quando si affievoliranno i benefici della terapia d’urto.
Le azioni da mettere in campo
Le proposte di Confindustria abbracciano diversi campi. Sul fronte della competitività la terapia d’urto si compone di diversi ingredienti: eliminazione in cinque anni del costo del lavoro dalla base imponibile Irap; il taglio di 11 punti in tre anni degli oneri sociali
pagati dalle imprese manifatturiere per abbassare dell’8% il costo del lavoro; detassazione strutturale per un miliardo l’anno del salario di produttività contrattato in azienda; l’introduzione di un credito di imposta strutturale del 10%, sugli investimenti in ricerca e sviluppo. Mentre sul fronte della domanda spiccano, tra gli altri, lo sblocco immediato di 48 miliardi in due anni di debiti della Pa, il potenziamento dell’Ace, il rafforzamento degli investimenti in infrastrutture, la riduzione dell’Irpef sui redditi bassi. Misure da coprire, secondo l’associazione degli industriali, con il taglio del 5% della spesa corrente, con l’estensione agli enti territoriali dell’obbligo di ricorrere alle convenzioni Consip per gli acquisti di beni e servizi, con l’innalzamento di due punti delle aliquote Iva ridotte, con il riordino degli incentivi alle aziende e con la lotta all’evasione.
