
Germania: la donna emancipata oggi non fa strada e non strappa neppure le ridicole quote
Non è un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, nonostante gli sforzi del partito di Angela Merkel di riempirlo almeno in parte, evitando una grave spaccatura a pochi mesi dal voto di settembre. Il parlamento tedesco ha bocciato il progetto di legge di socialdemocratici e dei Verdi che prevede la presenza obbligatoria di un 20 per cento di donne nei consigli amministrazione delle maggiori aziende a partire dal 2018 e del 40 per cento cinque anni dopo. Unica consolazione, si potrebbe dire, per chi ha perso questa battaglia è che la Cdu ha raggiunto un tormentato compromesso, annunciando che nel suo programma elettorale verrà proposta una “quota rosa” del 30 per cento entro il 2020. Ma in realtà si tratta di un impegno ancora tutto da verificare, servito soprattutto a bloccare le parlamentari che volevano schierarsi con l’opposizione. Tanto è vero che molti esponenti cristiano-democratici già hanno aperto il fuoco di sbarramento, iniziando a sottolineare che non è lo Stato a dover dire la sua parola sulla composizione dei vertici delle imprese.
Una breccia sul fronte conservatore si è però aperta.
Chi invece ha taciuto, facendo però trapelare il proprio disappunto, è il ministro del Lavoro Ursula von der Leyen, cristiana-democratica, da tempo sostenitrice accanita delle quote. Lo ha fatto per disciplina di partito, per non rompere con la cancelliera, per non creare un problema al governo in cui, dall’altra parte della barricata, siede la “post-femminista” Kristina Schröder, responsabile del dicastero della Famiglia. Prima che maturasse il compromesso in salsa merkeliana erano in molti infatti a temere che la questione potesse mettere addirittura in pericolo la stessa tenuta della maggioranza. Ha prevalso il realismo, le convinzioni sono state accantonate.
“Qualche volta bisogna fare il contrario di quello che si vuole per ottenere quello che si vuole”, ha affermato la parlamentare della Cdu Rita Pawelski.
In un clima già teso alla vigilia, era chiaro che il confronto in Parlamento sarebbe stato incandescente. “Mi appello al vostro coraggio, alla vostra ragione e al vostro onore”, ha detto il capogruppo socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier rivolgendosi a chi, nel campo governativo, non aveva nascosto nelle settimane scorse il proprio sostegno alla proposta dell’opposizione. “ E’ stato il dibattito più ipocrita dell’anno”, ha commentato Der Spiegel. In effetti, Schröder ha rinfacciato a socialdemocratici e Verdi di non fare osservare la regola delle quote nei Länder da loro governati, mentre Steinmeier ha molto insistito sulla doppiezza della Cdu, che ha bocciato le quote ma ha assicurato di volerle introdurre nel futuro. Katrin Göring-Eckardt, capolista dei Verdi nelle elezioni di settembre insieme all’ex ministro dell’ambiente Jürgen Trittin, ha parlato di “un grosso inganno per tutte le donne tedesche”.
Finito questo scambio di accuse, i voti contrari al progetto di legge sono stati 320 e quelli favorevoli 277. Se ne riparlerà quindi nella prossima legislatura. Intanto, salvata la sua maggioranza (anche gli alleati liberali sono contrari alle quote), la cancelliera ha ascoltato con attenzione e iniziato a riflettere sul da farsi. Lei non è mai stata una sostenitrice della presenza femminile stabilita per legge, ma ha dimostrato più volte si saper cambiare idea con una certa disinvoltura. Se l’è cavata riconoscendo che la questione “sta molto a cuore” a molte donne del suo partito, non solo a Ursula von der Leyen, aggiungendo però che su molti temi come la parità e la politica per le famiglie le opinioni sono molto diverse. In ogni caso, Angela Merkel sa che il problema esiste. Nel 2012 la presenza femminile al vertice delle duecento maggiori aziende tedesche era del 4 per cento. Numeri che parlano da soli.
In altre parole per le donne tedesche un balzo indietro da oltre settant’anni.

