Non serve più bruciare i libri basta bruciare le cellule grigie dei lettori
Era un chiodo fisso di Indro Montanelli, convinto che in Italia gli storici accademici producessero libri illeggibili. E la questione ogni tanto riaffiora. Per esempio tra le righe della recensione che Adrian Goldsworthy, sul «Wall Street Journal» del 6 aprile, ha dedicato al libro Spartaco di Aldo Schiavone, da poco tradotto in inglese. Pur tra diversi apprezzamenti, allo studioso italiano veniva mosso il rimprovero di dare per scontate conoscenze che al comune lettore solitamente mancano. Insomma, di scrivere per gli addetti ai lavori più che per il grande pubblico.
Nel caso specifico Schiavone trova l’accusa incoerente: «Proprio perché tenevo a coinvolgere i lettori non specialisti con un impianto narrativo avvincente sulla rivolta degli schiavi guidati da Spartaco, non potevo soffermarmi a descrivere l’organizzazione delle legioni o il sistema di governo della Repubblica romana. Del resto sono nozioni che oggi si possono facilmente trovare sul web. Se avessi appesantito il libro con dettagli manualistici, da prontuario di storia militare o istituzionale, avrei allontanato il pubblico piuttosto che avvicinarlo».
Più in generale uno storico medievalista noto per gli ottimi dati di vendita dei suoi libri, Alessandro Barbero, trova eccessive certe critiche: «La polemica di Montanelli aveva un fondamento anni fa, ma oggi vedo che molti miei colleghi si sforzano di scrivere in modo accessibile. Magari facciamo fatica, ma anche nel mondo anglosassone non tutti hanno le doti comunicative dei compianti Eric Hobsbawm e Tony Judt. Inoltre bisogna aggiungere che la cultura specialistica ha le sue regole: è inevitabile che una parte della produzione storiografica si rivolga agli studiosi e risulti ostica per il pubblico, così come avviene per la fisica teorica, per l’economia e per qualsiasi altra disciplina accademica».
Forse bisogna distinguere tra generi diversi: «Montanelli — nota Adriano Prosperi, studioso dell’età moderna — pubblicava libri di storia popolare, aveva una scrittura frizzante e seducente, ma anche una visione un po’ banale del passato, in cui metteva in scena l’eterna commedia dei furbi e degli ingenui. Non aveva tutti i torti quando rimproverava agli accademici di un tempo gli eccessi di spessore erudito, la tendenza a parlarsi tra pochi eletti. Ma la situazione è mutata da un pezzo: oggi gli storici sono attenti alla gradevolezza del racconto. Penso a un autore come Carlo Ginzburg, consapevole rappresentante della microstoria, che ha saputo scavare negli archivi di piccoli centri rurali all’apparenza irrilevanti per narrare vicende emblematiche di tutte le periferie del mondo».
Anche per Schiavone rivolgersi a un pubblico vasto non significa cedere alle semplificazioni divulgative: «La sfida è coniugare la solidità scientifica della ricerca con la capacità di ricostruire gli eventi nella forma di un racconto appassionante. Non è un obiettivo impossibile, è il modello di grandi classici della storiografia, come Edward Gibbon, Hans Mommsen, Fernand Braudel, le cui opere si leggono come romanzi».
Forse il problema però non riguarda solo gli autori. Lo nota Andrea Graziosi, autore di una Storia dell’Unione Sovietica (Il Mulino) che, a dispetto della mole (quasi 1.400 pagine), ha venduto piuttosto bene. «A parte le monografie specialistiche prodotte per vincere i concorsi universitari, mi pare che i miei colleghi s’impegnino parecchio a raggiungere il grande pubblico, anche se troppo spesso si occupano solo di storia nazionale. Ma il vero guaio è che in Italia manca una grande platea di lettori per la produzione storiografica. In America una ponderosa biografia di Dwight Eisenhower può riscuotere un enorme successo, mentre da noi escluderei che un libro su Amintore Fanfani, per quanto scritto bene, possa scalare le classiche. Per esempio ho proposto al Mulino di tradurre la biografia di Deng Xiaoping scritta da Ezra Vogel, quasi mille pagine, che negli Usa è stata un bestseller. E mi hanno risposto che da noi non venderebbe».
Diversa l’opinione di Mimmo Franzinelli, storico non accademico che ha all’attivo parecchie pubblicazioni: «Gli editori prendono sempre in considerazione le mie proposte, perché il pubblico risponde. Non parliamo di enormi tirature, ma l’interesse per la storia mi sembra vivo: lo vedo anche dalle presentazioni dei volumi e dai contatti del mio sito. Ci sono persone che ti leggono con attenzione e anche con acribia, ti fanno le bucce e a volte ti colgono in fallo. Il segreto sta nello scansare il doppio pericolo dell’erudizione fine a se stessa e della divulgazione di bassa lega, che scade nel pettegolezzo. La ricetta sta nello scrivere su ciò che ti appassiona e nel trasmettere la tensione cognitiva che ti ha sorretto nella ricerca. Il pubblico se ne accorge».
Più pessimista Prosperi: «Esiste in Italia una fascia di lettori forti, ma si tratta di una minoranza ristretta, mentre la gran parte dei nostri connazionali prende raramente in mano un libro. Per giunta scontiamo l’emarginazione dei nostri lavori storiografici dai circuiti internazionali. Un tempo l’italiano era una delle grandi lingue di cultura dell’orizzonte europeo, ma la globalizzazione ci sta trasformando in una periferia secondaria, nonostante l’interesse che ancora si registra per il nostro passato. Traduciamo i libri stranieri, ma non veniamo tradotti e forse dovremo adattarci a scrivere direttamente in inglese. Man mano l’italiano diventa come l’ungherese, la lingua di una minoranza che può vantare grandi autori, ma non ha accesso alla formazione intellettuale nel resto del mondo».
Per giunta, nota Barbero, spesso l’interesse dei lettori si rivolge a opere dal contenuto discutibile: «Purtroppo in Italia i politici, i pubblicisti e perfino alcuni storici hanno l’abitudine di usare in modo fazioso pezzi del passato per alimentare le contrapposizioni di oggi. E c’è una parte di opinione pubblica disposta a bere qualsiasi panzana, specie se rivolta contro la Resistenza o il Risorgimento, purché accarezzi i suoi pregiudizi. Per esempio nel libro I prigionieri dei Savoia (Laterza) ho denunciato alcune falsità diffuse da Pino Aprile e Lorenzo Del Boca sui soldati borbonici detenuti a Fenestrelle. A volte vere e proprie leggende, facili da smentire, vengono ripetute in modo così martellante da essere credute come vere anche da persone in buona fede».
A ciò si aggiungono, nota Franzinelli, le pressioni del marketing editoriale, che privilegia le esigenze commerciali: «Il risultato è che si sfornano libri ripetitivi, liofilizzati, che non hanno dietro un vero impegno di ricerca e servono solo a compiacere il pubblico. Penso a un autore come Arrigo Petacco, che in passato ha pubblicato opere di notevole valore, ma negli ultimi tempi mi pare si sia adagiato sul tran tran imposto dal marketing, producendo libri nei quali non vedo più l’impegno di ricerca, ma solo il mestiere del giornalista. È una deriva che bisogna saper combattere».
