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Omaggio a Ugo Franzolin

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Restituì ai lettori la prfonda umanità dei suoi camerati. E lo sta ancora facendo

 

 

Il 25 aprile del 1945 è morto Ugo Fran­zolin, soldato in Africa e corrispondente di guerra nei 20, durissimi mesi della Re­pubblica sociale italiana. La data del decesso è certissima, dal momento che lui stesso la ricorda ogni volta che ha modo di par­lare di quei giorni con amici e interlocutori. An­zi, tutt’ora premette questo triste annuncio a ogni dialogo sulla sua esperienza negli anni del secondo conflitto mondiale. Una partecipazione straordinaria, perché la sorte gli riservò il privi­legio di non sparare un colpo, pur non avendo fatto mai nulla per «imboscarsi», come s’usa di­re nel gergo militare. Una situazione che ha per­messo a questo straordinario giornalista e scrittore di assicurarsi tutto il tempo necessario per penetrare con insuperata profondità l’animo dei suoi commilitoni e l’atmosfera di quegli anni.
Glielo riconobbe anche Indro Montanelli, quan­do con un elzeviro sul Corriere della Sera giu­dicò splendido il suo primo romanzo sulla guer­ra in Libia: I giorni di El Alamein.

Un libro, que­sto, specialissimo e che, se appunto non avesse deciso di “morire” il 25 aprile del ’45, avrebbe fatto di Franzolin uno dei narratori più cono­sciuti e di successo del dopoguerra. Al contrario, la sua ostinazione nel restare fedele alla sua giovinezza – un peccato che si può, appunto, espiare solo con la morte volontaria, come spiegò Drieu La Rochelle in una delle pagine più dense e tragiche del suo Diario – lo portò a restare accanto ai camerati di tre anni di lotta e ad aderire a quella Decima Mas che, da quel momento in avanti, diventò la sua unica, vera famiglia.

La fatidica mattina della «liberazione», Fran­zolin si trovava a Milano, nella caserma di piaz­zale Fiume: stava per andare in scena l’atto fi­nale del dramma della formazione di Junio Va­lerio Borghese, non meno denso di significato e di spettacolarità dei precedenti, e un giornalista di razza come lui non avrebbe potuto trovarsi al­trove. Come ricorderà, poi, ne Il Repubblichino, era giunto lì la sera prima, dopo un viaggio av­venturoso dal fronte del Po, crollato prima an­cora di costituirsi. Lui non alloggiava in came­rata, ma in un albergo a quattro, cinquecento metri. In portineria, trovò una lettera di Capo Astuccio. Notte strana, quella tra il 24 e il 25 aprile, le cui ore furono scandite da qualche raf­fica di mitra e canzoni alla radio: «Accesi la ra­dio che era sul comodino – scrive ancora neIl Repubblichino -. Trasmetteva il duetto della Turandot, cantato da Gina Cigna e Beniamino Gi­gli. Le note squillanti del principe Calaf, che ave­va superato la prova, furono interrotte da una voce beffarda e decisa che si sovrapponeva. Vi parla Umberto Calosso, sentii, la Repubblica di Salò ha le ore contate». Le contarono male, però, i partigiani. Alzatosi allo squillo dell’adunata, scese in strada, dirigendosi verso il Comando della Divisione. Trovò Capo Astuccio e, insieme, fecero il mezzo chilometro che separava l’hotel dall’ultima caserma di Borghese.

Benito Musso­lini, più o meno nelle stesse ore, si risolveva ad andare a colloquio col cardinale Idelfonso Schuster; mentre il Clnai proclamava solennemente dalle colonne delle edizioni clandestine dei quo­tidiani antifascisti l’avvenuta «insurrezione». Un altro esempio, insomma, di ciò che, qualche an­no dopo, Franzolin scrisse ne I giorni di El Alamein: «In Italia la guerra si fa con le macchineda scrivere».

A preoccuparlo fu proprio l’apatia con cui i fa­scisti, i quali tanti lutti e tanti drammi avrebbe­ro di lì a poco sperimentati sulla loro pelle, co­minciarono la giornata. I tedeschi asserragliati all’hotelTouring, infatti, si preparavano ad ac­cogliere gli americani per la resa definitiva al­lestendo postazioni di mitragliatrice, allertando imperturbabili sentinelle. «Perché non abbiamo fatto altrettanto?», gli venne da chiedere a Capo Astuccio. Nella risposta, uno squarcio di verità non solo sugli ultimi istanti della guerra civile, ma sull’intera epoca che volgeva al termine: «…. È che noi o arriviamo troppo tardi, o non ci pen­siamo affatto, distratti da altro. Voglio dire, ag­giunse subito con l’aria ironica che riservava ai vizi nazionali, e rientrando in mezzo alla stan­za, che ci frega sempre l’idea romantica della rappresentazione, nel nostro caso addirittura a sfondo classicheggiante, diciamo insomma Colleoni, Giovanni dalle Bande nere, Cola di Rienzo, magari Garibaldi, perché no, e se vuoi Ga­briele d’Annunzio. Per esempio, continuò ades­so dando alla domanda il tono del ovvietà, una delle caratteristiche espressive, sai cosa succederà qui tra poco? Succederà che Valerio Borghese farà un discorso. Cosa credi che abbia fatto d’Annunzio, quando gli dissero che il maresciallo Caviglia aveva puntato i cannoni su Fiume con l’ordine di sparare? Fece un discorso. Anche Cola di Rienzo, quando Colonna lo stava catturando per squartarlo, fece il suo discorso».

 E cosa sarebbe accaduto dopo il discorso? Ancora profetico, risponde Capo Astuccio:  «…. usciremo dalla caserma, perché la guerra è finita, e a uno a uno, appena un pò più in là, per la strada, o a casa nostra, o alla stazione, o non so dove, disse mentre con la testa accennava a varie direzioni, i partigiani, che hanno ormai in ma no città e paesi ci prenderanno».

Tutto si svolse come preventivato: l’insurre­zione ci fu, senza che nessuno, tranne gli insor­ti, se ne accorgesse. In serata, Mussolini lasciò Milano per andare incontro al suo destino con tanti vecchi e giovani seguaci. Franzolin e Capo scorso, tornarono a dormire per essere svegliati per l’ultima volta, il 26, al suono dell’adunata. Finalmente, Borghese parlò, al cospetto osse­quioso di alleati e resistenti, sciolse i ragazzi dal giuramento – ma lo aveva già fatto, nel tardo po­meriggio del giorno prima, lo stesso Mussolini dal balcone della Prefettura – e si fece conse­gnare le armi: la Decima si arrese a stessa, al suo comandante, speciale nella fine come nell’inizio.  Vennero anche i partigiani, la prigionia e il frettoloso processo. Lì per lì, Franzolin fu ri­sparmiato e, successivamente, la decisione di andare a vivere a Roma, abbandonando per sempre l’amata Viadana, gli risparmiò anche le conseguenze del «vento del Nord», che in Emi­lia, Veneto e Lombardia spirò triste e gelido per altri tre anni almeno.

Fu una fortuna, come si diceva all’inizio: i par­tigiani, assassinandolo, non avrebbero potuto spezzare una vita, quella del soldato Franzolin, già travolta dagli eventi è dall’esito scontato del­la guerra combattuta sotto le insegne dell’aqui­la col fascio; però, avrebbero impedito allo scrit­tore di ricordare quei giorni e quelle emozioni maturate in un arco di tempo tempestoso, in cui gli italiani, come al solito, seppero tirare fuori il peggio, ma anche il meglio di loro stessi. E la memoria, Franzolin, l’ha coltivata e sfruttata proprio come i suoi parenti coltivarono e sfrut­tarono le feconde vallate padane, senza mai ce­dere al revanchismo e, soprattutto, senza mai cedere alla tentazione di alterare, peggiorando­la, la sua visione delle cose nella speranza di tro­vate editori più generosi per i suoi libri. Le sue pagine sono la descrizione fedele dei sogni di un ragazzo cresciuto sotto Mussolini e costretto a fare i conti con la realtà della vita, dunque, di un uomo che sa prendere atto degli accadimenti e di ciò che questi comportano, ma non per que­sto rinuncia a far rivivere dentro di sé e di chi ne legge i racconti i sentimenti e le pulsioni che solo in una «tempesta d’acciaio» possono nasce­re e si possono vivere. E lo fa – e questo è vera­mente eccezionale, sotto il profilo letterario – senza ricercare il ritmo, le parole e gli aggettivi dell’epica: le sue trame scorrono sempre sul fi­lo di una lingua comune, a tratti semplice e i suoi ragionamenti sulla storia, imperniati su espressioni a volte addirittura banali, colgono mirabilmente il senso autentico degli eventi e del modo in cui furono vissuti da protagonisti e comprimari. Un esempio per tutti: si sono scrit­ti interi saggi per spiegare come Rommel riuscì a rianimare le truppe italiane dal torpore in cui erano state lasciate languire in Libia, votandole a una ben più rapida e disastrosa sconfitta di quella che pure, alla fine, dovettero subire; Fran­zolin svela il mistero con una frase, anzi, con un’allusione onomatopeica sul nome del gene­rale tedesco: «Secco come una fucilata», cosi di­verso dalle pancette degli alti ufficiali italiani e dai loro ottocenteschi e pomposi doppi cognomi. Del resto, nella fluidità e nella facilità dotta del­l’italiano di Franzolin c’è la spiegazione della sua irrevocabile decisione di morire il 25 aprile del 1945: senza più la preoccupazione di esiste­re, avere più tempo possibile per restituire a se stesso e al lettore la profonda umanità degli amici e dei camerati che aveva incontrato e per­so lungo l’aspra strada della guerra e della guer­ra civile. E lo sta ancora facendo…

 

 

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