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Ombre dell’Asse

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L’Italia all’angolo perché con l’Eni non abbandona la Germania che guarda ad est

Che prezzo è disposta a pagare l’Italia, pur di sostenere fino in fondo gli interessi dell’Eni? Il filo che corre sotto il duro scontro per l’attribuzione delle cariche nella nuova Commissione Ue non è immediatamente evidente, solo se ci si ferma allo spettacolo della spartizione di poltrone in salsa europea. In quella scena, l’attacco dei paesi baltici alla candidata italiana alla guida della diplomazia europea, il ministro degli Esteri Federica Mogherini, accusata di essere troppo morbida verso Mosca, appare strumentale ad altre ambizioni, alle tradizionali divisioni popolari-socialisti, Nord-Sud, Est-Ovest. Il problema che c’è sotto, però, è che l’accusa è giustificata: Federica Mogherini, o, meglio, il governo italiano sono, in effetti, troppo morbidi verso Mosca. E questo non è un problema da poco, nel momento in cui il confronto con Putin e la crisi ucraina sono il problema di gran lunga più importante per la politica estera europea.
Quando la crisi è esplosa, si pensava che Germania e Italia sarebbero stati i due paesi europei che più avrebbero tirato il freno delle sanzioni contro Putin, in nome dei grossi interessi commerciali ed economici che i due paesi hanno in Russia. Ma, con il passare dei mesi, nonostante le pesanti pressioni delle lobby interne, Berlino ha, via via irrigidito la sua posizione. L’Italia, no. La differenza, probabilmente, la fa South Stream, il gasdotto che, a partire dal 2016 dovrebbe portare metano russo in Europa, di cui Eni è socia al 20 per cento. Una differenza importante: qualsiasi sanzione – commerciale, finanziaria, personale – contro la Russia ha una durata potenziale, misurabile in mesi. Un gasdotto, invece, è per sempre o quasi. Una decisione a favore o contro South Stream è, quindi, destinata a condizionare pesantemente la politica energetica europea per molti anni a venire.
Il gasdotto voluto da Putin porterebbe il metano Gazprom in Europa senza passare – come avviene oggi per gran parte del gas russo – attraverso l’Ucraina. Significherebbe privare Kiev dei soldi che le vengono attualmente dalle tariffe di passaggio, ma anche la possibilità per Mosca di tagliare i rifornimenti in pieno inverno, senza disturbare l’importante cliente europeo. Ecco perché South Stream impatta direttamente sulla crisi ucraina. Contemporaneamente, il gasdotto consentirebbe a Gazprom di aumentare in misura consistente (circa il 50 per cento) le sue forniture di gas all’Europa. Non ci vuole un genio della diplomazia per capire che quel gasdotto è una leva a cui Putin è assai sensibile. Nel momento in cui il braccio di ferro sull’Ucraina è al suo massimo, gli americani prima, Bruxelles poi, lo hanno capito: il commissario Oettinger (tedesco) ha invocato violazioni normative, più o meno fondate. Il risultato concreto è che il gasdotto, al momento, è spiaggiato sulle coste della Bulgaria.
Entra in scena l’Italia. Investito dalla presidenza di turno dell’Unione, il governo di Roma dovrebbe misurare le parole, ma così non è. “South Stream dovrebbe andare avanti, perché accresce la diversificazione delle vie di rifornimento dell’Europa” dichiara alla stampa di Bruxelles, la settimana scorsa, Sandro Gozi, plenipotenziario di Renzi alla Ue. “South Stream è molto importante per la sicurezza energetica del nostro paese come dell’Europa intera” rincara la Mogherini (in visita a Mosca). E’ così? E’ vero il contrario. Almeno, questo è quello che la politica europea sostiene, praticamente unanime, dal 2007, da quando Gazprom, tagliando le forniture all’Ucraina, mise a repentaglio – e a rischio di buio e freddo – l’Europa. Da allora, “sicurezza energetica”, nel gergo europeo, significa riduzione della dipendenza da Gazprom.
South Stream va esattamente nella direzione opposta. Nel 2013, la Ue ha importato gas russo per 130 miliardi di metri cubi, cioè per il 27 per cento del suo fabbisogno. Un drastico calo dal 45 per cento del 2007. Se South Stream venisse sfruttato per tutto il suo potenziale (63 miliardi di metri cubi) le importazioni dalla Russia salirebbero almeno a 190 miliardi di metri cubi: il 42 per cento del fabbisogno europeo. Si tornerebbe al 2007, con il cappio di Gazprom ben stretto al collo. Con l’aggravante di andare, probabilmente, contro la storia.
L’Europa ha, attualmente, rigassificatori sulle sue coste che possono gestire 180-200 miliardi di metri cubi di metano e che vengono utilizzati solo per un quarto del loro potenziale. Se è vero che il futuro appartiene allo shale gas (americano e non solo) e al gas trasportato nel mondo con le metaniere, come il petrolio, è lì che bisogna guardare. Ad esempio, sbottigliando i collegamenti interni per consentire al gas che arriva ai rigassificatori spagnoli di essere trasportato fino in Francia e, soprattutto, rompendo l’isolamento dei paesi più orientali della Ue, che oggi possono ricevere il gas solo dalla Russia e che, invece, dovrebbe essere possibile rifornire anche da Ovest. Di questo parlano i documenti europei sulla politica energetica. Roma sembra non saperlo. L’interesse nazionale è chiaro: l’Eni gioca in prima persona in South Stream e la sua tormentata Saipem ha avuto una bella fetta dei contratti per 2 miliardi di euro necessari a posare i tubi. L’interesse europeo è altrettanto chiaro.

 

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