Home Alterview Operare sullo stato profondo

Operare sullo stato profondo

In che senso e a che scopo

0

Mi ricollego al dibattito che ho aperto sullo Stato profondo per spiegarmi ulteriormente. Per chi non avesse letto la mia riflessione, consiglio di farlo al link https://noreporter.org/la-fissazione-del-deep-state/

Altrimenti questa messa a punto risulterà meno comprensibile.

Sostengo che non si possa rettificare nulla se non si entra in campo e che l’entrata in campo è proprio nel cosiddetto Stato profondo che va praticata.

Ma cosa significa?

Non significa “entrismo” né è la pretesa d’impadronirsi di lobbies esistenti. Significa, al contrario, creare potere nuovo e interagire con la società.

La scoperta dell’acqua calda da parte della narrativa populista liquida il “deep state” come qualcosa di artificiale e di quasi illegittimo, invece si tratta della trama delle realtà sostanziali di ogni società e Stato da sempre, e coincide solo parzialmente con le istituzioni, essendo – perennemente e per forza – non determinato dal voto, o almeno non solo da quello.

In questo “deep state”

si trovano logge, lobbies, funzionari, associazioni, militari, poliziotti, giornalisti, giudici, insegnanti, Onlus, Ong, parrocchie, eccetera.

Se tutto ciò forma la galassia del potere reale – in quanto più stabile e meno condizionato di quello delle istituzioni parlamentari e governative – è evidente che si parla di strutture completamente diverse tra loro.

Non si può sicuramente rettificare una lobby o una loggia, ma si possono, con molta pazienza, cambiare i rapporti interni a qualsiasi categoria aperta, dai funzionari di ogni genere (agenti, soldati, insegnanti, magistrati) fino a costruire delle lobbies di popolo, almeno a livello locale, e perfino Onlus se non proprio Ong.

Il timore che le oligarchie dominanti, accomunate da logica sovversiva, facciano diga in modo compatto è fondato fino a un certo punto.

Lo è perché – in questo almeno il populismo ha ragione – la classe dirigente è in crisi profonda.

Il che non significa affatto che il sistema di potere lo sia. Esso sta mutando e la classe dirigente progressista non riesce più a gestirne il processo e la narrativa.
A condannarla sono le ideologie palingenetiche, pacifiste, deboli e woke.

Non sono certamente marxista

ma alcune considerazioni di quella cultura sono sagge. Tra queste vi è la logica per la quale l’ideologia dominante è dettata dalla classe dirigente. Però la classe dirigente è chiamata ad esprimere un’ideologia che accompagni i suoi interessi e soprattutto assecondi le necessità materiali cui fa fronte.

Oggi che la guerra torna ad essere un concetto familiare (e non ha tanta importanza la guerra a chi, ma la semplice idea di guerra), le ideologie debosciate devono essere rettificate, e la stessa logica sovversiva che ha accompagnato l’ascesa della globalizzazione deve cedere, almeno in parte, il posto a una logica costruttiva, quindi necessariamente diversa da quella tuttora dominante.

Questo non deve indurre a entusiasmi fuori luogo perché tutto ciò, purtroppo, avviene in un periodo di forte denatalità, che è il principale problema dei nostri popoli.

Né il fatto che esistano condizioni favorevoli significa che esse daranno vita a qualcosa di positivo se non c’è chi v’interviene come si deve.


Qui la lingua batte dove il dente duole

Perché finora il populismo – sia di destra che di sinistra, ma perfino di centro – ha basato tutto sulla certezza che l’oligarchia andasse in crisi, fino al partorire l’assurdità del “popolo contro le élites”, come se la storia non fosse prodotto di azioni e di conflitti tra élites.

Ha scommesso sulla sconfitta e perfino sulla scomparsa impossibile del “deep state”.

Ha puntato tutto sulla denuncia e sul voto di protesta, ignorando o non considerando le strutture reali.

Per usare un’espressione che in Italia usò il geniale ministro craxiano De Michelis, ha puntato solo su quello che c’è “sopra il tavolo”, non su quanto c’è “sotto il tavolo”.

Siccome le necessità concrete sono predominanti sulle teorie più o meno fanatiche, quando i populisti hanno governato città o regioni (Lega e Cinque Stelle in Italia, Rassemblement National in Francia) sono stati costretti ad essere molto più concreti di quello che pretendeva la loro propaganda, tanto dall’essere stati perfino accusati di tradimento.

Il deficit si trova a monte

La logica duale e antagonista fondata su dogmi è paralizzante, anche quando sembra portare consensi, perché non offre soluzioni che non siano compromissorie.

Ma si tratta di compromessi che non mantengono dei punti fissi a monte perché essi mancano, essendo tutto il portato psicologico e ideologico fondato solo sul contro. Pertanto sono compromessi perdenti.

È costantemente mancata ogni riflessione sull’avversario, demonizzato o ridicolizzato sistematicamente.

Questo vale per la green economy che è un fenomeno molto più complesso e controverso di quanto si creda. Valse anche sui vaccini. Premesso che sono sempre stato scettico sull’efficacia nei confronti del covid dell’Rna, la logica predominante del populismo novax è stata il complottismo pretendendo che si trattasse di qualcosa che puntava a massacrarci, sterilizzarci o controllarci (come se non vivessimo da anni in vetrina).
Però Israele, dove la sanità è ai massimi livelli, ha vaccinato la sua popolazione massicciamente, da poche settimane gli Usa hanno annunciato di avere approntato un vaccino anticancro universale basandosi sull’Rna, in Russia il vaccino Rna è diventato obbligatorio da quindici giorni.

Tutto questo non per dire che la scelta fu giusta. Non sono esperto in materia e resto abbastanza perplesso in merito, ma attribuire alla classe dominante una semplice sottomissione a complotti satanici o una stupidità assoluta, non aiuta a comprendere cosa accade e men che meno a intervenire in modo diverso da quello di un impotente esagitato.

Per poter incidere in qualsiasi modo

servono una Idea del Mondo molto precisa, fondata, assunta con fanatismo sereno e dolce, e poi la costituzione di una minoranza attiva organizzata.

Altrimenti non si arriva mai in meta.

Perché, seppure si mettesse assieme tutto il dissenso, questo non sarebbe mai in grado di imporre svolte, non sapendo dove andare, ma, al massimo, dove non andare. Il che non è lo stesso.

Peraltro la certezza populista di essere maggioranza è piuttosto campata in aria, dato che quasi mai la sua lista di punta raccoglie più di un terzo dei votanti (meno di un quinto degli aventi diritto al voto).

Né l’autoinvestitura a rappresentanti del popolo è reale, perché su quasi tutte le questioni di fondo, la divisione è netta in due parti equivalenti. Il che porta a un nulla di fatto.

Per il passaggio dalla protesta all’azione costruttiva

serve una presa di coscienza molto profonda, seguita da un’operatività ben precisa. Che si fondi sul locale, sull’organizzazione di spazi di potere inediti, sulla ricostruzione del sociale. Insomma sulla ricostruzione dalle fondamenta che consenta la trasformazione del palazzo fino all’attico.

Capire questa necessità significa superare la dicotomia insensata tra l’elettoralismo e le suggestioni extraparlamentari, perché questo va oltre l’ignavia purista e la presunzione scenica, mettendo a fuoco le diverse realtà che compongono la società e, quindi, il potere, stabilendo così una complementarietà reciproca di piani.

Perché chi agisce sul reale può essere partecipe del piano istituzionale o non esserlo, a seconda dell’indole e della personalità.

Le diverse azioni se non sono sterili, vanno oggettivamente in equilibrio e mettono in gioco minoranze operative nuove, che si spera siano adatte al futuro prossimo.

Non è vero che la strada non sia stata intrapresa in più di una località e di una nazione, ma ancora per istinto, per predisposizione. Finché non diventa strategia, non si può parlare di alternative alle oligarchie sovversive dominanti.

Exit mobile version