Peccatori e corrotti
Peccatori sì, corrotti no. Questa, in sintesi, l’omelia del Papa durante la messa a Santa Marta. È uno scandalo, ha detto, “chi dona alla chiesa ma ruba allo stato”. A parte il fatto che per peccare è necessario avere disponibilità di liquidi; a parte il fatto che per avere disponibilità di liquidi è necessario corrompere e/o farsi corruttore; a parte il fatto che per farsi corruttore e/o corrompere è necessario avere la disposizione al peccato; a parte il fatto che già queste cose – senza nulla togliere alla missione Petrina – le scrive già il Fatto quotidiano, qui urge una domanda. Eccola: la necessità di adoperarsi nella distinzione tra peccatori e corrotti stabilisce già una gerarchia di riconoscibilità sociale del tipo “se fai una rapina per fame, ti perdono, mentre se prendi una tangente per un appalto, ti condanno”, oppure ce ne torniamo a mettere in scena Bertolt Brecht con il suo “rapinare una banca è più onesto che fondarla” e scancelliamo dagli Evangeli il “Date a Dio quel che è di Dio e date a Cesare quel che è di Cesare”?
