Sarà ancora una volta Don Chisciotte contro i mulini a vento, ma fino all’ultimo istante non si può mai dire come finirà.
Jean-Marie Le Pen ha sempre affermato che, come nel rugby, non ci si deve esimere dal puntare la meta fino all’ultimo secondo dell’ultimo minuto del secondo tempo.
Il referendum del 22 e 23 marzo segnerà una doppia sfida:
la giustizia contro la contraffazione, la libertà contro la tirannia.
E darà anche l’ulteriore riprova di quanto la democrazia sia segmentata e controllata e di come i suoi controllori sappiano ingannare, spezzettare, rigirare, le spinte popolari.
Perché il Sì che sostiene la riforma PER la giustizia, non ha per niente, o quasi, delle strutture di sottobosco di sostegno, il No invece conta la partecipazione pressoché unitaria di strutture di potere locale, di associazionismo parassitario, di gruppi di sottopotere organizzati, e perfino delle organizzazioni mafiose, quindi ha un potere di mobilitazione e uno d’inquinamento della realtà che non trova pari.
Come ha ricordato Di Pietro, il CSM – come anche diversi ministeri dell’epoca – mise il bastone tra le ruote delle indagini di Falcone e Borsellino.
Nell’eccezione tumorale italiana (unica nazione europea a subire una dittatura giudiziaria permanente), dato che di fatto le cariche vengono affidate per cooptazione e che le scelte di chi gestisce i processi sono indirizzati da una centrale, per chiunque abbia una capacità gestionale nel malaffare è molto più comodo saper in anticipo chi potrà inquisirlo un giorno. Avrà così tutto il tempo per provare a ricattarlo o corromperlo. Né si può negare che sia anche successo.
Magari non c’entra nulla, ma per quale ragione l’ANM (Associazione Nazionale Magistrati) ha il diritto di non rivelare chi la finanzia? Un porsi al di sopra delle leggi per i comuni mortali che – al di là dell’ombra di sospetto che può produrre – attesta che l’élite oligarchica interna alla Magistratura si sente una casta e si comporta come tale.
Una casta interna ai Pubblici Ministeri (il 20% dei giudici) tra i quali prevale la minoranza organizzata che, guarda caso, è quasi per intero di cultura comunista ed è il prodotto evoluto della strategia di occupazione del potere di Togliatti, primo ministro della giustizia dell’era antifascista.
Chi difende il No non può essere in buona fede
perché non può ignorare che sta difendendo un potere oligarchico e assolutista che non si degna neppure di rispettare le forme. Non sto qui a fare la lista infinita delle ingiustizie subite da centinaia e centinaia di imputati, non solo politici e, tra questi, anche alcuni rossi, né la lista dei politici cui è stata bloccata la carriera perché stavano facendo funzionare l’Italia per poi essere magari prosciolti dopo anni ed anni.
Ricordo qualcosa che conosco bene per esperienza personale ma sembra sia ignota ai più. Se, durante e dopo gli anni di piombo, moltissimi condannati in contumacia non vennero estradati dalla Francia, dall’Inghilterra, dalla Spagna, dalla Svizzera, dall’Austria, dalla Svezia, non fu per complicità politiche di quelle nazioni con il terrorismo ma perché le procedure delle procure italiane non avevano rispettato quasi mai le regolarità processuali e i diritti degli imputati. E fu questo che venne rigettato in modo praticamente unanime dalle corti europee. Ed è quanto i tifosi del No vogliono tenere in piedi. Poi magari – bei buffoni! – protestano contro il 41bis a Cospito ma ne sostengono il paradigma che glielo ha confezionato.
Perché mai parlo di Don Chisciotte contro i mulini a vento, visto che tra gli addetti ai lavori, tra gli stessi magistrati, la tendenza è per il Sì e che tra gli stessi Pm il No non è così dominante?
Molto semplice
I fautori del No non hanno alcun argomento a difesa della loro difesa dell’eccezione tumorale italiana, e infatti hanno personalizzato il referendum contro la Meloni e hanno raccontato a una massa di italiani che, ovviamente, non sanno bene che cosa sia in ballo, che sarebbe a rischio la Costituzione.
Il che suona che sarebbe in procinto un avanzamento verso la dittatura, anziché quello che in effetti è, vale a dire un allontanamento dalla tirannia.
La gente che vota senza essere inquadrata in gruppi gerarchizzati lo fa per sentimento, con leggerezza. Ora è ben probabile che, non comprendendo molto di quello che c’è in gioco, preferisca astenersi dal voto. Peraltro – e i registi della campagna del No lo sanno bene – la gente ha sempre paura dei cambiamenti, quindi, da sola, difficilmente andrà a votare per un’innovazione in quanto, a differenza delle minoranze organizzate, non crede sia un referendum pro o contro Giorgia Meloni. Se lo credesse, se fosse convinta di uno scontro tra destra e sinistra, probabilmente vincerebbe il Sì.
La democrazia è sempre molto ambigua e frammentata
Il voto individuale viene generalmente tradito al momento decisivo.
Un paio di esempi del passato. Quando, avendo Luigi XVI imposto una tassa sui beni dell’aristocrazia e su quelli del clero per pagare il debito estero, costoro convocarono gli Stati Generali e lì fu il Terzo Stato, ovvero il popolo, che sostenne il re.
Poi vennero riconvocati e per la prima volta alle elezioni intervennero i Club, ovvero organizzazioni minoritarie sul territorio, che riuscirono a far eleggere i propri e a ribaltare le scelte ufficiali del Terzo Stato malgrado il comune sentire.
Quasi un secolo dopo, in seguito alla caduta di Napoleone III, si ebbe un esito simile. Alle elezioni vinsero nettamente i candidati monarchici ma, essendo molti di essi stati pilotati dalle organizzazioni oligarchiche, votarono per proclamare la Seconda Repubblica.
Col tempo la presa delle organizzazioni a gestione oligarchica si è rafforzata a dismisura, fino a moltiplicarsi nell’ultimo mezzo secolo in quella che è diventata un’epoca di poteri sussidiari.
Per queste ragioni, essendo compatte le organizzazioni di consociativismo e di parassitismo che prosperano sotto l’egida di poteri tirannici e trovandosi di fronte a loro soltanto le coscienze dei singoli cittadini, che costoro possano vincere anziché venire turlupinati attiene quasi al miracolo.
Forse può giocare il fastidio comune che oggettivamente producono gli esponenti di questa sinistra in modo così palese. Ma se questo avverrà sarà praticamente un miracolo perché da una parte abbiamo una macchina da guerra praticamente col diritto di uccidere, dall’altra soltanto le singole coscienze di libertà.
Peraltro se, come detta la logica, questa disparità di forze riuscirà a far vincere il No, poi ci sarà un’azione forsennata per eliminare – con le buone o con le cattive – chiunque abbia provato a uscire dalla tirannia.
Ed è questo il motivo per il quale non è il caso di fare gli snob o gli scettici
ma che si deve non soltanto andare a votare Sì, ma impegnarsi fino all’ultimo secondo dell’ultimo minuto del secondo tempo, per portare a votare Sì. Perché è in gioco molto, ma molto, ma molto di più di quello che si possa immaginare.
Non mancare il tuo posto di combattimento! Stavolta non puoi.
