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Pubblica distruzione

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Quale Stato? Sponsor!

In America è una prassi comune. Aziende, fondazioni e singoli privati finanziano buona parte della vita scolastica: corsi, borse di studio, persino i banchi e le sedie. C’è anche una catena di caffetterie, Starbucks, che ha stretto una collaborazione con l’Università dell’Arizona e pagherà i corsi online a chiunque tra i suoi 135mila dipendenti sparsi per tutta l’America desideri prendere una laurea. In Italia, però, l’idea del sostegno dei privati fa fatica ad entrare nella scuola pubblica. Un po’ per una sorta di resistenza culturale a tenere ben divisi gli ambiti per evitare speculazioni, un po’ perché si teme che gli investimenti vadano solo alle scuole più blasonate, quelle dei «figli di».
C’è da dire, però, che col tempo (e con la crisi), la distanza tra pubblico e privato si è ridotta. E oggi sono molti gli istituti che vanno a caccia di sponsor, per le novità tecnologiche, ma anche per i corsi di recupero. Finanziarli spetterebbe alle scuole che però non hanno i soldi: da alcuni anni ormai, infatti, il Mof – cioè i fondi a disposizione per migliorare l’offerta formativa – viene utilizzato per pagare gli scatti di anzianità. Ci sono anche aziende che, su base territoriale, decidono di aiutare gli studenti finanziando non solo corsi di recupero, ma anche esperimenti di peer education. Stiamo parlando di Luxottica, marchio famoso in tutto il mondo, che ha deciso di investire fondi contro la dispersione scolastica e dallo scorso anno porta avanti una collaborazione con la provincia di Belluno. È proprio qui, infatti, che l’azienda ha i suoi stabilimenti e qui che risiedono i suoi lavoratori. Una presenza cospicua sul territorio tanto che in base alle stime fatte dall’ufficio scolastico, l’8 per cento degli studenti bellunesi sono figli di dipendenti Luxottica.
Così, in 10 scuole (licei e istituti tecnici) distribuite tra Feltre e Belluno sono stati organizzati corsi di recupero in inglese e matematica. «Statisticamente sono le materie in cui gli studenti incontrano le maggiori difficoltà – spiega Mara De Monte dell’Ufficio scolastico provinciale – In un periodo in cui i finanziamenti statali calano, questo progetto ci ha permesso di sperimentare un approccio globale e tempestivo ». Come? «I ragazzi vengono divisi in due gruppi a seconda delle carenze (gravi da 4, o meno gravi da 5) in modo da rendere l’intervento più mirato. Ma la vera novità è che il recupero parte subito, già alla fine del trimestre o del quadrimestrale». «I risultati, sono ancora in fase di analisi, ma sono stati certamente positivi – spiega Franco Chemello che lavora sempre all’ufficio scolastico – Tanto che speriamo di estendere il progetto a tutte le scuole della provincia e di incrementare le materie dei corsi di recupero, a cominciare dall’italiano».
Al liceo Giustina Renier di Belluno, inoltre, dallo scorso settembre si sperimenta la peer education in matematica, ovvero il metodo che vede gli studenti più bravi con i numeri e le equazioni aiutare i compagni in difficoltà. Il metodo ha efficacia su tutti le persone coinvolte: «L’alunno più debole apprende grazie a un rapporto paritario, sia sul piano della relazione che del lessico, e si giova anche del fatto che quel compagno quelle cose le ha imparate poco prima e sta ancora lavorandoci su. Ci guadagna anche il più bravo: ripetendo comprende meglio e affina la capacità di risolvere problemi» spiega il preside Paolo Fratte. Con il progetto pilota del Renier sono stati coinvolti un centinaio di ragazzi, per un totale di 10 classi dalla seconda alla quarta. Gli alunni, dieci per classe, hanno lavorato divisi in coppia, cinque gli insegnanti che hanno fatto da tutor. Le coppie hanno lavorato fuori dall’orario scolastico, con incontri periodici che sono stati valutati e monitorati dai docenti. Il progetto sarà ripetuto l’anno prossimo, e l’intenzione è di allargarlo a livello provinciale.

 

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