sabato 11 Aprile 2026

Putin: amico o nemico?

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Ovvero una domanda idiota

L’accordo speciale tra Putin e Nethanyau ha imbarazzato coloro che avevano attribuito al leader russo e al Cremlino una volontà politica che stava solo nelle proprie teste.

Non c’è mai stata, da parte russa, nessuna sfida all’Occidente e viceversa.

Ci sono state – e ci sono – rivalità insite nella globalizzazione e nel concerto di potenze.

C’è una doppia partita ideologica, che in termini marxiani si definirebbe sovrastrutturale, o relativa agli involucri ma che non intacca le sostanze. Si tratta dell’atavico derby interno al liberalcomunismo tra i neostalinisti (cui si può iscrivere Putin) e i neotrotzkisti (Soros in prima fila), cui si somma il conflitto di soft power tra l’american way of life e la resistenza di modelli precedenti.

In entrambi gli ambiti la simpatia va a Putin, ma parliamo di poco o niente perché qualsiasi altro soggetto non occidentalizzato si pone, in questi termini sovrastrutturali, contro i trotzkisti e l’american way of life. Tutti. Ivi compresi i Paesi ex vassalli dell’Unione Sovietica che oggi sono accesi contro Mosca. In Ucraìna la “rivoluzione arancione” fallì in un batter d’occhio. In Ungheria l’alternativa al modello globale è più sostanziale e marcata che non da parte russa.

L’antagonismo tra Putin e Obama è una mezza barzelletta. 

La crociata antisionista di Putin, o antiputinista da parte sionista, è un trip degli antisemiti da bar.

Lo scontro geopolitico di cui tanto si parla non solo non si svolge come certuni tendono a rappresentarselo ma si riduce, quasi sempre, a un’alternativa geo-economica e geo-energetica.

Quindi, bando alle ciance. Scendiamo dalla montagna del sapone che è il frutto di un’overdose di allucinogeni psico-mentali e andiamo a vedere come stanno le cose, piantandola di fare il tifo pro o contro l’ex direttore dei servizi segreti sovietici.

 

Le analisi dei russi e degli americani

Cominciamo da quel che accade, non rappresentandocelo secondo i nostri appetiti, ma come lo vede l’intelligenzia russa e americana (Washington Post, New York Times, diplomatici americani in Russia, diplomatici russi in Usa, think tank ufficiali del Cremlino,siti di analisti russi e americani).

Si tratta di analisi puntuali e concrete non manipolate o mistificate da intellettuali mediocri che hanno il compito (il salario e l’interesse) di essere agenti d’influenza in questa o quell’estrema occidentale.

Già dai tempi dell’implosione sovietica gli americani che contano provarono a frenarla. Kissinger in particolare (qualcuno che da circa mezzo secolo qualche voce in capitolo nei destini mondiali ce l’ha) si sperticò nel tentativo di frenare l’implosione perché riteneva che la Russia dovesse essere abbastanza forte da contenere la Germania riunificata.

Obama, in rottura con la linea di Bush jr, ha poi lavorato a lungo per sminare la bomba-Nato in prossimità con la Russia. Persino ora che la situzione è diventata bollente e che molte sono le pressioni in senso contrario,  si palesa interessato alla “finlandizzazione” ucraìna. Dove, peraltro, il regime attuale non si discosta di molto dal precedente che è sempre stato nelle mani di un’oligarchia bivalente, formata da gente con interessi economici personali in entrambi gli schieramenti (Yanukovitch aveva soci addirittura nella Casa Bianca e la Tymoschenko era sul libro-paga di Gazprom).

Però ora siamo alla guerra fredda, con tanto di minacce, di toni alti, di urla, di politiche assertive.

Sull’orlo di un conflitto? Difficile immaginarselo se ancora oggi l’aviazione militare americana si basa sui missili russi per il lancio in orbita dei propri satelliti…

Allora che senso ha questa “guerra fredda?”

Nasce da almeno tre cause scatenanti.

La prima è la forte crisi economica, sociale e tecnologica della Russia che le impone ritirate strategiche, sia pur limitate, e le suggerisce l’eccitazione dell’opinione pubblica per farle ingoiare rospi non dissimili da quelli che stanno soffocando noi.

La seconda è il passaggio della Polonia dall’orbita inglese a quella tedesca, uno squilibrio intollerabile per Washington che ha rilanciato andando a lisciare il pelo alle velleità antirusse di Varsavia.

La terza è il varo dell’Unione Eurasiatica (dove il secondo termine ha tutt’altro significato da quello che le attribuiscono i baldi figli dell’illusionismo) che potrebbe aprire la strada quantomeno a un riequilibrio europeo rispetto allo sbilanciamento transatlantico, se non addirittura condurre alla nascita di un soggetto – nello spazio eurusso- terzo tra Usa e Cina.

 

Doppio binario e voltafaccia del Cremlino

La palese e invereconda spartizione tra Putin e Obama, accompagnata dal revival delle buffonate dell’epoca yaltiana, attesta la disponibilità russa ad intascare per ora quello che è possibile, restando comunque in equilibrio su di un filo. Il doppio binario scelto da Mosca si traduce in un gioco a scacchi. Da una parte il varo di Yalta, il contenimento tedesco e l’indebolimento europeo permettono alla Russia, come collega minor, di convivere con quegli Usa a cui continueranno a chiedere finanziamenti e tecnologia; dall’altro, pensano al Cremlino, se l’Europa, o parte di essa, verrà attratta in futuro nell’orbita eurasiatica da debole e non da forte, essa diventerà più vassalla che partner.

E nella logica russa questo c’è tutto.

Tutto questo spiega i cambi di rotta improvvisi della Russia che, fino a nemmeno due anni fa era orientata a sostegno di Berlino, della Ue e dello stesso Euro (è Putin che ha fatto di Strauss-Kahn il testimonial del South Stream) e ora finanzia invece – insieme ai Rothschild – quell’euroscetticismo che non serve ad altro che a portarci ulteriormente indeboliti verso i nodi cruciali che ci attendono sul cammino.

La tragedia, dice Marx, si ripete solo in farsa. 

Probabilmente il ritorno della Santa Alleanza anti-europea è anche una farsa.

Al momento gli schemi e gli attori sono  gli stessi di prima, Cina e Israele si aggiungono sullo scenario.

Ora come ora Inghilterra, Usa e Russia (che spesso chiama di nuovo se stessa Urss) hanno ripreso le logiche di allora e la linea che dal 2001 almeno fino al 2008 sembrava poterci veder collaborare ad est è stata accantonata con il varo di un’altra, ben diversa e di sicuro per noi dannosa.

L’accordo speciale tra Putin e Nethanyau in chiave di emergenza antiterrorista e contro l’antisemitismo, così come il rialzo dei toni apocalittici di antifascismo in retorica comunista e partigiana, esprimono, da parte russa, la duplice intenzione di essere all’altezza del ruolo neosovietico da un lato e di offrire, a lungo termine, all’Occidente il soft power che ritiene dovrebbe sedurlo, facendo dimenticare così il suo aspetto macho e primitivo.

Chi, magari dimentico delle semplificazioni grossolane tipo”Usrael”, già cestinata con disinvoltura, ritenesse che la mossa dei due compari di Mosca e Tel Aviv sia solo di facciata (http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4526082,00.html), probabilmente non è al corrente che fin dallo scorso novembre Mosca si è portata garante degli interessi israeliani all’Unesco impegnandosi a comprimere i palestinesi (http://www.timesofisrael.com/russia-protects-israel-from-unesco-condemnations/).

Senza contare il voltafaccia su Ue ed Euro con tanto di finanziamento ai soggetti euroscettici non sufficientemente doc da essere finanziati direttamente dall’Occidente, come Farage che spiega candido candido che il problema di quest’Europa è di non essere in riga con lo Stato ebraico.

 

Germania e Ungheria

Quest’offensiva neo-imperialista, neo-yaltiana, antisociale, antipopolare, antianzionale (anche e soprattutto quando si trincera dietro fuffe “sovraniste”), antitedesca e antieuropea è inarrestabile?

Non necessariamente. Gli snodi passano tutti intorno alla diplomazia e all’economia tedesca con i tentativi di ricomposizione dei patti francotedesco e anglotedesco (più una tregua in verità), sul non slittamento ucraìno nella Nato e sul ruolo di Budapest che è essenziale perché si realizzi  o no (e noi auspichiamo il no) lo spazio strategico Nato o para-Nato delle ex repubbliche sovietiche.

Il gioco è lì; lì e nelle doppiezze di tutti, in particolare dei russi.

Bisogna quindi operare, nella misura del possibile, per sventare la campagna anti-tedesca e per sostenere l’Ungheria di Fides e anche di Jobbik.

Cercare di mantenere il cordone ombelicale eurusso e la spina dorsale europea tramite la Germania non significa ovviamente avallare la politica interna o il modello culturale della Merkel e dei tedeschi di oggi. Così come sostenere che la politica estera ed energetica che costò la vita a Moro era buona e da riprendere non significava né può significare avallare il personaggio, la sua ideologia, la sua cultura, la sua politica interna e le sue alleanze.

Così come la necessità oggettiva di una relazione organica con la Russia (che si fa in due e senza Europa non esiste) prescinde dalle valutazioni sul Putin di turno.

Quello è tifo, la politica strutturale è tutt’altra cosa.

 

L’equivoco della geopolitica

Infine vogliamo provare a sgombrare il campo da un equivoco fuorviante e da una rappresentazione teorica pericolosa.

Quando si parla di “geopolitica” – e si chiacchiera quasi solo di essa – sembra proprio che si parli a vanvera.

Le geopolitica è la politica dettata materialmente dalla geografia di un Paese (che poi in molti casi possono essere più d’una, ciò vale sia per la Germania che per la Russia ma anche per l’Italia che oscillava tra mitteleuropea e mediterranea).

Ultimamente si è fatto strada un pregiudizio ideologico, fideistico e mistico che ha ingessato la geopolitica in qualcosa di totalizzante e apocalittico. Concetti che ricordano quelli marxisti che non solo tutto riducono alla lotta di classe ma che annunciano profeticamente l’avvento certo della dittatura mondiale del proletariato.

La geopolitica per molti è la semplificazione sempliciotta fatta in casa di quella semplificazione sempliciotta, alla quale però, per perfezionare il parto circense, si è pensato bene di togliere la serietà analitica comunista.

Forti anche delle teorizzazioni di un mediocre agente d’influenza straniera preposto a condizionare un’area marginale, alcuni hanno concluso che l’avvenire mondiale passa nello scontro obbligato tra il Nomos dell’acqua (che sono gli Usa) e quello della terra (che sarebbe la Russia).

Questo è un concetto comunque superato per l’avvento del Nomos dell’aria (ovvero per l’irruzione dei satelliti nel nostro quotidiano e per l’attrazione del nostro quotidiano nei satelliti).

Era però già prima un concetto deformato e fuorviante.

Se la prima cosa che hanno fatto gli Usa una volta guardato fuori dai loro confini è stato un accordo con la Russia (1867); se gli Usa hanno fatto guerra a mezzo pianeta e i russi idem; se in centoquarantasette anni non si sono mai, dicasi mai, sparato un colpo di fucile tra loro; se la finanza americana ha sempre sostenuto comunque lo spazio russo; se i commerci anche strategici tra i due colossi sono sempre attivi; qualcosa vorrà pur dire?

Che cosa? Semplicemente la nostra illuminazione di trentacinque anni fa: la Russia (o Urss) è subalterna agli Usa che erano e sono la sola superpotenza e che usavano Mosca come necessario contrappeso e puntello nella gestione mondiale; cosa che cercano di fare anche oggi anche se la devono vedere ugualmente con la Cina e la geometria diventa più complessa.

La Russia, dunque, ha sempre avuto – e continua ad avere – una sovranità limitata. Il che non impedisce che, nell’altalena storica e grazie alle linee di faglia, possa spingersi di volta in volta un po’ più verso la sudditanza o un po’ più verso l’autonomia.

Né impedisce a noi di provare a farlo armati di una buona dose d’identitarismo e di superomismo cui affiancare gli strumenti analitici corretti.

A patto di non confonderli con surrogati ideologici dal sapore mistico che servono sempre e soltanto a far di chi ci casca i topolini dietro il flauto magico che squittiscono mentre si avviano al baratro.

E che magari, nel procedere verso il nulla, passano il tempo a insultare chi continua a segnalare che il re è nudo.

 

 

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