
E quello spirito di gravità qui ad ovest, luogo del tramonto
Crimea e Ucraìna, Putin e l’Ovest.
Proviamo ad accantonare il tifo da stadio e a tracciare un primo bilancio, freddo e distaccato, di quanto è avvenuto e di quello che si configura.
La Ue sei anni dopo
La prima considerazione che dovrebbe venire spontanea è la radicale differenza di atteggiamento dell’Ue verso il Cremlino a meno di sei anni dalla crisi georgiana.
Allora, qualcuno ricorderà, Gli Stati Uniti e Israele vennero sconfessati dalla Ue che sostenne Putin. Oggi invece l’Unione fa quadrato sull’Ucraìna e persino sulla Crimea che a sentire gli occidentali non avrebbe neppure il diritto di scegliere di esser russa.
Perché poi non lo abbia fatto direttamente al momento dell’implosione dell’Urss è un’altra questione.
Per coloro che ritengono la Ue la semplice appendice atlantica in Europa, nulla di strano, l’eccezione aveva avuto luogo sei anni fa, anzi allora fischiettarono per non essere costretti a registrarla. Per chi invece il cervello preferisce adoperarlo, le cose non possono stare esattamente così. La Ue ha visto intaccare quelle quote di autonomia e di sovranità che aveva raggiunto. E’, questo, l’effetto della speculazione in Europa successiva alla crisi finanziaria angloamericana del 2008 e dell’attacco al partito europeo, in particolare a Strauss-Kahn che non a caso è stato successivamente cooptato dal fronte putinista.
Il fallimento politico russo in Ucraìna
La seconda riflessione che dovrebbe dettarci l’attuale crisi è il fallimento politico dei russi in Ucraìna.
Si parla di una nazione molto speciale, chiusa a tenaglia tra due minoranze, l’una ad ovest che non sopporta la Russia, l’altra ad est che invece se ne considera provincia e odia l’idea stessa della sovranità, ma si parla soprattutto di una terra popolata da gente russofona che verso Mosca nutre un sentimento duplice: un amore fraterno ma nel segno dell’indipendenza e un forte rancore per le mire centraliste e imperialistiche, acuito dalle ferite non rimarginate di oltre sette milioni e mezzo di ucraìni sterminati ai tempi dell’Urss.
L’Ucraìna, che peraltro è l’attuale pipeline eurorusso, ha visto convivere e confliggere queste passioni.
L’ovest, in particolare sotto la guida di Soros, ha provato a dare scacco a Mosca ma la Rivoluzione Arancione, dopo un apparente successo iniziale, si è rivelata un fallimento perché del tutto aliena al sentimento ucraìno. Fu così che venne eletto Yanukovitch: la maggioranza aveva nuovamente offerto credito a Mosca e a delle promesse che non sarebbero state però mantenute.
La brutalità, la stupidità, il disdegno nei confronti del soft power, hanno fatto sì che il credito si dissipasse e che, in breve, il governo di Yanukovitch divenisse una propretura arrogante e impopolare. Né le operazioni di commando, benedette da ambienti nazionalistici moscoviti di alto livello, che andavano a colpire i monumenti a Bandera utilizzando a contorno la medesima retorica per la quale si pretende la demolizione del monumento alle SS a Riga, ha giovato alla causa russa.
Se commandos e cecchini israeliani, inglesi, americani sono intervenuti ad allargare l’incendio, la benzina e il cerino sono stati forniti in ogni caso dall’atteggiamento russo e del governo postbolscevico e la rabbia popolare era autentica non simulata né d’importazione come in Siria.
Mosca ha fatto ancora una volta i conti con la sua incapacità relazionale. La stessa incapacità che, dal 1961 al 1989 incluso, spinse fiumane di uomini e di donne a sfuggire l’est per riparare in un ovest che non aveva molto di migliore, talvolta anche qualcosa di peggio, ma che non trattava la gente bruscamente e sapeva mimetizzare la sua polizia. Si è un po’ ripetuto, in quelle zone di cerniera est/ovest, lo stesso fenomeno psicologico che negli anni Quaranta le pose nei confronti della Wehrmacht che – paradossalmente a differenza delle SS – non seppe comunicare né immaginare la sua guerra come universale e liberatoria e venne pian piano vista come un elemento estraneo, dissipando letteralmente un credito infinito.
Chi vince e chi perde
Preso atto del suo fallimento politico, Mosca ha ripiegato su di un successo tattico.
La spartizione ucraìna non la sconvolge più di tanto visto che mantiene le fonti energetiche, le basi strategiche e inoltre si toglie il peso di un confronto snervante con Kiev che le costava per giunta un forte sostegno finanziario. Infine, con la spartizione, la Russia può guadagnare facendoci pagare più caro il gas. Chi si contenta gode.
Godono di più gli americani che hanno ottenuto una vittoria strategica su tutta la linea.
D’altronde la linea politica intrapresa dal rapporto Cheney e partita con le Twin Towers (2001) è proprio dal 2008 che si sta rivelando trionfante. Non solo l’America ha nuovamente messo in scacco la Ue ma ha apportato una rivoluzione energetica che la proietta a divenire la massima esportatrice e fornitrice di gas di qui a dieci anni.
Tragedia epica degli ucraìni a parte, i grandi sconfitti sono gli europei che hanno dovuto registrare la subalternità rinnovata verso il Pentagono e la disponibilità ad accollarsi costi ulteriori e pesanti. Solo la Germania mantiene una relativa libertà di manovra e d’iniziativa. Dal 2001 ad oggi si deve però registrare il declino reale della Francia e quindi della potenza dell’ Asse Carolingio o Renano che, durante la guerra in Iraq, aveva dipanato un asse Parigi-Berlino-Mosca che si è andato presto sgretolando per colpa di tutte e tre le capitali.
Lo stato attuale della Ue
Prevengo le obiezioni più elementari che scaturiscono dall’immagine che si ha della Ue.
Mentre alcuni pensano che basti portare le istanze giuste nell’Europarlamento e nelle Commissioni, i più irriducibili fanno risalire praticamente tutta la decadenza nazionale alla Ue, intesa esclusivamente come un mostro creato, tramite complotto e golpe, dai finanzieri.
In realtà l’Ue è lo specchio dell’epoca.Da un lato essa è l’effetto delle necessità della tecnologia, della comunicazione, dell’economia, in altre parole dei tempi.
Dall’altra è il prodotto delle oligarchie dominanti.
In mancanza di una vera sovranità continentale e nella perdita progressiva di quelle nazionali, si trova ad essere particolarmente oggetto delle mire delle minoranze organizzate.
Non è rigettando la Ue che si cancella la realtà (che resterebbe la stessa ovunque in Europa Occidentale), così come non è discutendo a Bruxelles, senza le spalle coperte e il necessario potere contrattuale, che si cambiano le cose in Europa.
Né fuga indietro né imbonimento riformistico, serve una rivoluzione europea.
Intanto siamo nello stadio di né carne né pesce, la Ue è un compromesso nel quale prevalgono le posizioni delle potenze dominanti e ovviamente della casta dominante.
Ma come nel 2008 le affermazioni pro-russe volute da Berlino e ancora consone a Parigi, pur avendo la meglio non intaccarono il partito atlantico né le relazioni con Israele, così le sanzioni anti-russe e la retorica anti-Putin non sconvolgeranno gli interessi relazionali che, soprattutto dalla Germania, ci legano alla Russia.
La Ue continuerà a vivacchiare nel compromesso e nell’ambiguità. E sarà in questo stato di cose che continueremo a far fronte alla realtà e a giocare – male – le nostre partite.
Russia ed Europa
Inizia oggi una lunga partita in cui, come sempre più sovente avviene, si alzano i toni per nascondere la complessità contraddittoria dell’intreccio inconfessabile d’interessi comuni tra le parti rivali.
In questa partita quello che conta non sono le parole e neppure le emozioni, ma le relazioni solide e stabili che si sviluppano.
Partiamo dall’Europa, perché altrimenti è del tutto inutile parlare di qualsiasi cosa.
Senza un’Europa rivoluzionata si è morti, a meno d’inseguire il miraggio utopico di un’alleanza tra piccole nazioni che, come le città-stato di un tempo, facciano sistema tra loro. Ma per sopravvivere dovrebbero divenire spartane, il che è francamente improponibile, almeno ad ovest, senza prima una guerra mondiale.
Ebbene, l’Europa vista in divenire ha la necessità di liberarsi dallo squilibrio di potenza e quindi, fosse anche soltanto per dinamica di riequilibrio, ha come potenziale partner privilegiato la Russia.
Partner non significa però padrone; con il partner si tratta e si contratta.
Tale partnerariato continua ad essere il primario interesse russo, a meno di cedere alla seduzione della mai del tutto smarrita vocazione asiatica fino a ritrovarsi in futuro, Mosca, a diventare la Bruxelles di oggi, ma in Asia, giocata nei confronti della Pechino partner/rivale privilegiata di Washington.
Anche per la Russia il freno del suo declino risiede quindi nella partnership con l’Europa.
Che solo le dichiarazioni ufficiali fanno apparire come un’ipotesi tramontata.
La partita energetica
La partita è apertissima e lo è su tre fronti. Energetico, diplomatico e politico.
Il blocco ucraìno favorisce indubbiamente lo sviluppo del programma energetico americano ma, se non si vuol passare ad una dipendenza totale da esso, noi europei abbiamo interesse a sviluppare celermente le altre pipelines progettate con Mosca che aggirano il nodo di Kiev.
Quelle stesse cui si era dedicato Berlusconi e a causa delle quali si è visto stroncare la carriera.
Paradossalmente proprio la crisi ucraìna può fungere da acceleratore di quel progetto che aumenterebbe i legami reciproci tra Russia ed Europa. Nel che sarà necessario muoversi presto e bene perché, contrariamente alle raffigurazioni dualistiche che in molti si fanno, le relazioni di potenza sono intrecciate e variabili e, soprattutto, siamo comunque in presenza di sistemi oligarchici che non disdegnano la cooperazione e l’accordo. In altre parole: se non ci sbrighiamo noi, la Russia finirà col trattare soprattutto con gli americani. Ma noi, in particolare nelle entità tedesca e francese ed anche in quelle mediterranee, abbiamo l’interesse materiale di correre in quella direzione.
Il rilancio diplomatico
Cosa può consentire il soddisfacimento degli interessi materiali a dispetto delle linee contrarie tracciate dalla sovrastruttura politica? In assenza di una rivoluzione, la mediazione; in primo luogo quella diplomatica.
Il caso ucraìno ha fatto riaffiorare prepotentemente un elemento d’importanza cardinale. Quello dei popoli-cerniera, degli ex vassalli sovietici, come appunto gli ucraìni, i baltici, i moldavi e i polacchi che sono la componente non mittel-europea del vecchio blocco sovietico e che si aggiungono a ungheresi e slovacchi. I cechi invece sono un caso a parte perché sembrano perfettamente amalgamati al decadentismo occidentale.
L’estrema frontiera tra Europa e Russia è animata da un forte risentimento nei confronti di Mosca; tuttavia si tratta di popoli che, congelati dal comunismo, non hanno sviluppato l’evoluzione mortifera dell’occidente trozkizzato.
Ci troviamo di fronte a un paradosso notevole: per ragioni storiche e in ricordo di quel che fu settant’anni fa, questi popoli si rivolgono a occidente quando i loro interessi sono comunque complementari a quelli russi e però in occidente subiscono traumi culturali, a cominciare dai diktat anti-identitari e dalla civilizzazione del gender.
Il loro destino in questo confronto è di essere stritolati oppure di fungere da innesco per rettificare, da est, l’occidente malato e per ricondurlo in condizioni più fiere a trattare ancora più ad est.
Se accadrà o meno ciò dipende dalla sfida politica; al momento nel caos e nel paradosso gli sconvolgimenti di Kiev hanno rafforzato il ruolo diplomatico tedesco che si somma agli interessi materiali della Germania i quali, in controtendenza rispetto alle affermazioni della sovrastruttura politica, guardano parecchio ad est.
La scintilla dell’est
Possiamo quindi ipotizzare che la crisi ucraìna abbia fornito più effetti positivi che negativi per uno sviluppo futuro di relazioni euro-russe più solide ed articolate? Si tratta di un paradosso che solo il tempo potrà confermare o confutare, ma non è da escludere che sia così.
Per centrare l’obiettivo manca, ovviamente, qualcosa d’indispensabile: la sfida politica.
Questa si può fondare sulla capitalizzazione del sangue nuovo, proveniente dal blocco sovietico, che può fornire la scintilla per una rettifica spirituale e concettuale di prim’ordine. Fa difetto a un simile obiettivo, la giusta consapevolezza ad occidente, dove i radicalismi nazionalpopulisti sono fermi ad uno stadio pre-politico; quello della critica ossessionata e teologica della Ue e del sistema occidentale. Sottolineo i termini ossessionata e teologica, perché la critica è sacrosanta, anzi, talvolta, pur essendo estremistica è fin troppo poco radicale.
Il problema delle estreme destre occidentali risiede nel fatto che, quasi mai, si sentono protagoniste e men che meno parti organiche dei propri popoli e per un riflesso settario hanno ideologizzato e teologizzato la critica ereditata dalle generazioni precedenti. Una critica viva, quella, che si era andata sviluppando in uomini che si trovavano effettivamente in lotta e che, avendo il senso del vivo, non avrebbero mai trasformato in monadi le entità contro cui si battevano.
Le critiche di questi giorni a Pravy Sektor si sono snodate quasi tutte sulla base di un fondamentalismo biblico con sfumature marxiane, dando prova di un irrealismo talmente grottesco da essere riuscito a non cogliere il sentimento popolare e nazionale ucraìno, contrabbandato frettolosamente come costruito a tavolino. E, cosa ancor più significativa, capace di non accorgersi dell’importanza del Mito fondatore e del legame sacrale che scaturiscono dai Caduti di Piazza Maidan.
In un sol colpo gran parte dell’estrema destra occidentale è riuscita a non vedere il sentimento popolare, il radicamento popolare, il Mito del sangue e la dimensione sacrale. Un capolavoro!
Si è persa nei suoi anatemi teologici da Torah de no’antri e nei suoi teoremi professorali da maestrucoli comunisti fuori tempo, dimostrando se ce fosse stato bisogno, che a parte le velleità soggettivistiche, il grosso della presunta destra radicale occidentale è priva d’incarnazione, in poche parole non è. Vive di schemi, di teoremi, di buoni e di cattivi, violentando a suo piacimento la percezione del reale per rappresentarselo in modo lineare, comodo e piatto, a dispetto anche dell’intelligenza. In conclusione una gran parte di essa giunge impreparata ad un nuovo nodo storico e dovrà cedere il passo a qualcun altro in grado di coglierlo, oppure dovrà andare a picco senza neanche provare a levare l’ancora.
Il cadavere del saltimbanco
La decisiva partita politica che si apre con la crisi ucraìna si gioca su vari piani.
In primis sul quello interno ucraìno laddove la rivoluzione nazionale in atto vede schierate forze così distinte tra loro e così impossibili d’accordarsi al di là dei dettami del clima d’emergenza che non può non esser letta, innanzitutto, che come uno scontro tra Pravy Sektor, o, qualora questo evolvesse, involvesse, implodesse, tra i nazionalrivoluzionari o social-nazionali come essi chiamano se stessi, e il governo occidentalista. Sembra lo schema del fronte repubblicano spagnolo di otto decenni fa: è più un conflitto interno e universale al tempo stesso di quanto non sia un conflitto con la parte avversa in armi.
In secundis c’è l’afflusso prevedibile ad ovest delle mentalità rettificatrici est-europee che sembra destinato a rafforzare la posizione ungherese e che andrebbe a dama se i partiti nazionalpopulisti occidentali riuscissero a superare il loro attuale stadio di sindacati del disagio e di ricettacolo dei qualunquismi per produrre un minimo di coscienza rivoluzionaria con fanatico e radioso pragmatismo squadrista. C’è un potenziale inedito ma il problema è che, specie ad ovest, non si è all’altezza del potenziale e questo è un vero e proprio delitto. Da noi prevalgono le psicologie reazionarie e protestatarie su quella rivoluzionaria.
Eppure solo la miscela tra queste varie componenti e la loro definitiva sintesi può ridare fiato e coraggio ad un’Europa nevrastenica e depressa che procede nel suicidio; solo essa può consentire l’assedio alle sovrastrutture politiche che, se espugnate, aprirebbero la strada al soddisfacimento degli interessi materiali comuni e soprattutto alla rispondenza degli imperativi tacitati del nostro dna.
E’ su fronti apparentemente opposti e in dimensioni molto diverse tra loro che si gioca tutto il nostro destino. Lo si gioca però: non si tratta più di osservarlo e di giudicarlo con ideologie teologizzate e con saccenze neomarxiste, ma di sconvolgere gli schemi e di abbattere tutti i pregiudizi.
Dalla crisi si può assumere centralità. Oggi è sicuramente più agevole che non un mese fa.
E se da un lato dei potenziali importanti si sono sviluppati, dall’altro non è invece accaduto assolutamente nulla che ci costringa ad assumere una diversa prospettiva riguardo alla Russia. Tutto, anzi, è paradossalmente migliorato.
Sempre che la prospettiva che avevamo prima fosse quella giusta e non una mistificazione ideologica dettata dal volerci fare onanistico piacere.
Ma siamo qui al centro del problema: nulla accadrà nel mondo che possa cambiare una virgola presso di noi se non siamo prima noi a cambiare, recuperando centralità e avendo la meglio sul demone di gravità: quello stesso che ci si avvinghia alle caviglie assumendo la maschera dell’ortodossia ideologica e della scientificità analitica ma che ha una solo e unico scopo ed una sola e unica brama. Tranciare oggi corda tesa per fare di noi dei cadaveri di saltimbanchi.
Crimea e Ucraìna, Putin e l’Ovest.
Proviamo ad accantonare il tifo da stadio e a tracciare un primo bilancio, freddo e distaccato, di quanto è avvenuto e di quello che si configura.
La Ue sei anni dopo
La prima considerazione che dovrebbe venire spontanea è la radicale differenza di atteggiamento dell’Ue verso il Cremlino a meno di sei anni dalla crisi georgiana.
Allora, qualcuno ricorderà, Gli Stati Uniti e Israele vennero sconfessati dalla Ue che sostenne Putin. Oggi invece l’Unione fa quadrato sull’Ucraìna e persino sulla Crimea che a sentire gli occidentali non avrebbe neppure il diritto di scegliere di esser russa.
Perché poi non lo abbia fatto direttamente al momento dell’implosione dell’Urss è un’altra questione.
Per coloro che ritengono la Ue la semplice appendice atlantica in Europa, nulla di strano, l’eccezione aveva avuto luogo sei anni fa, anzi allora fischiettarono per non essere costretti a registrarla. Per chi invece il cervello preferisce adoperarlo, le cose non possono stare esattamente così. La Ue ha visto intaccare quelle quote di autonomia e di sovranità che aveva raggiunto. E’, questo, l’effetto della speculazione in Europa successiva alla crisi finanziaria angloamericana del 2008 e dell’attacco al partito europeo, in particolare a Strauss-Kahn che non a caso è stato successivamente cooptato dal fronte putinista.
Il fallimento politico russo in Ucraìna
La seconda riflessione che dovrebbe dettarci l’attuale crisi è il fallimento politico dei russi in Ucraìna.
Si parla di una nazione molto speciale, chiusa a tenaglia tra due minoranze, l’una ad ovest che non sopporta la Russia, l’altra ad est che invece se ne considera provincia e odia l’idea stessa della sovranità, ma si parla soprattutto di una terra popolata da gente russofona che verso Mosca nutre un sentimento duplice: un amore fraterno ma nel segno dell’indipendenza e un forte rancore per le mire centraliste e imperialistiche, acuito dalle ferite non rimarginate di oltre sette milioni e mezzo di ucraìni sterminati ai tempi dell’Urss.
L’Ucraìna, che peraltro è l’attuale pipeline eurorusso, ha visto convivere e confliggere queste passioni.
L’ovest, in particolare sotto la guida di Soros, ha provato a dare scacco a Mosca ma la Rivoluzione Arancione, dopo un apparente successo iniziale, si è rivelata un fallimento perché del tutto aliena al sentimento ucraìno. Fu così che venne eletto Yanukovitch: la maggioranza aveva nuovamente offerto credito a Mosca e a delle promesse che non sarebbero state però mantenute.
La brutalità, la stupidità, il disdegno nei confronti del soft power, hanno fatto sì che il credito si dissipasse e che, in breve, il governo di Yanukovitch divenisse una propretura arrogante e impopolare. Né le operazioni di commando, benedette da ambienti nazionalistici moscoviti di alto livello, che andavano a colpire i monumenti a Bandera utilizzando a contorno la medesima retorica per la quale si pretende la demolizione del monumento alle SS a Riga, ha giovato alla causa russa.
Se commandos e cecchini israeliani, inglesi, americani sono intervenuti ad allargare l’incendio, la benzina e il cerino sono stati forniti in ogni caso dall’atteggiamento russo e del governo postbolscevico.
Mosca ha fatto ancora una volta i conti con la sua incapacità relazionale. La stessa incapacità che, dal 1961 al 1989 incluso, spinse fiumane di uomini e di donne a sfuggire l’est per riparare in un ovest che non aveva molto di migliore, talvolta anche qualcosa di peggio, ma che non trattava la gente bruscamente e sapeva mimetizzare la sua polizia. Si è un po’ ripetuto, in quelle zone di cerniera est/ovest, lo stesso fenomeno psicologico che negli anni Quaranta le pose nei confronti della Wehrmacht che – paradossalmente a differenza delle SS – non seppe comunicare né immaginare la sua guerra come universale e liberatoria e venne pian piano vista come un elemento estraneo, dissipando letteralmente un credito infinito.
Chi vince e chi perde
Preso atto del suo fallimento politico, Mosca ha ripiegato su di un successo tattico.
La spartizione ucraìna non la sconvolge più di tanto visto che mantiene le fonti energetiche, le basi strategiche e inoltre si toglie il peso di un confronto snervante con Kiev che le costava per giunta un forte sostegno finanziario. Infine, con la spartizione, la Russia può guadagnare facendoci pagare più caro il gas. Chi si contenta gode.
Godono di più gli americani che hanno ottenuto una vittoria strategica su tutta la linea.
D’altronde la linea politica intrapresa dal rapporto Cheney e partita con le Twin Towers (2001) è proprio dal 2008 che si sta rivelando trionfante. Non solo l’America ha nuovamente messo in scacco la Ue ma ha apportato una rivoluzione energetica che la proietta a divenire la massima esportatrice e fornitrice di gas di qui a dieci anni.
Tragedia epica degli ucraìni a parte, i grandi sconfitti sono gli europei che hanno dovuto registrare la subalternità rinnovata verso il Pentagono e la disponibilità ad accollarsi costi ulteriori e pesanti. Solo la Germania mantiene una relativa libertà di manovra e d’iniziativa. Dal 2001 ad oggi si deve però registrare il declino reale della Francia e quindi della potenza dell’ Asse Carolingio o Renano che, durante la guerra in Iraq, aveva dipanato un asse Parigi-Berlino-Mosca che si è andato presto sgretolando per colpa di tutte e tre le capitali.
Lo stato attuale della Ue
Prevengo le obiezioni più elementari che scaturiscono dall’immagine che si ha della Ue.
Mentre alcuni pensano che basti portare le istanze giuste nell’Europarlamento e nelle Commissioni, i più irriducibili fanno risalire praticamente tutta la decadenza nazionale alla Ue, intesa esclusivamente come un mostro creato, tramite complotto e golpe, dai finanzieri.
In realtà l’Ue è lo specchio dell’epoca.
Da un lato essa è l’effetto delle necessità della tecnologia, della comunicazione, dell’economia, in altre parole dei tempi. Dall’altra è il prodotto delle oligarchie dominanti.
In mancanza di una vera sovranità continentale e nella perdita progressiva di quelle nazionali, si trova ad essere particolarmente oggetto delle mire delle minoranze organizzate.
Non è rigettando la Ue che si cancella la realt) (che resterebbe la stessa ovunque in Europa Occidentale), così come non è discutendo a Bruxelles, senza le spalle coperte e il necessario potere contrattuale, che si cambiano le cose in Europa.
Né fuga indietro né imbonimento riformistico, serve una rivoluzione europea.
Intanto siamo nello stadio di né carne né pesce, la Ue è un compromesso nel quale prevalgono le posizioni delle potenze dominanti e ovviamente della casta dominante.
Ma come nel 2008 le affermazioni pro-russe volute da Berlino e ancora consone a Parigi, pur avendo la meglio non intaccarono il partito atlantico né le relazioni con Israele, così le sanzioni anti-russe e la retorica anti-Putin non sconvolgeranno gli interessi relazionali che, soprattutto dalla Germania, ci legano alla Russia.
La Ue continuerà a vivacchiare nel compromesso e nell’ambiguità. E sarà in questo stato di cose che continueremo a far fronte alla realtà e a giocare – male – le nostre partite.
Russia ed Europa
Inizia oggi una lunga partita in cui, come sempre più sovente avviene, si alzano i toni per nascondere la complessità contraddittoria dell’intreccio inconfessabile d’interessi comuni tra le parti rivali.
In questa partita quello che conta non sono le parole e neppure le emozioni, ma le relazioni solide e stabili che si sviluppano.
Partiamo dall’Europa, perché altrimenti è del tutto inutile parlare di qualsiasi cosa.
Senza un’Europa rivoluzionata si è morti, a meno d’inseguire il miraggio utopico di un’alleanza tra piccole nazioni che, come le città-stato di un tempo, facciano sistema tra loro. Ma per sopravvivere dovrebbero divenire spartane, il che è francamente improponibile, almeno ad ovest, senza prima una guerra mondiale.
Ebbene, l’Europa vista in divenire ha la necessità di liberarsi dallo squilibrio di potenza e quindi, fosse anche soltanto per dinamica di riequilibrio, ha come potenziale partner privilegiato la Russia.
Partner non significa però padrone; con il partner si tratta e si contratta.
Tale partnerariato continua ad essere il primario interesse russo, a meno di cedere alla seduzione della mai del tutto smarrita vocazione asiatica fino a ritrovarsi in futuro, Mosca, a diventare la Bruxelles di oggi, ma in Asia, giocata nei confronti della Pechino partner/rivale privilegiata di Washington.
Anche per la Russia il freno del suo declino risiede quindi nella partnership con l’Europa.
Che solo le dichiarazioni ufficiali fanno apparire come un’ipotesi tramontata.
La partita energetica
La partita è apertissima e lo è su tre fronti. Energetico, diplomatico e politico.
Il blocco ucraìno favorisce indubbiamente lo sviluppo del programma energetico americano ma, se non si vuol passare ad una dipendenza totale da esso, noi europei abbiamo interesse a sviluppare celermente le altre pipelines progettate con Mosca che aggirano il nodo di Kiev.
Quelle stesse cui si era dedicato Berlusconi e a causa delle quali si è visto stroncare la carriera.
Paradossalmente proprio la crisi ucraìna può fungere da acceleratore di quel progetto che aumenterebbe i legami reciproci tra Russia ed Europa. Nel che sarà necessario muoversi presto e bene perché, contrariamente alle raffigurazioni dualistiche che in molti si fanno, le relazioni di potenza sono intrecciate e variabili e, soprattutto, siamo comunque in presenza di sistemi oligarchici che non disdegnano la cooperazione e l’accordo. In altre parole: se non ci sbrighiamo noi, la Russia finirà col trattare soprattutto con gli americani. Ma noi, in particolare nelle entità tedesca e francese ed anche in quelle mediterranee, abbiamo l’interesse materiale di correre in quella direzione.
Il rilancio diplomatico
Cosa può consentire il soddisfacimento degli interessi materiali a dispetto delle linee contrarie tracciate dalla sovrastruttura politica? In assenza di una rivoluzione, la mediazione; in primo luogo quella diplomatica.
Il caso ucraìno ha fatto riaffiorare prepotentemente un elemento d’importanza cardinale. Quello dei popoli-cerniera, degli ex vassalli sovietici, come appunto gli ucraìni, i baltici, i moldavi e i polacchi che sono la componente non mittel-europea del vecchio blocco sovietico e che si aggiungono a ungheresi e slovacchi. I cechi invece sono un caso a parte perché sembrano perfettamente amalgamati al decadentismo occidentale.
L’estrema frontiera tra Europa e Russia è animata da un forte risentimento nei confronti di Mosca; tuttavia si tratta di popoli che, congelati dal comunismo, non hanno sviluppato l’evoluzione mortifera dell’occidente trozkizzato.
Ci troviamo di fronte a un paradosso notevole: per ragioni storiche e in ricordo di quel che fu settant’anni fa, questi popoli si rivolgono a occidente quando i loro interessi sono comunque complementari a quelli russi e però in occidente subiscono traumi culturali, a cominciare dai diktat anti-identitari e dalla civilizzazione del gender.
Il loro destino in questo confronto è di essere stritolati oppure di fungere da innesco per rettificare, da est, l’occidente malato e per ricondurlo in condizioni più fiere a trattare ancora più ad est.
Se accadrà o meno ciò dipende dalla sfida politica; al momento nel caos e nel paradosso gli sconvolgimenti di Kiev hanno rafforzato il ruolo diplomatico tedesco che si somma agli interessi materiali della Germania i quali, in controtendenza rispetto alle affermazioni della sovrastruttura politica, guardano parecchio ad est.
La scintilla dell’est
Possiamo quindi ipotizzare che la crisi ucraìna abbia fornito più effetti positivi che negativi per uno sviluppo futuro di relazioni euro-russe più solide ed articolate? Si tratta di un paradosso che solo il tempo potrà confermare o confutare, ma non è da escludere che sia così.
Per centrare l’obiettivo manca, ovviamente, qualcosa d’indispensabile: la sfida politica.
Questa si può fondare sulla capitalizzazione del sangue nuovo, proveniente dal blocco sovietico, che può fornire la scintilla per una rettifica spirituale e concettuale di prim’ordine. Fa difetto a un simile obiettivo, la giusta consapevolezza ad occidente, dove i radicalismi nazionalpopulisti sono fermi ad uno stadio pre-politico; quello della critica ossessionata e teologica della Ue e del sistema occidentale. Sottolineo i termini ossessionata e teologica, perché la critica è sacrosanta, anzi, talvolta, pur essendo estremistica è fin troppo poco radicale.
Il problema delle estreme destre occidentali risiede nel fatto che, quasi mai, si sentono protagoniste e men che meno parti organiche dei propri popoli e per un riflesso settario hanno ideologizzato e teologizzato la critica ereditata dalle generazioni precedenti. Una critica viva, quella, che si era andata sviluppando in uomini che si trovavano effettivamente in lotta e che, avendo il senso del vivo, non avrebbero mai trasformato in monadi le entità contro cui si battevano.
Le critiche di questi giorni a Pravy Sektor si sono snodate quasi tutte sulla base di un fondamentalismo biblico con sfumature marxiane, dando prova di un irrealismo talmente grottesco da essere riuscito a non cogliere il sentimento popolare e nazionale ucraìno, contrabbandato frettolosamente come costruito a tavolino. E, cosa ancor più significativa, capace di non accorgersi dell’importanza del Mito fondatore e del legame sacrale che scaturiscono dai Caduti di Piazza Maidan.
In un sol colpo gran parte dell’estrema destra occidentale è riuscita a non vedere il sentimento popolare, il radicamento popolare, il Mito del sangue e la dimensione sacrale. Un capolavoro!
Si è persa nei suoi anatemi teologici da Torah de no’antri e nei suoi teoremi professorali da maestrucoli comunisti fuori tempo, dimostrando se ce fosse stato bisogno, che a parte le velleità soggettivistiche, il grosso della presunta destra radicale occidentale è priva d’incarnazione, in poche parole non è. Vive di schemi, di teoremi, di buoni e di cattivi, violentando a suo piacimento la percezione del reale per rappresentarselo in modo lineare, comodo e piatto, a dispetto anche dell’intelligenza. In conclusione una gran parte di essa giunge impreparata ad un nuovo nodo storico e dovrà cedere il passo a qualcun altro in grado di coglierlo, oppure dovrà andare a picco senza neanche provare a levare l’ancora.
Il cadavere del saltimbanco
La decisiva partita politica che si apre con la crisi ucraìna si gioca su vari piani.
In primis sul quello interno ucraìno laddove la rivoluzione nazionale in atto vede schierate forze così distinte tra loro e così impossibili d’accordarsi al di là dei dettami del clima d’emergenza che non può non esser letta, innanzitutto, che come uno scontro tra Pravy Sektor, o, qualora questo evolvesse, involvesse, implodesse, tra i nazionalrivoluzionari o social-nazionali come essi chiamano se stessi, e il governo occidentalista. Sembra lo schema del fronte repubblicano spagnolo di otto decenni fa: è più un conflitto interno e universale al tempo stesso di quanto non sia un conflitto con la parte avversa in armi.
In secundis c’è l’afflusso prevedibile ad ovest delle mentalità rettificatrici est-europee che sembra destinato a rafforzare la posizione ungherese e che andrebbe a dama se i partiti nazionalpopulisti occidentali riuscissero a superare il loro attuale stadio di sindacati del disagio e di ricettacolo dei qualunquismi per produrre un minimo di coscienza rivoluzionaria con fanatico e radioso pragmatismo squadrista. C’è un potenziale inedito ma il problema è che, specie ad ovest, non si è all’altezza del potenziale e questo è un vero e proprio delitto. Da noi prevalgono le psicologie reazionarie e protestatarie su quella rivoluzionaria.
Eppure solo la miscela tra queste varie componenti e la loro definitiva sintesi può ridare fiato e coraggio ad un’Europa nevrastenica e depressa che procede nel suicidio; solo essa può consentire l’assedio alle sovrastrutture politiche che, se espugnate, aprirebbero la strada al soddisfacimento degli interessi materiali comuni e soprattutto alla rispondenza degli imperativi tacitati del nostro dna.
E’ su fronti apparentemente opposti e in dimensioni molto diverse tra loro che si gioca tutto il nostro destino. Lo si gioca però: non si tratta più di osservarlo e di giudicarlo con ideologie teologizzate e con saccenze neomarxiste, ma di sconvolgere gli schemi e di abbattere tutti i pregiudizi.
Dalla crisi si può assumere centralità. Oggi è sicuramente più agevole che non un mese fa.
E se da un lato dei potenziali importanti si sono sviluppati, dall’altro non è invece accaduto assolutamente nulla che ci costringa ad assumere una diversa prospettiva riguardo alla Russia.
Tutto, anzi, è paradossalmente migliorato.
Sempre che la prospettiva che avevamo prima fosse quella giusta e non una mistificazione ideologica dettata dal volerci fare onanistico piacere.
Ma siamo qui al centro del problema: nulla accadrà nel mondo che possa cambiare una virgola presso di noi se non siamo prima noi a cambiare, recuperando centralità e avendo la meglio sul demone di gravità: quello stesso che ci si avvinghia alle caviglie assumendo la maschera dell’ortodossia ideologica e della scientificità analitica ma che ha una solo e unico scopo ed una sola e unica brama. Tranciare oggi corda tesa per fare di noi dei cadaveri di saltimbanchi.

