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Quel fronte lì ad est

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Russia, Ucraìna, global: ricapitoliamo

Dopo qualche mese di delirio ci avviciniamo alle vacanze, cioè al momento in cui i cyber-rivoluzionari lasceranno l’ufficio e non avranno quindi più tanto tempo per rifare il mondo dal computer del lavoro.
Malgrado la canicola potrebbe essere il momento buono per far riflettere qualcuno e sottrarlo al clima da derby demenziale.
Lo scontro di civiltà andrà in vacanza anch’esso insieme agli ultrarussi e agli antirussi che trascorso il mondiale di calcio scopriranno che nulla sarà cambiato.
Colgo l’occasione per ricapitolare, fuori dalla cagnara, i punti salienti del mio pensiero su quanto è nato con Maidan e sulle prospettive future. 
Ovvero quanto realmente ho affermato e affermo tuttora.

Maidan
La rivolta ucraìna contro il governo “filo-russo” di Yanukovitch per quanto si possa ritenere “eterodiretta” affonda le radici in un sentimento popolare di lunga data che non consente una relazione semplice tra Mosca e Kiev.
Il governo “filorusso” in realtà era composto da oligarchi doppiogiochisti (e di fatto lo è anche il nuovo).
Il governo “europeista” di oggi è l’espressione degli stessi oligarchi.
L’intervento dei camerati di Pravy Sektor non ha scatenato la rivolta, né ha imposto il “nuovo” governo: i camerati, da combattenti quali sono, sono andati a prenderne la testa. Non l’avessero fatto, il partito atlantico avrebbe vinto su tutti i fronti senza conoscere nessuna opposizione, sia pur potenziale.
Quando un popolo scende in piazza le avanguardie rivoluzionarie sono con esso e si pongono alla sua testa, altrimenti non ci sono proprio. E’ il loro compito e il loro dovere.
So che contabili, intellettuali e gente che non ha mai sentito fischiare una pallottola o conosciuto la guerra civile, sia pur minoritaria o strisciante, può pensarla diversamente. Ma è perché ha del reale una visione astratta. Chi ha una percezione reale e carnale delle cose sa che su questo non c’è da discutere o disquisire e lascia che ciò accada solo nei salotti delle zitelle.
Inoltre la solidarietà con i combattenti è una priorità gerarchica: quando si scontrano due componenti, ciascuna legata alla sua tradizione storico-politica, entrambe dietro i rispettivi simboli, nessun essere animato da pathos può non sentirsi attivamente coinvolto dalla parte a cui, storicamente, simbolicamente e per mito, è legato. Anteporre un calcolo, giusto o sbagliato che sia, tradisce un inaridimento dell’animo e uno scadimento valoriale imbarazzante.
Il coinvolgimento doveroso non deve comunque obnubilare e impedire di guardare avanti.

Il gioco americano
Non è propriamente quel che solitamente si dice.
L’imperialismo a stelle e strisce non ha bisogno di prove di forza perché la strapotenza finanziaria, nucleare, militare, satellitare e di comunicazione, fa degli Usa comunque una potenza al di sopra di tutte le altre e ciò per molti anni ancora, forse per molti decenni.
Quel che preme agli americani nel concerto multi-polare è una sinarchia basata al contempo sulle rivalità e gli squilibri tra le varie potenze e contemporaneamente sulla franchising Usa nei confronti di tutti.
Nell’ottica statunitense va considerata soprattutto l’ideologia americana, che si fonda sull’odio del Padre (l’Europa).
Quel che non garba agli americani è la rinascita europea, che viene tenuta sotto stretto controllo.
In particolare a Washington preme distanziare Berlino da Mosca.
Questa è l’unica chiave di volta non “materialista” della strategia americana che, per il resto, si svolge in modo chiarissimo non solo per quel che riguarda la politica internazionale e il controllo delle fonti energetiche, ma anche il narcotraffico, le migrazioni etniche, le variazioni in borsa ecc.
E non parliamo qui delle incidenze climatiche e sanitarie e di altre “follie complottiste”.

Il gioco inglese
L’isola degli speculatori e dei kingmakers gioca a tutto campo.
In particolare essa si muove – come storicamente sempre ha fatto – per spezzare l’Europa e per rimanere presente nell’Hearthland tramite il Commonwealth.
Londra è il soggetto massimamente sovversivo.
Essa anima e foraggia l’euroscetticismo e l’assalto all’eurozona, come ha rivendicato il Financial Times ed è il soggetto più estremistico che spinge per lo “scudo Nato” ad est.
L’accelerazione della crisi ucraìna, da parte occidentale, è dipesa anche dalla necessità di recuperare la Polonia nella sfera d’influenza inglese, visto che si era spostata in quella tedesca, notoriamente distensiva ad est.

Il gioco tedesco
Non entro nel merito del potenziale del dna di quel popolo: ho le mie convinzioni e so che altri ne hanno di diverse; io resto fiducioso.
Di sicuro, però, gli operatori economici tedeschi non sono individualisti e asistemici come i nostri compatrioti.
Le relazioni eurusse dipendono da loro e per la Germania sono diventate sostanziali e inaggirabili.
La politica tedesca, qualunque sia la concezione culturale e valoriale che l’anima, è legata indissolubilmente all’economia e alla socialità tedesca.
La locomotiva tedesca aveva condotto l’Europa ad una posizione pro-putiniana (crisi del 2008) e da allora le speculazioni finanziarie la stanno destabilizzando, giocando soprattutto a mettere in difficoltà Berlino sui cui tutti i partner deboli scaricano le colpe, ignorando le proprie e quelle angloamericane.
Il governo tedesco non è ovviamente un esempio ma non è la Germania così come Napolitano non è l’Italia. Si deve guardare alle funzioni oggettive dei popoli, delle economie, delle relazioni storiche. Solo così ci si può rendere conto che l’Europa non ha avvenire, ma che ancor meno ce l’hanno l’Italia o il Mediterraneo, se le direttrici geo-economiche di Berlino e quelle etico-politiche di Budapest non saranno seguite e potenziate.
Possibilmente mediante rettifiche di stampo rivoluzionario.

Il gioco russo
La Russia fa il suo.
Né Europa né Asia, è “eurasiataica” in modo molto particolare e niente affatto esportabile.
Putin che, come ho detto e ripetuto, resta uno dei quattro leaders mondiali interessanti (insieme a Orban, Assad e Shinzo Abe) è l’ex direttore dei servizi segreti sovietici. Ha una cultura di potere, e non solo di potere, di stampo stalinista, o se volete post-stalinista.
Questo è oggi così come lo era ieri.
Ieri mi andava bene così, oggi potrebbe andarmi bene così nella misura in cui le sue crociate “antinaziste”e le sue rivendicazioni di “guerra patriottica” accompagnate da proposte repressive si spengano.
In quanto alla realpolitik del Cremlino, agli accordi con Israele (con tanto di linea rossa diretta con Nethanyau), con la Cina e – a quanto annunciato – con l’Arabia Saudita, essa non mi scandalizza di per sé. Se ne enfatizzo i passaggi è per sventolare sotto gli occhi bovini dei trinariciuti che accusano i “came-ratti” di essere servi del sionismo, quanto essi siano stolti e storti.
Quel che imputo oggi a Putin sono altre cose: e cioè che l’abbandono di fatto del vagheggiato asse Parigi-Berlino-Mosca, che pure è colpa innanzitutto francese, stia scadendo in un rinnovato cinismo che ha comportato l’accettazione (se non addirittura l’avvio) della spartizione ucraìna con la bad company sulle nostre spalle e con i nazionalisti di ambo i fronti mandati allo sbaraglio senza alcun sostegno reale. Gli contesto un eccessivo accomodamento nella logica di Yalta che, non tradendo necessariamente gli interessi russi, rischia di spaccare nuovamente in due l’Europa.
Una Yalta geo-energetica che porterebbe il nord-est verso Mosca ricacciando il sud-ovest in tutto e per tutto verso Washington. Dal che si possono comprendere le disgrazie di Berlusconi e quelle che incombono su Erdogan.

Uni-polarismo o multi-polarismo
Sembra questa la questione del giorno.
La ritengo falsata. L’uni-polarismo non ha possibilità di tenuta senza smagliature e ritengo che gli americani non ci pensino affatto; il multi-polarismo poi è nelle strategie americane da decenni ed è insito nei programmi della Commissione Trilaterale.
Non vedo cosa stia scappando di mano agli Usa, che sono vincenti su tutti i piani e che hanno le mani in pasta con tutti.
Il multi-polarismo, se non esisterà l’Europa come civiltà e come potenza, si rivelerà essere una sinarchia in cui vari soggetti saranno rivali tra loro e comunque subordinati di fatto agli americani.
La chiave di volta non è lì. 
Ce ne sono due.
Una di potenza; e quella si fonda sull’alleanza e la cooperazione tra Europa e Russia. 
Perché ci siano, però, è necessario che ci sia prima l’Europa. 
Altrimenti la divisione delle sfere d’influenza (anzi di sotto-influenza) lascerà più o meno il tempo che trova.
La seconda sta nell’autonomia, anche superomistica, di uomini, élites, comunità, popoli. Ed è primaria rispetto all’altra perché non esistono formule che liberino uomini o popoli che non sono già liberi nel carattere.

In conclusione
La fierezza ucraìna non è barattabile.
Il nazionalismo europeo, anzi il nazionalismo rivoluzionario europeo è centrale.
L’Europa deve guardare ad est; ma lo può fare partendo, su piani diversi, da Budapest e Berlino.
La Russia è la sponda indispensabile per l’Europa.
Ma per un’Europa fiera e non servile. Che Maidan bilanci la Guerra Patriottica del 9 maggio affinché si possa iniziare a ragionare a testa alta per uscire in cooperazione non solo dall’uni-polarismo (cui non credo) ma anche dagli schemi invischianti del multi-polarismo sostanzialmente mafioso e ad egemonia “mondialista”! 
Si può. Dipende soprattutto da noi e dal passaggio dal mentale di sudditi e di sciuscià (nei confronti di chiunque: non è un padrone migliore che rende meno servo il servo) a quello di cives et milites.
Europa. Fascismo. Rivoluzione.
Avete ragione: sono rimasto nel futuro.

 

 

 

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