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Gli archeologi recuperano 5500 reperti della battaglia di Las Navas de Tolosa del 1212. Navarra, Aragona, Castiglia e Portogallo, appoggiate da gruppi di cavalieri provenienti da tutto l’occidente, unirono le forze vincendo la battaglia che avrebbe dato una svolta decisiva alla “Reconquista”. Dopo la sconfitta in questa battaglia inizierà il declino della dinastia almohade.Scontri spaventosi, attacchi e ritirate, armi in frantumi, cavalli stremati, mezzelune e croci. Sensazionali i ritrovamenti. Cos’era accaduto su quel campo? Cos’hanno trovato? Quali le forze in gioco?
Non sono stati duelli cavallereschi da romanzo epico. Ma combattimenti nel caldo afoso di luglio, con frecce, lance e mazze che cavavano i corpi dalle corazze come fossero teneri molluschi. Detriti. Come dopo un incidente. Oggetti che schizzano via e volano per ricadere più in là.
È di queste ore la presentazione dei risultati più recenti del progetto di ricerca archeologica sulla battaglia del 1212 condotto dall’Università di Jaén e dai centri partner. I dati sono stati diffusi dopo analisi ed evidenze spaziali raccolte sul campo.
Nella Sierra Morena, in un paesaggio che ancora oggi conserva una severa essenzialità geomorfologica, la storia ha così, recentemente, riacquistato corpo. Le ricerche archeologiche condotte nell’area di Las Navas de Tolosa hanno restituito migliaia di reperti riconducibili a uno dei più decisivi scontri del Medioevo europeo, offrendo per la prima volta una base materiale solida a un evento che per secoli è stato ricostruito molto spesso attraverso cronache, annali e narrazioni di parte. La scoperta non consiste in un singolo oggetto emblematico, ma in un intero paesaggio di battaglia, disseminato di tracce coerenti, leggibili, stratificate, che permettono di osservare la guerra del 1212 non più come mito fondativo, ma come fatto storico concreto.
Il luogo della battaglia tra europei e arabi si colloca nell’attuale provincia di Jaén, nei pressi di Santa Elena, lungo il corridoio naturale che attraversa la Sierra Morena e mette in comunicazione la Meseta castigliana con l’Andalusia meridionale. Le altitudini oscillano in prevalenza tra i 600 e i 900 metri sul livello del mare; il territorio è composto da altopiani ondulati, colline calcaree, valloni asciutti e pendii brulli, interrotti da aree boscate rade. È un ambiente apparentemente marginale, ma in realtà strategico: un punto di passaggio obbligato per eserciti, carovane e traffici, distante circa 300 chilometri dall’attuale Madrid e poco meno da Toledo, che nel XIII secolo rappresentava uno dei principali centri politici e simbolici della Castiglia. La natura aperta del terreno, unita alla presenza di valichi controllabili, spiega perché questo spazio fosse ideale per un grande scontro campale.
Ma facciamo qualche passo indietro, nel tempo per inquadrare bene la vicenda. Gli Arabi e i Berberi erano entrati in Spagna nel 711 d.C., sconfiggendo i Visigoti e instaurando il territorio noto come al-Andalus. Nei secoli successivi avevano consolidato il potere, prima con il califfato di Córdoba, poi con i regni di taifa e infine con il dominio almohade nel XII–XIII secolo. La presenza musulmana si protrasse fino al 1492, con la caduta dell’ultimo emirato di Granada, segnando la fine della Reconquista cristiana. In totale, gli Arabi sarebbero rimasti nella penisola iberica per circa 780 anni, alternando fasi di grande potere politico e culturale a periodi di frammentazione e progressiva riduzione territoriale. Quella del 1212, per loro, fu una brutta sconfitta.
Era esattamente il 16 luglio 1212 quando si affrontarono due coalizioni di portata eccezionale. Da un lato, l’alleanza dei regni cristiani iberici guidata da Alfonso VIII di Castiglia, affiancato da Pedro II d’Aragona e Sancho VII di Navarra, con il sostegno di contingenti provenienti da León, dal Portogallo e da diversi territori europei, oltre agli ordini militari. Dall’altro, l’esercito del Califfato almohade, comandato dal califfo Muḥammad al-Nāṣir, espressione di una delle potenze islamiche più strutturate e ideologicamente compatte del Mediterraneo occidentale.
Gli almohadi, nati nel XII secolo nel Maghreb come movimento religioso riformatore, avevano costruito in pochi decenni un impero che si estendeva dal Nord Africa fino ad al-Andalus. Il loro nome, derivato dal termine arabo che indica l’unità assoluta di Dio, rifletteva una visione teologica rigorosa, tradotta in una forte centralizzazione politica e militare. In Iberia, il califfato rappresentava la massima espressione del potere musulmano dopo il declino dei regni di taifa e aveva imposto un controllo saldo su gran parte del sud della penisola. La battaglia di Las Navas de Tolosa segnò il momento in cui questa egemonia iniziò a incrinarsi in modo irreversibile.
Le fonti medievali descrivono lo scontro con toni epici, spesso amplificando numeri e gesti. Le stime moderne, più caute, suggeriscono che l’esercito cristiano potesse contare su 12–14 mila uomini, mentre quello almohade fosse probabilmente più numeroso, forse 25–30 mila combattenti. Le perdite restano difficili da quantificare: le cronache parlano di stragi immense, ma gli storici ritengono più plausibile un bilancio di alcune migliaia di morti complessivi, con un impatto particolarmente pesante sulle forze almohadi, costrette alla ritirata e alla dissoluzione del loro dispositivo militare in Iberia. La fuga del califfo dal campo di battaglia assunse un valore simbolico enorme e accelerò il collasso del potere musulmano nell’area centrale della penisola.
Fino a tempi recenti, tuttavia, mancava una verifica archeologica sistematica di questo scenario. A partire dal 2022, un progetto interdisciplinare ha avviato una ricognizione estensiva dell’area, combinando prospezioni magnetiche, rilevamenti con GPS ad alta precisione, analisi spaziali tramite GIS e scavi mirati. Il risultato è stato l’individuazione di una vasta dispersione di materiali coerenti con le dinamiche di una grande battaglia medievale. Zone come Castro Ferral, Mesa del Rey e il cerro de los Olivares hanno restituito concentrazioni di reperti e resti strutturali compatibili con accampamenti, fortificazioni temporanee, percorsi di avanzata e aree di combattimento intenso. In particolare, a Castro Ferral sono emersi tratti murari robusti, torri e strutture difensive che suggeriscono l’esistenza di un punto fortificato attivo durante la campagna del 1212.
Il numero dei reperti recuperati supera i 5.500 oggetti, in gran parte databili all’inizio del XIII secolo. Si tratta di un insieme eterogeneo ma coerente: armi offensive e difensive, come punte di freccia, frammenti di corazze ed elmi; elementi legati alla cavalleria, tra cui ferrature e chiodi; monete perse dai combattenti, che si rivelano oggi utili per la datazione dei contesti; oggetti di uso personale e frammenti di indumento, che restituiscono un’immagine concreta della vita quotidiana dei combattenti; e materiali con epigrafia araba, attribuibili alle truppe almohadi. La distribuzione spaziale di questi reperti consente di leggere il terreno come una mappa dinamica dello scontro, individuando linee di contatto, arretramenti e punti di rottura.
L’importanza di queste scoperte risiede nel fatto che trasformano Las Navas de Tolosa da evento narrato a evento misurabile, inscrivendo la battaglia in un contesto fisico verificabile. Il campo di battaglia non appare più come un luogo simbolico isolato, ma come un sistema complesso di spazi interconnessi, in cui strategia, logistica e morfologia del territorio si intrecciarono in modo determinante. La ricerca archeologica consente così di affinare, correggere e talvolta ridimensionare le fonti scritte, restituendo una visione più equilibrata e scientificamente fondata di uno scontro che segnò una svolta storica profonda, aprendo la strada all’avanzata cristiana verso il Guadalquivir e al progressivo declino della presenza almohade nella penisola iberica.

