Presunzione salottiera ma con i modi sguaiati delle bettole: a questo si è generalmente ridotta la mentalità “politica” delle estreme autoemarginate.
Esse si fanno forti di una “saggezza” politica assunta dalla lettura, spesso effettuata senza riflessione ma per ricavarne piuttosto delle verità fossilizzate, di testi e dottrine fuori contesto, di cui si è smarrito lo spirito originario.
Ma re travicello non è mai stato un re e l’asino delle reliquie al massimo raglia.
Come l’ultimo uomo nicciano, in sostegno delle certezze acquisite, molti ammiccano e ogni cosa che mette in discussione gli schemini preconfezionati diventa per loro sospetta, risibile, inventata…
È una patologia contagiosa: la chiamo religione dell’impotenza.
Ovviamente alcune delle “verità” fossili provengono da verità effettive, solo che è ben raro che le si riconoscano così come sono effettivamente se le si fissa aprioristicamente in rappresentazioni astratte e rozze.
Eppure…
Esiste una verità che ci potrebbe orientare sul serio e che ci tramandiamo da prima che noi stessi nascessimo, ovvero l’unità spirituale e sistemica di comunismo e capitalismo. Una verità talmente scontata e proprio per questo non approfondita, che i più l’hanno addirittura dimenticata, e magari, se qualcuno gliela ricorda, ghignano replicando – in una società capitalista che si è sviluppata sulla falsariga de Il Manifesto – che il comunismo non c’è più.
Sono solitamente gli stessi che sostengono con scherno che non esiste più Jalta e non hanno compreso come sia evoluta, ma pur sempre sugli stessi architravi e perfino con le stesse strutture.
Questa verità sacrosanta può comunque produrre anch’essa un grave errore di valutazione e rivelarsi fuorviante.
Nella simbiosi capital-comunista la parte più efficace, intelligente e pervasiva la fanno la finanza e i vertici storici di quest’ermafrodita che si trovano più a Londra e New York che non nelle roccaforti della rozzezza, a loro utili e da loro dipendenti, piazzate ad est e a sud del pianeta.
Ma questo non deve suggerire una lettura rovesciata, per la quale il dipendente rozzo e incapace diventa un oppositore vero o, addirittura, migliore del suo superiore.
Prima di scadere in quella scempiaggine che consiste nell’individuare nelle subculture dei capitalisti arretrati, gelosi e rancorosi – a Mosca, a Caracas o a Pyongyang – delle opposizioni reali e perfino virtuose dell’Occidente fino a tifare per queste congreghe di sgangherati, si era affermato che gli USA, il capitalismo e l’alta finanza sono più pericolosi dell’orrore trinariciuto che si pretenderebbe d’opporre loro.
Vero. Proprio perché rappresentano un comunismo riuscito e non un capitalismo fallito, a differenza di quei sottosviluppati che li contrastano strillando mentre dipendono da loro in tutto e per tutto e li servono regolarmente.
Ciò non andava interpretato nel modo riduttivo che poi prese piede, ma in tutt’altro
Non si doveva tifare per gli scarti della civiltà e per i fallimenti endemici pretendendoli migliori di un sistema dominante, bensì apprendere da altri modelli che risultarono migliori – e quindi anche più seducenti e vincenti nel confronto – al fine di proporre alternative positive. Perché, invece tramutarsi in hooligans delle pattumiere? Che tali sono e tali si dimostrano ogni giorno.
Non è vero che qualunque cosa è meglio di quello che domina, e ce lo dicono i fatti, non le teorie o gli ammiccamenti.
Esiste una cartina di tornasole pressoché infallibile
ed è il sentimento dei popoli, che saranno pure ignoranti (lo sono poi davvero?) ma le cose le sentono e le capiscono.
Se il malcontento nel mondo occidentale è diffuso ma non esasperato come lo è altrove, va colto per offrirvi soluzioni positive e serene, non per opporvi quelle deformi dei suoi presunti nemici.
Perché si ha un bel dire che le cose vengono raccontate da media main stream che – in teoria ma non sempre in pratica – dovrebbero demonizzare gli sfidanti reali o presunti, ma nessuno può inventare né coltivare, e meno ancora mantenere a lungo in vita, le reazioni di massa alle tirannie “antioccidentali” come alcuni si raccontano per esorcizzare la caduta delle maschere e continuare a vivere con il prosciutto sugli occhi e l’autoinganno come droga.
Se si resta, o si ritorna, semplicemente normali, il buon senso ci suggerisce che le presunte alternative all’Occidente non solo sono oggettivamente peggiori di esso ma forniscono, per esclusione, una forza assoluta al sistema dominante che non può essere modificato nel nome o nel modello di quei fallimenti, per muscolari e prepotenti che siano, tanto poco seducente si dimostrano e tanta repulsione ispirano.
Il sistema dominante va affrontato andando verso il meglio, non nella difesa in mala fede di quanto è palesemente peggio
Quest’ultima era la logica dei comunisti dagli anni venti agli ottanta: la logica della falsità.
Con una differenza non irrilevante: essi allora avevano una fede e una volontà di potenza, sia pur delegata e intrisa di invidia e rancore. Oggi, a chi l’ha contratta, restano solo la delega, l’invidia e il rancore.
Le alternative al cosiddetto Occidente sono tutte fallite o stanno fallendo nel sentimento generale di chi ci vive dentro. Non è difficile rendersene conto, non è un mistero per nessuno.
Se si vuole proporre un’alternativa non è certo lì che la si può cercare.
Né si deve passare all’estremo opposto per il quale – dato l’orrore di queste alternative – non bisogna crearne altre ma si deve esaltare per difetto il modello dominante.
Abbiamo spesso detto che il capitalismo è più insidioso del comunismo.
Sarà, anche se la loro unità spirituale e culturale mi rende difficile stabilire che siano alternativi tra loro. Ma, quand’anche fosse, questa conclusione è intellettualistica ed è negata dalle esperienze umane,
è sufficiente vedere come reagiscono i popoli
ai sistemi comunisti o gestiti da comunisti.
La gente scappava da est ad ovest e non al contrario. Il comunismo a Berlino dovette issare un muro per impedire che la sua popolazione si esaurisse. In pochi anni un quinto dei tedeschi orientali (quasi 3 milioni) erano fuggiti ad Ovest.
Il Venezuela di Maduro ha fatto di peggio: oltre otto milioni su di una popolazione di trentadue: uno su quattro!
Il sistema sovietico aveva retto leggermente meglio, grazie ai privilegi di Mosca acquisiti sui propri satelliti, ma si disintegrò comunque da solo e l’implosione rovinosa venne tenuta faticosamente assieme con i cerotti di Clinton.
Il crollo fece emergere che il fastidio per l’imperialismo russo era tale laddove lo si era sperimentato che gli stessi russofoni di Ucraìna decisero – contro le pressioni americane… – di distaccarsi da Mosca. A volervi restare legati furono una forte minoranza – ma pur sempre minoranza – in Crimea (45%) e un’esigua porzione nel Donbass (19%).
Non sono state manovre occidentali o americane (quelle anzi andarono in senso opposto), bensì i sentimenti popolari a far rigettare Mosca.
Più tardi, nel 2014, non ci fu nessun golpe della Cia a Kiev ma un’insurrezione popolare che si oppose allo smembramento in atto della propria nazione per svenderla al Cremlino che aveva gettato definitivamente la maschera da almeno sei anni.
E da quel giorno le elezioni furono sempre massicce e chiarissime. La volontà nazionale è sempre stata trasparente.
Se tutti i popoli limitrofi alla Russia richiedono l’ahimé fasullo scudo della Nato, non è perché sono stati comprati, ma perché temono e detestano il loro prepotente vicino che non sta facendo più nulla per mascherare le sue mire. Anzi, quanto più la sua offensiva fallimentare lo mette in crisi, tanto più diventa aggressivo e volgare con toni da bullo.
Se in Ungheria le piazze sono traboccate di gente che cantava le lodi del 1956 e hanno sloggiato quello che ormai era visto come il governatore di Putin, Orban, non è che siano state convinte da un Soros di turno: è che sanno e che sentono nella pelle, nei nervi, nel cuore.
Poi noi possiamo pure, comodamente seduti sulle nostre poltrone e chattando su social americani, sostenere che sono state manipolate. Non si vede né come né da chi, né, soprattutto, come si possa creare di sana pianta un sentimento simile, così saldo e perfino entusiasta.
C’è di più: i popoli orfani delle prigioni comuniste hanno anche subito dei contraccolpi, nelle loro fasce più sfavorite e sono oggi nostalgiche dell’assistenzialismo passivo. Ma neppure questo riesce a tramutarsi in un sentimento filo-russo diffuso, si estrinseca in una pretesa pentastellata di vivere da parassiti nel capitalismo e niente più.
Non tanto diversamente va in altre tirannie
sia pur meglio organizzate economicamente e con maggior cultura. Prendiamo ad esempio quella iraniana.
Comprendo che alcuni simpatizzino per essa perché opposta al sistema israeliano, quantomeno in reazione alla macelleria di palestinesi e libanesi che è in atto in modo sfacciato e che ha procurato una generale indignazione, oggi forse mitigata da un diffuso sentimento antislamico.
Non pretendo che si conosca o si comprenda il ruolo che il sistema iraniano ha svolto contro le cause arabe, i nazionalismi, quanto sia stato ignobilmente imperialista, come sia stato cooperativo e associato a lungo con Tel Aviv e quanto abbia contribuito a spianare la strada alla Grande Israele.
Si può non sapere, non capire, o ci si può rifiutare di ammetterlo.
Si può non tenerne in conto. Non io, ma ammetto che si possa. Di qui, però, a simpatizzare per quella tirannia o pretendere che il suo volto infame sia una montatura occidentale, ce ne corre e parecchio.
Se, in un regime altamente repressivo, ogni volta che si manifesta si rischia così tanto la vita, o perché falciati dalle forze di polizia o perché impiccati a migliaia nelle carceri e, dopo quarantasette anni di terrore, c’è ancora chi continua disperatamente a rischiare la pelle e la tortura, non si può delirare venendoci a raccontare che tutti costoro sono stati comprati o che sono agenti nemici.
Vi ricordate qualcosa di simile altrove, chessò in Iraq o nell’Italia fascista?
Non c’è discussione che tenga: l’esasperazione è al massimo.
Si può infischiarsene o criticare, dal nostro comodo e ben nutrito nulla, i loro indirizzi politici, ma ignorare che si tratta di una tirannia contro cui migliaia e migliaia e migliaia di persone mettono in gioco la vita perché non ne possono più, non è ammissibile né decoroso. E neppure aiuta a tracciare linee politiche che non siano psicotiche e/o servili.
Fin quando le “alternative” al capitalismo occidentale saranno queste, esso apparirà ai più come un paradiso o, al massimo, un purgatorio fuori dall’inferno.
Creare alternative migliori, felici, radicate nella nostra cultura e nella nostra storia, si può e si deve fare
Sbandierare le schifezze altrui come modelli antagonisti e mentire a noi stessi e agli altri per rifiutare la realtà che le inchioda, non è cosa accettabile per chi abbia rispetto di se stesso e sia intellettualmente onesto.
L’antagonismo binario e l’esaltazione di ogni brutalità sottosviluppata servono solo la tenuta del potere che conosciamo: è un modo perverso, diagonale e indecoroso di servirlo e di negarne le alternative possibili e reali.
Farlo come i trinariciuti di Guareschi è poi il colmo!
Oltre a fornire la prova di non avere più niente da dire o da contrapporre sul serio.
Insomma è la religione dell’impotenza.
Ed è una pessima illusione di viagra la rabbia della frustrazione che l’accompagna sovente.
