Il rating schierato contro di noi. E un modo di uscirne
È in corso una riflessione sul complicato mondo del rating, dove alcuni specialisti (agenzie) studiano i prodotti finanziari dando loro un voto che serve a orientare le decisioni degli investitori. Quei prodotti vengono per lo più collocati (e spesso inventati) dalle grandi banche cosiddette di rango internazionale: il loro modus operandi è divenuto la regola anche in Europa a inizio anni ‘90 essendo poi legittimato ufficialmente da talune disposizioni, non ultime le regole di Basilea per la valutazione dei rischi delle banche. Le tre maggiori agenzie (S&P-Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch, tutte di «sangue» anglosassone) forniscono il 96% di tutti i rating (dati Cerep al 30 giugno 2011). Si tratta di un super monopolio che può distruggere un Paese declassando il suo debito. È avvenuto negli ultimi mesi con gli emittenti dell’eurozona. L’Italia è la più bastonata: da doppia A- nel 2006 giù giù sino a BBB+ nel gennaio scorso (voti S&P). Siamo a un passo dal limite (BBB-) al di sotto del quale gli investitori istituzionali non possono più tenere i nostri titoli nel loro portafoglio. Ma questi giudizi sono attendibili? Non possiamo dimenticare í voti lusinghieri espressi da S&P sui bond Parmalat sino a poco prima che emergesse il gigantesco imbroglio su cui era costruito il suo bilancio. E nemmeno le migliaia di tripla A (il voto massimo) rilasciate a quei titoli strutturati, per lo più «tossici», segmento più appetitoso (80%) del mercato, che hanno innescato la grande crisi nella quale gli stati sovrani ancora si dibattono; e neppure i loro fulminei declassamenti, nel 2007, a livello junk (spazzatura) quando la vera natura era divenuta evidente al più ignaro degli sprovveduti. Corposi rapporti di Commissioni presidenziali e senatoriali americane hanno dimostrato che le agenzie di rating hanno un peccato originale: da un lato paiono incapaci di valutare correttamente e per tempo i prodotti finanziari, dall’altro subiscono l’effetto perverso del loro modello commerciale in base al quale si fanno pagare dagli emittenti dei titoli che valutano. È come se i professori ricevessero lo stipendio dagli studenti che si presentano all’esame! L’aspetto bizzarro è che nessuno sembra preoccuparsene, dato che le proposte sul campo vanno dall’istituzione di un’agenzia di rating europea, alla soppressione del valore «ufficiale» dei rating, sino a quella, ribadita qualche giorno fa dalla Commissione europea, di obbligare banche e imprese a «ruotare» le agenzie ogni tre o sei anni; magari spingendo a usarne due invece di una quando, di fatto, ve ne sono solo tre. A mio parere l’unico provvedimento da prendere è quello di vietare all’emittente di un titolo di pagare il rating: per «costruzione», esplicitamente o tacitamente, le due parti colludono. Il servizio dovrebbe essere a carico dell’investitore; ma un investitore importante (esempio un fondo) è in grado di valutare autonomamente gli oggetti dei suoi investimenti, altrimenti perché pagare (profumatamente) i gestori di patrimoni? Ecco che il rating delle agenzie diventerebbe assai meno necessario. Va certamente bene la vigilanza, ma occorre liberalizzare gli albi lasciando il settore contendibile. Soprattutto, si deve tornare alle origini: quando le agenzie vendevano le proprie competenze (ai potenziali investitori) e non i propri favori (a emittenti spregiudicati). Infine, perché non si chiede un requisito patrimoniale anche a questi censori, visto che tra dividendi e riacquisti di azioni ormai lavorano senza fondi propri?
