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Se il monokini non attizza più

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Sarà che non c’è più quella famosa femminilità. Non nel costume: nelle femmine

“e si mascolizzano le donne loro perché si deve essere sufficientemente uomo per tra fuori dalla donna la donna”… F.Nieztsche Così parlò Zarathustra.

Il monokini ha quasi cinquant’anni ormai, ed è trasgressione attempata, che non graffia più. Se lo incontriamo, rara avis, su una spiaggia, ne siamo al massimo infastiditi ma non turbati: nessun bisogno di distogliere lo sguardo per non apparire un voyeur, come capitava ancora negli anni Ottanta al signor Palomar nell’omonimo e felicissimo romanzo breve di Italo Calvino.

Che cosa è successo in questi 50 anni, siamo diventati più bigotti o più indifferenti? Abbiamo nel frattempo maturato un moralistico «reggipetto mentale», una specie di nuova corazza puritana come si interrogava Palomar/Calvino, o più semplicemente siamo solo alla fine di un ciclo, di una moda culturale e sociale, e la parabola trasgressiva si è consumata, dopo essere passata attraverso i suoi momenti di fulgore, di maturazione e di declino?

Di sicuro il topless non incanta le giovani smaliziate che sanno che troppo sole fa male, e se la cavano con i vari push-up democratici e a buon mercato, per loro trasgredire ormai significa altro: vuol dire andare a scuola in calzoncini all’inguine. Ma il monokini tenta sempre meno anche le cinquantenni, che preferiscono giocare con le trasparenze, piuttosto che esporre seni rifatti alla luce del sole con rischio di inclementi sorprese.

Insomma il vecchio topless sembra perlopiù archiviato come fenomeno di maleducazione: non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te; in questo caso non infliggere al tuo prossimo cattive e incaute visioni. Meglio riservarle a luoghi più segreti, in barca o nel chiuso di ville private.

Il primo a sdoganare, ovviamente dopo la pittura, il tabù delle nudità femminili è stato il cinema. Con Hedy Lamarr, nel film scandalo Estasi del 1933, censurato in tutto il mondo. Poi vennero Marilyn e Sophia Loren, indimenticabile in quel suo topless anni Cinquanta veramente sontuoso, che le ha fatto coprire pudica gli occhi quando Pippo Baudo e Bruno Vespa glielo hanno fatto rivedere sessant’anni dopo nella trasmissione che celebrava l’Unità d’Italia.

Ma la prima a non far distinzione fra set e vita privata e a imporre sulle spiagge la frenesia liberatoria, fu Brigitte Bardot che lanciò la vague dei bagni sole senza veli proprio nel suo laboratorio personale di Saint Tropez, luogo dove, in parallelo a quella delle barricate, si imponeva un’altra rivoluzione, quella dei comportamenti e dei costumi.

Qualche anno prima, nel 1964, il designer Rudi Gernreich aveva disegnato negli Stati uniti un vero e proprio monokini, una specie di intero alla Portiere di notte, con bretelle e senza parte superiore, ma in quei quattro anni che cambiarono il mondo il topless si impose soprattutto sulle coste europee, più libertarie delle austere spiagge americane. E l’apoteosi di quell’aurea di libertà e trasgressione fu nel 1969, a Woodstock, maxi raduno giovanile, avamposto della cultura pacifista.

Le querelle e i divieti che ne seguirono han fatto le cronache, da Annie Papa che per un seno nudo fu fuori da Miss Italia a Ilona Staller, ovvero Cicciolina, che invece anche grazie a quello entrò in Parlamento. Il sindaco di Pantelleria nell’estate del 1982 vietò il nudismo indignandosi per le donne che «il più delle volte espongono al sole seni che sono stomachevoli escrescenze carnose flaccide e bislunghe».

Ma le nudità aristocratiche (Carolina di Monaco), preziose (Jacqueline Onassis), bollenti (Belén) hanno popolato le pagine di riviste patinate e pop. Poi la corsa si è fermata, e oggi persino i paparazzi sembrano essersi stancati. Ultimo malinconico scoop, il topless aristocratico-borghese di Kate Middleton che obbligò la corte inglese a far finta di scandalizzarsi, ma solo per un attimo. Nell’era dei social network ognuno posta le immagini che vuole e le starlette sono costrette ad autoesibirsi su Facebook, a volte con qualche trucchetto. O a dare sfogo ai residui di narcisismo assoluto come Selvaggia Lucarelli che sotto la didascalia «Vi regalo il mio primo topless», ha pubblicato le foto di se stessa bambina.

 

In compenso, un gruppo di donne ha lanciato una battaglia che fino a qualche tempo fa sembrava impensabile, contro la pagina tre del quotidiano inglese Sun, dove come da tradizione si pubblica una foto a seno nudo. Un’iniziativa in nome della dignità della donna, ma non solo, del buon gusto e dell’idea che c’è un tempo e un luogo per ogni cosa. Al di là del linguaggio immaginifico, avrà mica avuto ragione il sindaco di Pantelleria?

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