mercoledì 18 Febbraio 2026

Se Israele uccidesse Obama

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Una provocazione del Jewish Times un tantino eccessiva

Il premier israeliano ordini al Mossad di uccidere Barack Obama in modo che il suo successore possa difendere Israele dall’Iran. E’ quanto ha scritto il proprietario e direttore dell’Atlanta Jewish Times, Andrew Adler, in un articolo apparso il 13 gennaio scorso sul giornale della comunità ebraica della capitale della Georgia. Stando a quanto riporta oggi il quotidiano israeliano Haaretz, Adler si è già scusato per l’articolo, dicendosi “molto dispiaciuto”.
Nell’articolo, Adler ha esposto tre opzioni per difendere Israele dall’Iran: lanciare un attacco preventivo contro Hamas ed Hezbollah; attaccare i siti nucleari iraniani; o “dare il via libera agli agenti del Mossad presenti negli Stati Uniti per eliminare un presidente considerato poco amico di Israele in modo che l’attuale vicepresidente prenda il suo posto e ordini con forza che la politica degli Stati Uniti preveda l’aiuto allo stato israeliano nel distruggere i suoi nemici”.
Ieri, Adler si è scusato, dicendosi “molto dispiaciuto”, ma la comunità ebraica di Atlanta ha diffuso un comunicato in cui condanna le sue dichiarazioni come “scioccanti e incredibili”. “Pur sapendo delle scuse di Adler, siamo sbalorditi che abbia potuto dire una cosa simile”, ha detto il direttore della comunità, Dov Wilker, aggiungendo che il direttore del giornale dovrebbe porgere le sue scuse “al Presidente Obama, così come allo Stato di Israele e ai suoi lettori, la comunità ebraica di Atlanta”.
Forte anche la condanna del direttore della Anti-Defamation League, Abraham Fox: “Non ci sono scuse, giustificazioni, ragioni per questo tipo di discorsi”. Fox riconosce però che “le idee espresse da Adler riflettono alcune posizioni estremistiche che sfortunatamente esistono, anche nella nostra comunità, secondo cui il Presidente Obama è un ‘nemico del popolo ebraico’”.
La provocazione del Jewish Times è un tantino eccessiva. Non c’è tutta quest’incompatibilità tra Obama e lobbies israeliane che, tra l’altro, sostengono organicamente la vicepresidentessa Hillary Clinton. Viceversa l’operazione nordafricana di Obama ha portato gli Usa e la Gran Bretagna ad assumere un controllo abbastanza solido dell’area prospiciente  Israele che, per questa ragione, si sente sminuita strategicamente. Per ottenere incondizionatamente armi e fondi a volontà Tel Aviv pensa che  tutta l’area debba essere instabile. Questo è un dogma della politica israeliana, dogma che  indusse i servizi dello Stato ebraico a sovvenzionare e proteggere un po’ tutte le organizzazioni sovversive ed eversive del Mediterraneo, Italia compresa, per decenni.
La necessità di salvaguardare quella specificità potrebbe allora indurre Tel Aviv a qualsiasi provocazione; anche a bombardare l’Iran malgrado i rapporti commerciali, anche in settori vitali quali quello energetico, segnalino invece una continuativa cooperazione tra le due teocrazie fondamentaliste che s’insultano ogni giorno.
Ma la tradizione delle teocrazie sta nella doppiezza di discorso e di azione, nulla di sorprendente perciò. Né che s’insultino collaborando né che cooperino insultandosi sul palcoscenico e neppure che passino, d’improvviso, a spararsi addosso.

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