
Essere esempio ignorando gli zombies che ci circondano
Si direbbe spettrale, riferendosi alla così detta area, ma andrebbe capito se esista davvero ed ancora, in Italia, un humus nazional-rivoluzionario.
Aldilà della celeste nostalgia, sempre più fuori tempo massimo e giustificabile solo per i pochi superstiti all’esperienza fascista, aldilà dei partitini dalla flebile fiammella che nemmeno un fiammifero, sono associazioni ed avamposti culturali a salvaguardia e – più saltuariamente – valorizzazione di un nobile lascito. Operazione sacrosanta ed encomiabile ma poca cosa, quando si cercasse un risveglio.
Beninteso, risveglio non è resurrezione. Che i cadaveri restino tali, perché di zombie a braccia tese ed uccello moscio ne abbiam visti ed ogni volta lo spettacolo è stato disgustoso, oltre che disonorevole per chi fu, invece, esempio di vitalità e solarità.
Il de profundis è già suonato per quelli che, fregiandosi confusamente di celtiche e stelle rosse, siedono al banchetto del nemico identificandolo come amico, in un caos da nevrosi patologica. Se solo alla base non vi fosse malafede, che c’è, andrebbero compatiti. Sono, comunque, resi inoffensivi dai loro stessi sodali cui per 30 – e soltanto 30 – denari han giurato fedeltà – senza onore.
La dissoluzione del sistema che si reggeva sulla bipolarità farlocca, alla quale tutti, chi più chi meno, abbiam creduto, ha lasciato l’area inerme e confusa. L’illusione di vivere un videogame, uno schema semplice, fra i buoni contro i cattivi, rassicurava: la propria inadeguatezza, vegetare anziché vivere, era colpa d’altri. Dei comunisti, dello Stato, della Chiesa e via dicendo.
Abbattuto il muro, si è passati dalla “banca” all’Islam, dal “giudeo” ai no global, passando per i soliti americani, per poi arrivare ad un punto di stallo perché le vecchie categorie non funzionavano più. C’era assuefazione ed inoltre il nemico non si lasciava etichettare, mutevole e sfuggente. Da qui in poi, venute a mancare le risposte, è stato come pestare un formicaio: ad ogni evento (mediatico), una miriade di formiche impazzite che correvano furiosamente ciascuna verso una direzione diversa ma tutte senza una meta.
Verrebbe da rassegnarsi alla catastrofe, chiuder la porta ed affogare il proprio rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato. Chi di noi non l’ha fatto?
Da alcune sensazioni, evocate da note e ricordi, scaturisce invece una consapevolezza. Abbiamo deciso di non arrenderci. La seduzione di una vita comoda, di agi e compromessi, ci ha tentato facendoci pensare che, forse, non valeva la pena esser lupi e che fosse più scaltro diventar pecore in mezzo al branco, al riparo dai predatori che, comunque, avrebbero sbranato sempre il nostro vicino e mai noi. Ad un passo dalla rinuncia, d’un tratto, ci siamo ritrovati. Sarà stata una canzone, un libro letto tanto tempo prima, un ricordo lontano, ma ci siamo rialzati, fronte al Sole.
Ci riconosciamo e ritroviamo in una comunità. Non per autocompiacimento collettivo, non per dar sfoggio muscolare alla nostra unicità – e pur potremmo permettercelo – ma per portare scompiglio nel nome della libertà. Non è retroguardia, è dovere.
È tempo di essere esempio per chi ha perso la speranza, fari per chi si è perso, veleno per la canaglia dominante.
Riusciremo da squadristi o da lanzichenecchi. Servi, sì, ma del nostro destino.