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Si pentono

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Progressisti nel bilancio di vita

Sul celebre tabloid inglese “Mail on Sunday” è recentemente apparsa un’interessantissima, quanto paradigmatica, lettera dell’ex radicale di sinistra Peter Hitchens. Dopo una vita da dandy spesa nei salotti al cachemire politically-correct della Londra bene (in questo molto simile a gente come la Boldrini e compagnia pigolante), amaramente pentito e con la coscienza gravata da una sfilza di rimorsi, ha deciso di vuotare il sacco nella speranza di rimediare alle nefandezze commesse da lui e dal suo gruppo nel corso degli anni a dànno delle fasce popolari/operaie della sterminata periferia londinese. Ha deciso di narrare come fosse facile pilotare l’opinione pubblica da un punto privilegiato per estrazione sociale di cui egli ha sempre fatto parte, mentre compiva azioni malvage a carico del tessuto popolare ed operaio della sterminata periferia londinese col quale non ha mai condiviso nulla. Si è anche tolto la soddisfazione (sebbene con irrimediabile ritardo) di spiegare come lui – assieme ai “kompagni” – abbia perseguito ed imposto modelli di vita che non lo hanno mai riguardato e di come godesse nell’applicarli al prossimo sotto la costante minaccia di muovere accuse di razzismo ed intolleranza (del tutto simile allo stile di un ministro incostituzionale assai chiacchierato). La sua è una confessione volta ad aprire gli occhi a quelle persone che, obnubilate dalla propaganda di regime, abbiano scioccamente abbandonato ogni forma autonoma di pensiero per farsi pilotare; ma è anche una denuncia volta a nettare lo spirito della sua parte politica, presente anche qui in Italia – ovviamente – la quale ancora insiste su criteri giudicati ormai obsoleti, nocivi ed oltremodo superati dai fatti reali.

Afferma Peter Hitchens: “Io sono in parte responsabile per l’immigrazione di massa clandestina. Quando ero un rivoluzionario marxista, eravamo tutti a favore di più immigrazione possibile. Non perché ci piacessero gli immigrati, ma perché non ci piaceva come era la società britannica. Abbiamo visto gli immigrati – da qualsiasi luogo – come alleati contro la società conservatrice che il nostro paese era ancora alla fine degli anni Sessanta. Volevamo usarli come grimaldello. Inoltre, ci piaceva sentirci ‘superiori’ alle persone comuni – di solito delle zone più povere della Gran Bretagna – che videro i loro quartieri improvvisamente trasformati in presunte “comunità vibranti”. Se avevano il coraggio di esprimere le obiezioni più miti, subito li accusavamo di razzismo. Era facile. Noi studenti rivoluzionari non vivevamo in tali aree “multietniche” (ma venivamo, per quanto ho potuto vedere, per lo più dalle zone ricche e le parti più belle di Londra). Potevamo vivere in luoghi ‘vibranti’ per alcuni (di solito squallidi) anni, in mezzo a degrado e bidoni traboccanti. Ma noi lo facemmo come dei vagabondi senza responsabilità e in modo transitorio, non avevamo figli. Non come i proprietari di abitazioni, o come genitori di bambini in età scolare, o come gli anziani che sperano in un po’ di serenità alla fine delle loro vite. Quando ci laureammo e cominciammo a guadagnare soldi seri, in genere ci dirigemmo verso le costose enclave di Londra e diventammo molto esigenti su dove e con chi i nostri bambini andavano a scuola, una scelta che felicemente abbiamo negato ai poveri delle città, quelli che abbiamo sbeffeggiato come “razzisti”. Ci interessava e ci siamo curati della grande rivoluzione silenziosa che già allora cominciava a trasformare la vita dei poveri inglesi? No, per noi significava che il patriottismo e la tradizione potevano sempre essere derisi come ‘razzisti’. E significava anche servi a basso costo per i ricchi della nuova classe media privilegiata, per la prima volta dal 1939, così come ristoranti a buon mercato e – in seguito – costruttori a buon mercato e idraulici che lavoravano in nero. Non erano i nostri salari che erano depressi dall’immigrazione, o il nostro lavoro che finiva fuori mercato. Gli immigrati non facevano – e non fanno – il genere di lavoro che facevamo noi. Non erano una minaccia per noi.  Ma per la gente normale. L’unica minaccia per noi, poteva venire dai danneggiati, dal popolo britannico, ma potemmo sempre soffocare le loro proteste, suggerendo che erano ‘moderni fascisti’. Ho imparato da ciò, che ipocrita snob e persona arrogante ero (e la maggior parte dei miei compagni rivoluzionari erano). Ho visto posti che ho conosciuto e nei quali mi sentivo a casa, completamente cambiati nel giro di pochi anni. Ho immaginato come sarebbe stato, crescere in uno di quei posti, bloccato in un quartiere squallido come un inglese qualunque, strade strette dove i miei vicini parlavano una lingua diversa. E a poco a poco ho iniziato a diventare un solitario, traballante straniero in un mondo che conoscevo, ma che non riconoscevo più. Mi sono sentito profondamente, irrimediabilmente triste per quello che ho fatto e per non aver detto nulla in difesa di coloro le cui vite sono state stravolte, senza che fosse loro mai stato chiesto il permesso, e che sono stati avvertiti in modo molto chiaro che, se si fossero lamentati, sarebbero stati disprezzati e reietti. Definiti razzisti”.

Ciò detto, non vi resta che fare due semplici operazioni: 1) scoprire in quali istituti vengono educati i figli e le figlie dei politici di questa sinistra chic; 2) scoprire dove sono ubicate le abitazioni delle stesse persone di “sinistra” che sbraitano tanto a favore della distruzione della nostra identità.

Per approfondire: http://www.losai.eu/confessione-shock-immigrazione-di-massa-per-destabilizzare-la-societa/#sthash.zLPefM8D.dpuf

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